La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele

Oct 01 2011

Internazionale a Ferrara 2011 - Approfondimento

Last Chapter

di Andrea Mari

Goodbye Nicaragua

Peter Tornbiörsson

Foto di Dani Cantò

È interessante per vari motivi Last Chapter: Goodbye Nicaragua, il documentario di Peter Tornbiörsson proiettato ieri in anteprima al Cinema Boldini, purtroppo davanti ad un pubblico piuttosto esiguo (speriamo che sia più numeroso per la replica di domenica mattina): innanzitutto perché contribuisce a far luce su una storia orribile e poco nota come l’attentato di La Penca, poi perché Tornbiörsson non è semplicemente un reporter che ha deciso, un bel giorno, di indagare su quanto accaduto, ma ha vissuto in prima persona quel tragico avvenimento, giocandovi anzi un ruolo importante, infine perché, come avremo modo di capire in seguito, il taglio dato al film dal suo autore è piuttosto atipico.

Prima di fare qualsiasi considerazione, bisogna mettere sul tavolo alcuni fatti: l’attentato di La Penca fu organizzato per uccidere Eden Pastora, il Comandante Zero, un ex leader sandinista divenuto oppositore dell’allora nuovo regime nicaraguense. Per raggiungere lo scopo venne fatta esplodere una bomba durante una conferenza stampa: Pastora riuscì a salvarsi, mentre morirono 7 persone, perlopiù giornalisti, e altre 22 restarono ferite. Tornbiörsson, all’epoca un giovane giornalista che simpatizzava per la rivoluzione sandinista, era uno dei reporters presenti alla conferenza stampa, e, come racconta nel film, fu indirettamente responsabile di quello che accadde. In che modo? Poco prima di raggiungere i suoi colleghi, Tornbiörsson fu portato in una casa da alcuni militari: lì incontrò Renan Montero, un cubano trapiantato in Nicaragua, capo del controspionaggio, il quale gli chiese di portare con sé alla conferenza stampa un fotografo danese. Tornbiörsson accettò, convinto che si trattasse semplicemente di una spia: in realtà, il presunto fotografo danese era un argentino appartenente ad un’organizzazione paramilitare legata ai sandinisti, e nella fotocamera nascondeva la bomba che il 30 maggio 1984 esplose a La Penca. Venticinque anni dopo Tornbiörsson, che l’attentato ha segnato sia fisicamente che psicologicamente, una volta accertatosi che non si trattò di un’operazione orchestrata dalla CIA, come per anni il governo nicaraguense ha fatto credere, ma di un vero e proprio atto di terrorismo di stato, è tornato sul luogo del delitto per cercare di ottenere qualche conferma anche dai protagonisti di quella storia, vale a dire Tomas Borge, allora Ministro dell’Interno del governo sandinista, Lenin Cerna, capo dei servizi segreti, e il già citato Renan Montero. Borge, l’unico che abbia parlato, si è trincerato dietro la versione ufficiale dell’attentato voluto ed attuato dalla CIA, e Tornbiörsson ha denunciato tutti e tre per crimini contro l’umanità al Dipartimento nicaraguense per la salvaguardia dei diritti umani, purtroppo senza alcun risultato tangibile, anche perché in Nicaragua i governanti attuali sono gli stessi di trent’anni fa. Pastora, che inizialmente aveva deciso di collaborare all’inchiesta, ha cambiato radicalmente atteggiamento dopo essere stato cooptato al governo nel 2010. Sembrerebbe un delitto perfetto, ma ci sono anche delle testimonianze che avvalorano la tesi di Tornbiörsson, come quella di Jorge Masetti, un argentino residente in Francia, il quale militava all’epoca nella stessa organizzazione di cui faceva parte Martin (questo, a quanto pare, era il nome dell’attentatore). Secondo Masetti la prova che inchioda il governo nicaraguense sta nel fatto che Martin, pur avendo mancato l’obiettivo ed ucciso dei civili innocenti, non solo non fu ammazzato dopo l’attentato, ma finì per fare carriera all’interno dei servizi segreti: secondo Masetti, l’uccisione dei giornalisti fu pianificata a bella posta dal governo sandinista per screditare la CIA e costringerla a smantellare le sue basi in Nicaragua.

Avvincente come i migliori film di spionaggio, questo Last chapter non è un vero e proprio documentario, e neppure un’inchiesta giornalistica propriamente detta: è un po’ tutte queste cose, ma è allo stesso tempo una confessione, quella di Tornbiörsson che dopo 25 anni decide di raccontare che parte ebbe nell’attentato di La Penca, ed un atto d’accusa fatto da una persona che aveva creduto nella rivoluzione sandinista e che, a trent’anni di distanza, constata con amarezza che quasi nulla è cambiato dai tempi di Somoza, e molto di ciò che è cambiato è cambiato in peggio.

Scritto da: Andrea Mari

Data: 01-10-2011

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