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Il segreto dei suoi occhi
di Juan José Campanella
C'è chi vive e c'è chi ricorda


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Tit. originale: El Secreto de Sus Ojos
Regia: Juan José Campanella
Interpreti: Con Ricardo Darín, Soledad Villamil, Guillermo Francella, José Luis Gioia, Pablo Rago, Javier Godino, Carla Quevedo, Rudy Romano, Mario Alarcón, Alejandro Abelenda,
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Argentina, Spagna, 2009
Durata: 129 min.
Uscita nelle sale: venerdì 4 giugno 2010

Venticinque anni dopo il caso di Liliana Coloto (C. Quevedo), una giovane donna violentata e barbaramente uccisa da uno psicopatico (J. Godino), Benjamín Esposito (R. Darín), ex-pubblico ministero della Procura di Buenos Aires, è ancora ossessionato dalla vicenda a tal punto che, per capire l’ordine degli eventi, decide di scrivere un romanzo al riguardo. Per farlo Benjamin chiede aiuto alla vecchia collega e amica Irene (S. Villamil), della quale è sempre stato innamorato, e con la quale ha condiviso parte del suo passato, assieme al fedele amico Pablo (G. Francella).
La storia di un Paese, l’Argentina, è la tela sulla quale si dipinge la piccola storia. La vicenda del caso Coloto si svolge a cavallo tra la fine della presidenza di Perón (1 luglio 1974) e l’avvento della dittatura militare il 24 marzo 1976, a seguito del golpe che rovesciò Isabel Perón, la terza moglie del presidente succedutagli dopo la morte.
In tale contesto politico si scioglie, come un’aspirina in un bicchiere colmo d’acqua, quella che si crede sia la giustizia della Procura, schiacciata dalla giustizia violenta delle forze militari.
In questo senso la vicenda di Benjamín Esposito, in quanto particolare, è simbolo di una battaglia individuale combattuta non solo giorno per giorno, ma anche venticinque anni dopo.
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Il segreto dei suoi occhi è un noir sentimentale: colpi di scena dietro ogni angolo e suspence ben calibrata al ritmo reticente dei dialoghi, in cui le parole sono sostituite dal linguaggio degli occhi.
Originale la messa in scena in cui il regista riscopre altri punti di vista della mdp. come, ad esempio, il campo-contro-campo “orizzontale” (l’inquadratura che segue il suo personaggio ripreso dal basso e subito dopo ripreso trasversalmente).
Tutto ruota intorno al ricordo del quale, in certi casi, non si ha ben chiaro se sia la mente dei personaggi a modificare alcuni piccoli dettagli oppure sia la parola del romanzo a farlo (l’adattamento del libro di Eduardo Sacheri e il manoscritto di Benjamín Esposito).
La scrittura, o meglio la grafomania intesa come sintomo e passione, sembra essere l’unico mezzo attraverso il quale cercare un confronto con il passato, sottoponendosi al giudizio del tempo. Secondo il filosofo ed epistemologo Gaston Bacherlard (La poetica della rêverie, 1960) la scrittura è una cura omeopatica e, al pari della lettura, ci fa rendere conto di essere “collocati, leggendo un romanzo, in un’altra vita che ci fa soffrire e sperare, ma con l’impressione che la nostra angoscia sia dominata dalla nostra libertà, che la nostra angoscia non sia radicale”, e che le “parole assumono altri significati come se avessero acquisito il diritto di essere giovani”; infine, “sotto la penna l’anatomia delle sillabe scorre lentamente. La parola vive sillaba per sillaba col pericolo di sconfinare in una rêverie”, ed è come se la penna sognasse (Bachelard). Il ricordo, secondo questa lettura, disorienta lo spettatore nel momento in cui si sovrappone alla rêverie, la fantasticheria, come suggerisce la scena sfuocata e onirica che apre la pellicola.
Le sequenze finali, però, si dilatano ai limiti dell’esasperazione, certamente per dare sfogo a un sentimentalismo lirico, ma il regista finisce per tirare troppo per le lunghe il discorso. Che la poetica del cinema europeo, condizionata dalla lezione felliniana e dallo sperimentalismo delle varie Nouvelle Vagues, possa aver fatto scuola a Campanella, sembra un’ipotesi plausibile.
Struggente la scena (romanzata?) della stazione in cui Irene e Benjamín si separano; era dai tempi di Arianna (Billy Wilder, 1957) che non si vedeva un addio sui binari del treno così carico di emozioni.
Questa pellicola si è guadagnata il premio Oscar come Miglior film Straniero nel 2010, battendo altri due lavori importanti come Il profeta di Jacques Audiard e Il nastro bianco di Michael Haneke.

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