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FEFF 12 - 29, 30 aprile e 1 maggio
Gli ultimi capitoli di una saga orientale
Vince il brillantissimo Castaway On The Moon


29 aprile 2010
Capitolo VII
Chapman-To
Dal melodramma, alla black-comedy, fino alle arti marziali. In questa giornata le pellicole sono state connotate da storie puramente violente sia da un punto di vista fisico sia da quello psicologico. Molto importante in queste pellicole è la cura particolare che i vari registi hanno dedicato alle onomatopee (fatta eccezione per The Arrival, proveniente dalle Filippine). Suoni e rumori costituiscono la vera colonna sonora di queste pellicole: si tratta di un cocktail a base di schiaffi, pugni, calci e ossa frantumate… davvero uno spasso, laddove si ha un impiego ironico del suono.
The Legend Is Alive, pellicola vietnamita di Luu Huynh, è un melodramma, se vogliamo, eccessivamente commovente, simile nella trama al pluripremiato Forrest Gump. La storia, infatti, narra le disavventure di un menomato mentale, Long, che sin da piccolo viene maltrattato e isolato dai coetanei. La madre, esperta in arti marziali, è l’unica a volergli bene e, crescendolo nell’etica non violenta del kung-fu, gli infonde coraggio e autostima dicendogli che lui è figlio (illegittimo) di Bruce Lee. Quando la madre muore Long inizia un viaggio, sognando di andare in America alla ricerca del leggendario padre, ma la sorte del ragazzo sarà ben diversa e il cammino si rivelerà colmo di dolore. In questo senso, le scene di kung-fu sono portate all’esasperazione e i duelli interminabili sono crudi: il rumore delle percosse rimbombano come macigni carichi di rabbia e di crudeltà.
Se Forrest Gump è un’epopea sul welfare degli Stati Uniti d’America e di quel senso di appartenenza a un’identità culturale precisa, The Legend Is Alive guarda con occhio livido al destino di chi vive ai margini più remoti di questo welfare. La ricerca della propria identità da parte di Long, che riesce ad appagare soltanto con l’illusione del mito (Lee), si arena quando l’io si frantuma per poi rinascere dalle ceneri (in questo caso della madre morta) e divenire speranza.
Segue il poliziesco a base di cazzotti e di humour Running Turtle, in cui viene rappresentata l’eterna lotta tra il buono (un poliziotto imbranato) e il cattivo (un ricercato accattivante). Il dramma misto al gusto per il grottesco è miscelato con cura e i personaggi tengono in pugno i fili dell’azione.
La Comédie Humaine, presentata dall’attore protagonista Chapman To, ha scaldato la sala e ha strappato qualche applauso anche durante la proiezione. La storia narra la vicenda rocambolesca di un killer che, dopo un incidente, viene soccorso da un ragazzino nerd che sogna di diventare uno sceneggiatore. Commedia degli equivoci e scherzi del cuore danno inizio, come una reazione a catena, a una serie di avvenimenti messi in scena con il pretesto di parodiare il genere poliziesco made in Hong Kong, di mettere alla berlina le maschere di alcuni divi honkongonesi, e di omaggiare film culto contemporanei. Sicuramente gustoso per un cinefilo avveduto che ben conosce il contesto parodiato, come dimostrano le sequenze finzionali costruite a ridosso delle situazioni “vere” inserite nella narrazione filmica (dinamiche proprie del cosiddetto “meta-cinema”). Divertente.
secret-reunion
Infine, Secret Reunion, il secondo film del giovane cineasta coreano Jang Hun, divenuto noto dopo il successo Rough Cut e una carriera iniziata come aiuto-regista al fianco di Kim Ki-duk. La storia descrive i destini incrociati di Jin-won, una spia nord-coreana contattata per portare a termine una missione criminosa, e Han-gyu, un agente dei servizi segreti sud-coreano che deve smascherare il complotto, e per farlo ricorre anche a metodi poco ortodossi. Il ritmo è sorprendentemente vivace, in particolar modo la prima parte del film in cui le sequenze degli inseguimenti in auto ricordano molto quelle spericolate di Bourne Identity. Degna di nota anche la sequenza in cui i due si scontrano, come si trattasse di un campo di battaglia, con una banda di malavitosi; scena, questa, che a livello registico simboleggia la guerra tra il Nord e il Sud della Corea.
Secret Reunion è una sorta di poliziesco che guarda con cura alle dinamiche politiche di un Paese scisso in due, in cui intrighi e minacce di terrorismo sono all’ordine del giorno, e i sospetti cadono indistintamente su qualsiasi civile. “I protagonisti ricevono la giusta profondità da una sceneggiatura che evidenzia la loro fragilità e li presenta attraverso difficili scelte morali” (D. Paquet). A tratti divertente, a tratti commovente e visivamente violento (nel senso che si fa dell’uso del montaggio netto e sincopato e non solo in riferimento a quel che si vede nell’inquadratura), il film descrive la forte amicizia che lega le sorti dei due uomini, nonostante l’asprezza dei conflitti politici che li coinvolgono. Il finale si riduce a un happy end edulcorato che, forse, poco si intona allo stile del film e al quadro generale in cui si inserisce la narrazione. Bravissimi i protagonisti principali, la spia camaleontica Gang Dong-won e il celebre Song Kang-ho nel ruolo del poliziotto “alla Ricky Memphis”, un po’ rude, un po’ impacciato ma di buoni principii.

