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L'uomo che verrà
di Giorgio Diritti
Rendere vero il sentimento, la disperazione di quelle persone


Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 nella zona di Monte Sole, sull’appennino bolognese, i nazisti trucidarono 770 civili, comprendenti per lo più donne, anziani e bambini. Lo scopo di queste azioni aberranti era quello di fare terra bruciata attorno ai partigiani che operavano sulla Linea Gotica.
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Tit. originale: id.
Regia: Giorgio Diritti
Interpreti: Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Bernardo Bolognesi
Distribuzione: Mikado
Origine: Italia, 2009
Durata: 100 min.

Replica: Arena Estiva - Parco Pareschi, 29 agosto 2010

Martina (G. Zuccheri Montanari) è una bambina mite che però non parla; tuttavia osserva e scrive. La piccola diviene testimone oculare di una delle più cruente stragi compiute dai nazisti nelle zone appenniniche del bolognese.
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Gli aedi, prima di intonare il proprio canto, invocavano la Musa della memoria, Mnemosine, al fine di poter essere guidati e aiutati a ricordare la successione degli eventi durante la narrazione.
Non dissimilmente Giorgio Diritti si appella alla Musa per raccontare la strage, attraverso un lirismo epico che guarda al cinema mainstream, ma senza per questo dimenticare la veridicità dei fatti storici.
Perciò Martina, piccola Musa silente, con estrema precisione descrive quanto vede in un tema e osserva attentamente quel che accade, coniugando così memoria della guerra e trasfigurazione nel fantastico.
È proprio nella trasfigurazione che andrebbe ricercata la leggerezza estetica e stilistica della mdp. in continuo movimento, spesso sulla steadycam o a mano, e coincidente con lo sguardo dolcemente vitreo di Martina, tradotto in semi-soggettive (inquadrature che convenzionalmente il cinema attribuisce ai sogni o agli incubi dei film horror e che coincidono parzialmente con l’occhio del personaggio in movimento per poi distaccarsene).
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Un film spoglio, vicino alla lezione di Olmi, girato nelle dimore della umile gente che abita i boschi degli Appennini bolognesi e che lavora sodo, comunicando in dialetto e profondamente attaccata alle proprie tradizioni.
La pellicola di Diritti oscilla pertanto tra l’inconsistenza spirituale della fede e la fatica tangibile della quotidianità, tra religio e violenza, tra memoria (preistoria contadina) e Storia (atrocità dell’eccidio).
Il regista, infatti, è consapevole di evocare dei fantasmi, a partire dalla bambina muta che riesce magicamente, o miracolosamente, a sottrarsi allo sguardo dei carnefici; “la civiltà contadina viene guardata da un occhio che si agita, quasi a voler afferrare quel che si vede poco prima che scompaia” e, diversamente dalla poetica di Olmi, “Diritti trasmigra pienamente dalla memoria nella fantasmagoria storica” (E. Morreale).
Se la colonna sonora non è sempre adattata alle esigenze registiche, non meno importante risulta l’impiego dei suoni, da quelli soavi della natura agli spari impietosi dei soldati, e della parola, da quella non detta al dialetto, fino al canto di speranza.
Il mito della preistoria contadina ritorna anche nella scelta stilistica di far recitare attori noti assieme ad attori poco noti o non professionisti con intenti diversi da quelli pasoliniani.
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L’uomo che verrà è un’opera complessa, frutto di una quindicina di anni di ricerca e di interviste, che cerca di raccontare con onestà la strage di Marzabotto, correndo tanti rischi sia etici sia politici. Probabilmente è stato il successo de Il vento fa il suo giro (2005) a facilitare la strada a questa pellicola.
“È stato importante raccogliere testimonianze sull’epoca, fare ricerche e ricreare quella che era la vita di allora” afferma il regista “questo rende tutto più emozionante, nel senso che consente di rendere vero il sentimento, la disperazione di quelle persone” («Cineforum», n° 492).
Il micrum in quanto esempio del macrum, secondo la lezione storiografica degli Annali di Tubinga, assolve il compito di parlare della storia delle vittime, assumendo a modello la condizione di un villaggio di Monte Sole.
Fare cinema, per Diritti, significa prima di tutto assumersi delle responsabilità morali ed etiche, utili a una collettività accomunata da un tragico passato. Al pari di Monte Sole sono, infatti, esistite anche micro-storie altrettanto tragiche e dolorose.
Al centro la violenza, evocata dalla forza rivelatrice di immagini vere, lontane da quelle edulcorate della fiction, evitando al contempo “le trappole della revisione storiografica” e dimostrando “un pudore coraggioso di fronte alla messa in scena della morte” (P. Mereghetti).
Bravissime e intense le interpretazioni delle attrici Alba Rohrwacher e Maya Sansa; assolutamente perfetta la piccola Greta Zuccheri Montanari.
La pellicola si è aggiudicata numerosi premi tra cui: il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento e il Premio Marc'Aurelio d'Oro del pubblico come miglior film al Festival Internazionale del Film di Roma 2009; tre David di Donatello 2010 come miglior film, miglior produttore, miglior fonico di presa diretta, e tre Nastri d'Argento 2010 in qualità di miglior produttore, migliore scenografia e miglior sonoro in presa diretta.

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