La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele

Oct 01 2011

Internazionale a Ferrara 2011 - Approfondimento

Le crisi dimenticate

di Guido Cagnoni

Incontro presso la biblioteca Ariostea

Quante sono le crisi dimenticate nel mondo ? e soprattutto perché sono considerate tali, a causa di chi o di che cosa sono state messe in secondo piano o comunque non sono state trattate, illustrate e raccontate come avrebbero dovuto essere ?
Non sono quesiti di semplice soluzione nè di facile comprensibilità quelli poposti durante la conferenza del sabato pomeriggio in biblioteca Ariostea, presenti alcune figure che della conoscenza, assistenza e divulgazione di crisi mondiali hanno fatto una professione: Giovanni Porzio di Panorama, Pietro Veronese di Repubblica ed Ettore Mazzanti di Medici senza frontiere.
Partendo dai risultati empirici di una ricerca affidata all'osservatorio di Pavia appare subito chiaro come vi sia, sia nei media italiani e anche in quelli europei più in generale, una sottoesposizione degli eventi di respiro mondiale rispetto alla cronaca spicciola di casa nostra, e tra questi si nota comunque una disparità tra i casi più conosciuti come tsunami ad Haiti e alluvioni in Pakistan.

Mancanza di equilibrio, disparità di trattamento, in termini di semplice minutaggio, e motivazioni forse quasi mai collegate ad esigenze di rappresentazione dei fatti, ma legate soprattutto all'emozione che si vuole creare nel pubblico: altrimenti, dice Veronese, non si spiegherebbe come nel momento in cui un fatto succede tutte le tv del mondo ci si lanciano e poi subito dopo abbandonano il campo perché una situazione cronica o endemica non interessa più nessuno.
Partendo da questa constatazione, Contessi traccia una linea che invece intende spiegare la differenza tra sporadicità e continuità: se è vero che i media arrivano e poco dopo spariscono, chi si trova ad operare in quei luoghi, lo fa giorno dopo giorno e questo, alla lunga risulta pagare in termini di riconoscibilità ed affidabilità: non per nulla Medici senza frontiere, operante da ben 40 anni per portare assistenza e testimonianza in zone con problemi, si trovava già ad Haiti quando ebbe luogo lo tsunami, perché era già un paese povero e bisognoso, così come si trovava già in Pakistan al momento delle alluvioni, perché certe diffusioni di malattie erano e sono un tratto endemico per quei luoghi.

L'approccio di MSF viene descritto come improntato all'azione e all'efficacia, ancor prima che alla visibilità, poiché alle volte tenere un low profile, in zone non ben controllate, aiuta.
Esistono dunque queste crisi dimenticate e dove le possiamo trovare ? basta guardarsi attorno molto attentamente ,suggerisce Veronese: vedi per esempio il conflitto sotterraneo in corso sul confine del Sudan del nord e Sudan del sud, di cui nessuno parla, senza rimanere imbrigliati in quella specie di comma 22 del giornalismo per cui se nessuno ne parla non ne parli neanche te perché non gliene frega niente a nessuno, se ne parlano tutti, allora ne parli anche te perché così fan tutti.
Altro esempio è la disparità nel trattamento tra il caso libico e quello siriano: come mai in Libia ci vanno tutti e della Siria non ne parla nessuno ? la lettura che ci propongono ha un collegamento diretto con i fattori geopolitici, sia guardando alla questione dello sfruttamento delle risorse, petrolio in primis, sia pensando ai possibili sconvolgimenti che una caduta di regime n Siria potrebbe portare, in termini di equilibri mediorientali delicatissimi che salterebbero così di punto in bianco.
Lo stesso Pakistan, nonostante la portata e la gravità dei cataclismi che lo colpirono nel 2010 e che tuttora hanno ripercussioni, risulta di difficile lettura e difficile diffusione, un po' per la distanza Porzio racconta come la sua missione sul campo è stata possibile solo perché già si trovava in Asia e dunque fu un trasferta relativamente facile da organizzare, mentre mai e poi mai sarebbe successo lo stesso partendo dall'Italia col preciso intento di andare là e rimanerci per un periodo sufficiente)

Cosa manca a questo punto, si chiedono gli intervenuti e soprattutto cosa è cambiato rispetto a circa 30 anni fa' quando loro stessi inziarono questo lavoro ? un po' i buoni esempi, ricordando i caporedattori che erano ricchi di storie da raccontare, e di materiali da fornire, e un po' lo spazio, il tempo e le risorse, considerando i budget sempre più striminziti dei giornali e di altri mezzi di comunicazione, per cui se devono investire non lo fanno per mandare in missione sul campo una troupe ma per seguire altri eventi di grande portata mediatica (casi emblematici il processo di Perugia e l'omicidio di Avetrana, in sé e per sé semplici fatti di cronaca nera che sono stati amplificati a dismisura dai media) per non parlare della motivazione forse ancora più grave, la mancanza di curiosità e l'altrettanto vera mancanza di spinta a creare nel lettore questa stessa curiosità verso cose che non conosce e che percepisce come lontane da sé.

Una chiave di soluzione a questa situazione forse apparentemente senza uscita c'è, ed è quella della affidabilità che si sviluppa grazie alla continuità e alla riconoscibilità.
L'esempio principale nel primo caso è il New York Times che sono anni che ha una troupe in Afghanistan e che arriva sempre prima degli altri nel descrivere i fenomeni che succedono laggiù, l'esempio nel secondo caso è...l'esatto contrario del proliferare di fonti non meglio identificate che in rete mettono e pubblicano di tutto, così come di notizie promosse ad arte da testate riconosciute per motivi legati ai vantaggi del loro editore, e questo non solo guardando il caso italiano, fin troppo banale da analizzare, bensì anche la tanto decantata Al Jazeera, di proprietà dell'emiro del Qatar, che ha dato una copertura molto ampia alla rivolta in Libia anche sopratutto per i suoi interessi in campo energetico in quel paese.

Come ultima questione da affrontare rimane infine il trovare un modo per saper come distinguere una notizia vera da una ricostruita: la proposta vuole partire necessariamente e forse anche provocatoriamente dal basso, se davvero tutti e tre gli intervenuti sarebbero a favore dell'introduzione a scuola di una materia che insegnasse a decodificare le informazioni che si ricevono..materia che, anche se ufficialmente mai fatta, i tanti giovani che hanno assiepato la sala Agnelli arrivando fino al limite della capacità fisica di capienza dell'aula, hanno dato prova evidente di aver imparato...da soli, visto l'entusiasmo e l'attenzione con cui hanno seguito l'intero dibattito.


Scritto da: Guido Cagnoni

Data: 01-10-2011

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