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Mar 10 2008

Architetture della memoria

di Matteo Musacci

Lezione di Marco Caselli alla Brookes University di Oxford

marco caselliFerrara è arrivata insieme a Marco Caselli Nirmal nella culla della cultura accademica europea, la città inglese di Oxford. Il fotografo ferrarese, con alle spalle una carriera ultra trentennale di servizi fotografici per il teatro e la realizzazione di diverse esposizioni d’arte, è approdato il 3 marzo alla Oxford Brookes University (una delle più importanti facoltà europee di architettura ), nell’ambito del corso di architettura degli interni tenuto da Andrea Placidi e Ro Spankie, con una lezione dal titolo “Architetture della memoria”. Caselli, con questa lezione, ha voluto mostrare alla numerosa e attenta classe di architettura degli interni i processi di decostruzione dell’idea del teatro, partendo dal 1977, anno del suo primo servizio fotografico coinciso con l’incontro con il Living Theatre con lo spettacolo “Can i kill you?”. Supportato dal suo numeroso archivio fotografico, Caselli ha ribaltato l’idea del teatro per i giovani studenti della Oxford University, che hanno visto come, senza nessuna architettura, si possa, “decostruendo”, costruire un teatro: “Il teatro che fotografo ogni giorno è pieno di sovrastrutture completamente inutili rispetto a questo rapporto essenziale che ho conosciuto la prima volta”, afferma il fotografo in relazione all’idea di teatro di Julian Beck e di Judith Malina.
Si è poi parlato di un altro importante spettacolo nei termini di decostruzione teatrale, ovvero la performance del 1989 dal titolo “Enemy in the figure” (dedicata all’architetto decostruttivista Daniel Libeskind) firmata dal coreografo William Forsythe, dove la scena si esaurisce in un pannello di legno e in un balletto che, grazie ad un forte fascio di luce, imprime le ombre sulla scenografia: “se nello spettacolo precedente c’era un azzeramento dello spazio, qui al termine dello spettacolo non ci sono più i danzatori, restano soltanto le ombre”.
Caselli ha poi illustrato tre spettacoli rappresentati nel teatro Comunale di Ferrara, il “Don Giovanni” del 1997 (diretto da Claudio Abbado con la regia di Lorenzo Mariani e le scene di Maurizio Balò), dove “l’azzeramento è dovuto alla distanza che viene a mancare nell’uso dell’orchestra, che è dentro la scena e a contatto con il pubblico”; “Le tragedie d’Amlet”, spettacolo di Peter Brooke del 2003, dove “l’azzeramento va nella direzione del Don Giovanni ma vi è una vicinanza maggiore con il pubblico”: l’allestimento prevede infatti la recitazione su un palco costruito al di sopra della platea, e il pubblico può assistervi solamente dai palchi, riprendendo così l’idea elisabettiana di teatro. L’ultima decostruzione teatrale è quella di “Sconcerto per Oz”, recente spettacolo del 2007, allestito dalla compagnia di Ravenna “Fanny & Alexander”, e questo azzeramento avviene poiché il pubblico è all’interno dello spettacolo, disteso su materassini nella platea usata come palcoscenico, insieme agli attori. Si arriva quindi alla presenza contemporanea di attore e spettatore, ovvero l’azzeramento assoluto della distanza.
Caselli ha poi proiettato diverse immagini riguardanti la mostra personale “I fili della memoria” del 1991 progettata da Art Department nel Padiglione d’arte contemporanea di Ferrara, nata grazie all’incontro del fotografo con l’arte contemporanea alla Sala Polivalente della galleria d’arte moderna, oggi non più esistente. In questa mostra si voleva, senza usare teche e cornici, “far volare le immagini” che rappresentavano opere di molti artisti tra cui Emilio Vedova, Marina Abramovich e Franco Vaccari; Caselli ha poi risposto alle molte domande da parte degli studenti, interessati ad approfondire i vari aspetti del suo lavoro dove, al centro, dichiara il fotografo, sta la musica, che è l’unico mezzo per mettere in relazione architettura, fotografia, arte e teatro. Per Caselli la musica è un “filo sotterraneo” tra le arti, indispensabile per il suo lavoro, che dichiara non essere “perfetto”, poiché è sempre in divenire, ma che alla base deve pretendere il divertimento: “la perfezione non è l’anticamera della felicità, se non c’è divertimento non ha senso fotografare o progettare; non c’è un’opera aperta, e nemmeno un’opera di perfezionismo assoluto, è la vita ad essere aperta ed in continuo divenire, non è mai finita, le architetture non sono mai finite, come le fotografie continuamente cambiano: le immagini del 1977 che ho mostrato prima hanno avuto una nuova elaborazione anche ieri sera”.
La lezione finisce tra gli applausi e l’apprezzamento degli studenti , segno del fascino del lavoro di Caselli e della sua capacità di mettere in relazione i diversi aspetti dell’Arte contemporanea sia essa teatro architettura o fotografia e musica . È stato sicuramente un segno di grande valore anche per Ferrara l’essere stata protagonista di una lezione ad Oxford, dove più volte si è parlato di come la nostra città sia stata (e auspichiamo possa esserlo anche negli anni a venire) fucina di grande fermento culturale e di come Caselli abbia sempre fermato nella memoria questi momenti. Che questa lezione sia di incoraggiamento per Ferrara e i suoi cittadini, nel supporto allo spessore culturale presente in città, di cui Marco Caselli e le sue fotografie ne sono testimonianza

Scritto da: Matteo Musacci

Data: 10-03-2008

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