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Shutter Island
di Martin Scorsese
La scala a chiocciola e la psiche


shutter
Tit. originale: id.
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Emily Mortimer, Max von Sydow
Produzione: Brad Fischer, Mike Medavoy, Arnold Messer, Martin Scorsese per Paramount Pictures, Columbia Pictures
Distribuzione: Medusa
Origine: Usa, 2010
Durata: 138 min.
Uscita nelle sale: venerdì 5 marzo 2010

1954. Gli agenti federali Teddy Daniels (Di Caprio) e Chuck Aule (Ruffalo) sono a bordo di un battello diretto a Shutter Island, a largo della costa est, per indagare sulla scomparsa di una pericolosa paziente (Mortimer) internata nell'istituto mentale Ashecliffe. Il dottor Cawley (Kingsley), il direttore, e il personale vengono interrogati, ma l'agente Daniels nutre forti sospetti nei confronti dello stesso Cawley e sul suo braccio destro, il dottor Naehring (von Sydow). Un uragano improvviso trattiene i due agenti sull'isola, e le indagini proseguono: particolari sempre più inquietanti emergono e gli eventi che si susseguono sono fortemente correlati al passato irrisolto di Daniels (la moglie defunta che amava moltissimo – Williams – e le sue esperienze di guerra durante la liberazione dell’Europa dai nazisti).
Vertigo
Ogni volta che si ritrova, in un thriller, una scala a chiocciola, simbolo ben sedimentato nel nostro immaginario cinematografico, questo non può non rimandare a Vertigo di Hitchcock (1958) in cui le ansie e le paure disorientano e i punti di riferimento si disperdono fino a dissolversi nel vortice della psicosi.
Allo stesso modo linee e ombre, ambientazioni cupe e volti deformi immediatamente rimandano alle paure di una collettività: sono le angosce che l’Europa (post)nazista si trascina da tempo e che il cinema dell’espressionismo tedesco degli anni ’20 del Novecento – da cui il termine francese “caligarisme”, riferito all’assetto sociale dilaniato dalla guerra – ha anticipato e ha contribuito a illustrare, dando risalto a quelle nevrosi e a quel senso di sconfitta provato da un continente vecchio e malato. Lo studioso Sigfried Krakauer, a giusta ragione, occupandosi della storia psicologica del cinema tedesco, parla a tale proposito di una “fisiognomica del mondo”, in cui la realtà è interpretabile come un geroglifico e lo spazio è esso stesso un “geroglifico sociale”, poiché in esso si iscrivono le strutture e i rapporti di una società complessa.
Se per Murnau, altro esponente dell’espressionismo tedesco, il Male, incarnato dalla creatura Nosferatu, proveniva dalla vecchia Europa, finendo per contagiare il Nuovo Continente, anche per Scorsese le cose non sembrano molto diverse. Il morbo della follia avanza e i ricordi del passato, bellico, divorano le menti fino a plagiarle e a costringerle a negare l’esistenza di quel vissuto, fingendosi altro. Vedendo questa pellicola costantemente ci si domanda “chi sia chi”, perché le identità dei personaggi si scindono fino a incrociarsi; gli attori sono davvero bravissimi e capaci di fomentare costantemente il clima di dubbio che attanaglia lo spettatore.
caligari
A livello personale, le ossessioni dell’autore coincidono con quello stesso sentimento di angoscia tanto inspiegabile, quanto famigliare – perturbante, direbbe Freud – che ciclicamente ritorna in veste onirica.
Tuttavia, nell’ultima opera di Scorsese, il confine tra realtà e sogno è estremamente labile, e la chiusura del film rimane sospesa, non tanto per volontà del regista, quanto per necessità. Freud non è citato a sproposito, visto che nel caso di Daniels – passaggio dall’onirico al reale – i suoi sogni ricordano, per certi versi, le nevrosi di Hanna O. studiate da Josef Breuer e riportate dal padre della psicanalisi ne L’interpretazione dei sogni (Die Traumdeutung, 1899, 1900) come analisi di un caso di isteria. Il personaggio del dottor Naehring spiega inoltre come la radice etimologica di “sogno” equivalga, in lingua tedesca, alla parola “ferita” in greco antico (trauma-tòs).
La pellicola di Scorsese, infatti, si costruisce attorno ai sogni del suo protagonista che, come una ferita, riportano alla luce il passato, e a volte bastano semplici agenti atmosferici, come l’acqua, a risvegliare l’inconscio (stato di nevrosi).
A una prima visione Shutter Island lascia sicuramente un po’ increduli, forse a causa di tanti piccoli dettagli lasciati incompiuti e di un finale reticente che, molto probabilmente, neanche il regista è capace di spiegarsi razionalmente; e questa è la ragione per cui il film non convince fino in fondo.
La forza espressiva della fotografia di Robert Richardson è davvero sbalorditiva, per via di quella suspence creata attorno agli sguardi, ai mezzi sguardi, ai sussurri e a un faro nel quale non si è certi di che cosa veramente accada.
Strepitosa la coppia Di Caprio-Ruffalo.
La pellicola è stata presentata quest’anno alla Berlinale (vedi speciale su O.A., Berlino – 2).

doris cardinali
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