30 Aprile 2010
Capitolo VIII

Oggi la giornata del festival si è aperta con la proiezione del kolossal patriottico cinese The Founding of A Republic. A seguire, la pellicola indonesiana Identity che racconta la storia di Adam, un uomo di mezza età che lavora in ospedale, occupandosi della pulizia dei cadaveri. Un giorno Adam incontra una ragazza che si reca spesso in ospedale per accudire il padre malatissimo. Il destino e il confronto tra due esistenze disperate, portate al limite in maniera eccessiva, non sono altro che l’affresco degradante e umiliante della tragica condizione politico-sociale indonesiana. La mdp. è in continuo movimento e, pur seguendo la vicenda di Adam, non smette mai di mettere in risalto il clima desolato in cui si volge l’azione; la frammentarietà della messa in scena e del montaggio rischiano, però, di creare solo danni e la logica del “film impegnato” a tutti i costi lascia di certo molto perplessi.
Dopo il dramma indonesiano arriva un altro tipo di dramma, quello adolescenziale raccontato nel road movie – e anche film di formazione – Dear Galileo, introdotto dal regista tailandese Nithwat Tharatorn presente in sala. La pellicola racconta la vicenda di due giovani amiche che decidono di partire alla volta di Londra, Parigi e Venezia. Durante ogni tappa, le due amiche trovano un lavoretto che permetta loro di sopravvivere. Presto il viaggio si rivela essere un cammino lastricato di inconvenienti, incidenti, equivoci, liti e riappacificazioni; tuttavia alla fine ognuna di loro riuscirà a trovare la propria strada e a realizzare i propri desideri.
Benché la descrizione dell’amicizia tra le due ragazze, che condividono gioie e dolori, incomprensioni e amori, sia piuttosto verosimile, irrita la confezione ruffiana di un film che cade, spesso, in stereotipi sia filmici (le riprese amatoriali del video-diario che diventano parte integrante del testo filmico) sia culturali (la banalità con cui si affronta il mito dell’età dell’innocenza), andando a ledere l’idea di base, vale a dire proporre un ritratto fresco sulla condizione dell’emigrante. Il gusto anarchico tipico del road movie – inteso, nell’accezione positiva designata dalla generazione beat e dall’avvento della controcultura, come simbolo di libertà e di distacco dalle istituzioni, compresa la famiglia – non viene attualizzato, finendo per perdersi nel moralismo di fondo e nella facili metafore che connota Dear Galileo.
Dopo il road movie, la serata si accende con la commedia giapponese sul genere di American Pie, ma più disinibita e caustica, Boys On The Run che racconta di Tanishi, un pornofilo iper-nerd, incapace di controllare i suoi sentimenti morbosi nei confronti di una collega. Spiazzanti e divertentissime le gag soprattutto quelle della prima parte del film. Il finale è un po’ debole.

