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Berlinale 2010 - 3
Berlino, capitale del XXI secolo
16, 17 e 18 febbraio


16 e 17 febbraio. la Berlinale ha assunto una fisionomia multi-etnica, grazie soprattutto all’arrivo di opere come Bal (Honey) di S. Kaplanoglu, Sherkarki (The Hunter) di R. Pitts e Shahada di B. Qurbani, ma il vero successo è stato riscosso dalla pellicola russa Kak Ya Provel Etim Letom (How I Ended This Summer) di Alexei Popogrebsky.
How I Ended This Summer racconta la vicenda di Sergei, un meteorologo, e dello studente Pavel, bloccati in una stazione polare su un'isola sperduta dell’Artico, che aspettano l’arrivo di una nave per fare ritorno a casa. I due, però sono caratterialmente incompatibili e la convivenza risulta alquanto difficile; ad aggravare la situazione è la notizia riguardante l’arrivo della nave che è stato ulteriormente procrastinato. La tensione tra i due inizia così a lievitare fino a esplodere.
Attraverso una regia semi-documentaristica Popogrebsky rappresenta i disagi dei due personaggi in balia di un paesaggio agorafobico, e l’occhio della mdp., il più delle volte, coincide con quello di Pavel in lotta per la sopravvivenza. Le coordinate di tempo e di spazio si dilatano e la durata del film rispecchia la natura arida e desolata dell’Artide in cui le giornate si dissolvono.
Benché la pellicola sia molto lenta, il regista è capace di tenere desta l’attenzione con l’essenzialità dei gesti quotidiani e con la forza motrice delle immagini (i dialoghi sono ridotti al minimo).
Da segnalare anche The Kids Are All Right di Lisa Cholodenko con Julianne Moore e Annette Benning, che interpretano i ruoli di una coppia lesbica con tanto di figli adolescenti. Il film ha entusiasmato moltissimo il pubblico della Berlinale.
on the path
Il 18 febbraio ha avuto inizio con la proiezione del memorabile Na Putu (On The Path) della regista Jasmila Zbanic, vincitrice dell’Orso d’Oro nel 2006 con Il segreto di Esma (Grbavica).
On The Path, ambientato nell’odierna Sarajevo, tratta la storia di una coppia, Luna e Amar, che nonostante le varie avversità – Luna non riesce a rimanere incinta e Amar non trova lavoro – vivono uno splendido rapporto. Tutto scorre liscio fino al giorno in cui Amar incontra un vecchio amico d’armi, Bahjira, divenuto un integralista islamico. Amar, trovandosi in un momento di fragilità psicologica, trova consolazione nei dettami della religione islamica, ma i suoi “fratelli” hanno in serbo per lui un compito molto rischioso che, forse, ha a che fare con dei piani terroristici. Luna, non approva questo cammino intrapreso dal compagno, criticando gli obbrobri e la manipolazione della religione per mano degli integralisti, che è cosa ben diversa dalla fede (mussulmana).
Un film vero, alle volte pungente, e intelligentemente ironico, nonostante la drammaticità della vicenda, messo in scena con una freschezza registica che ben ritrae il cupo affresco del mondo islamico, assolutamente incompatibile con l’emancipazione femminile: il compito della donna dovrebbe, infatti, essere quello di servire l’uomo e di accettare senza fiatare tutte le sue scelte, compresa quella di indossare il burka, indumento che elimina ogni traccia del corpo femminile e che, parafrasando Luna, fa assomigliare l’aspetto della donna a un ninja… Molto brava e intensa Zrinka Cvitesic, che interpreta Luna.
A seguire, il film tedesco Jud Süß – Film Ohne Gewissen di O. Roehler che ha diviso la platea in due, da una parte c’è chi ha applaudito e, dall’altra, chi ha fischiato.
Certo, fa specie vedere alla Berlinale una pellicole come questa che tratta il periodo dell’avvento del nazismo in Germania, dal 1942 al ’44. Il film racconta la storia della pellicola di propaganda anti-semita Süß l'ebreo, voluta da Joseph Goebbels (Moritz Bleibtreu) in risposta all'omonimo film filo-semita britannico di Lothar Mendes prodotto nel 1934. La storia narra parallelamente la vita, le tresche e i deliri dell’attore Ferdinand Marian (Tobias Moretti) che lo condurranno a una tragica fine, dopo aver saputo della morte della moglie, per metà ebrea, e nonostante il grande successo che gli ha fatto guadagnare Jud Süß. Strepitoso il cinico Moritz Bleibtreu, già visto sul grande schermo quest’anno con Soul Kitchen.
Infine, il noiosissimo Rompecabezas (Puzzle) di Natalia Smirnoff che racconta di una diligente casalinga appassionata di puzzle, la quale dopo essersi imbattuta in un annuncio, “Cercasi partner per torneo di Puzzle”, incontra un ricco anziano che le propone di partecipare a un torneo in Germania.
Girato con uno stile amatoriale, alle volte eccessivamente incongruente nel montaggio, come se il film stesso fosse fatto di piccole tessere, la regista rischia di perdere il controllo del gioco; così che l’ossessione della protagonista diventa pura nevrosi per il puzzle, e lascia in disparte quello che, invece, sarebbe stato interessante osservare, vale a dire il rapporto tra l’umile casalinga e il partner del torneo che, pur provenendo da classi sociali differenti, riescono a comunicare e a superare il divario grazie alla passione che li accomuna.

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