1 maggio 2010
Ultimo capitolo
Ip-man
Eccoci alla fine di questa grande avventura che ha ospitato celebri e giovani registi della cinematografia orientale, e oltre settanta pellicole che hanno richiamato in sala i fans più scatenati che, alla fine, hanno premiato l’opera vincitrice di questa edizione del FEFF.
Il tema della giornata è stato quello dell’amore: partendo da quello “censurato” (The Fair Love-Corea), a quello patriottico (Quick, Quick, Slow – Cina), fino a quello del “free seksu” – l’amore libero – descritto nel delicato Oh, My Buddha! (Giappone) e a quello dell’amore fraterno narrato nell’epico The Dreamer (pellicola indonesiana che ha vinto il terzo premio in questa edizione).
L’opera che quest’anno si è aggiudicata il primo premio del pubblico – qualità questa che contraddistingue il FEFF rispetto agli altri festival di cinema – è il brillantissimo Castaway On The Moon del regista sud-coreano Lee Hey-jun. Questa sorta di fiaba rilegge il Robinson Crusoe in chiave moderna, attualizzando il “mito del buon selvaggio” contrapposto alla vita metropolitana che ha accantonato la Natura, inquinandone il suolo con rifiuti di ogni sorta.
Cast Away On The Moon inizia così: Mr. Kim è un uomo fagocitato dalla crudeltà della vita e avendo perso tutto, decide di farla finita, gettandosi da un ponte di Seoul che attraversa il fiume Han. L’uomo si precipita in acqua, ma la corrente lo trascina su un’isoletta sopra la quale scorre un’autostrada. Disperato Mr. Kim tenta invano di suicidarsi, poi di chiedere aiuto e, siccome non sa nuotare, rimane prigioniero nell’isola. A poco a poco, però, egli riscopre il lato positivo e creativo che offre la vita selvaggia, pur vivendo a due passi dal mondo civilizzato. In seguito viene presentato l’altro personaggio, quello di una giovane ragazza disadattata che non esce di casa da circa tre anni e vive volontariamente prigioniera nella sua stanza. L’unico occhio che ha la ragazza, che di cognome anche lei fa Kim, per scrutare il mondo esterno è il teleobiettivo della sua macchina fotografica, grazie al quale viene a conoscenza della situazione di Mr. Kim (che lei immagina essere un extra-terrestre). La ragazza cercherà una forma di comunicazione con il selvaggio e questo la spingerà ad affrontare le sue ossessioni e a uscire di casa.
Geniale, ironica e commovente, senza mai risultare scontata, questa pellicola affronta con estrema acutezza il tema della prigionia, volontaria o fortuita che sia, in quanto netto rifiuto del mondo modernizzato da parte del singolo che non si sente integrato nella caotica rete sociale. Il pubblico ha certo apprezzato l’ironia delle situazioni e sicuramente la recitazione intensa e pura degli attori Jung Jae-young e Chung Yeo-won è risultata accattivante e (con)vincente, nonostante una trama bizzarra.
A chiudere la manifestazione è stata la prima internazionale dell’attesissimo Ip Man 2 di Wilson Yip, produzione cino-honkongonese e secondo capitolo della storia del Maestro di Buce Lee, che ha deliziato i fans non solo per la fastosità dei combattimenti (boxe vs. arti marziali), ma anche per la presenza del leggendario Maestro Sammo Hung.
Il sipario è calato, e qui finisce la storia, ma solo per ora… Si aspetta con ansia l'arrivo della 13a edizione del FEFF!


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