La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele

Oct 09 2011

Internazionale a Ferrara 2011 - Approfondimento

Cronache da questo mondo

di Giorgia Pizzirani

John Berger e Arundhati Roy a confronto sul palco del Teatro Comunale

Berger+Roy È un privilegio ascoltare Arundhati Roy e John Berger. Due scrittori che occupano sedie nere e morbide, che vengono accolti con applausi che rendono loro giustizia. Entrambi raccontano storie e mondo, entrambi posseggono una passione per la narrazione che li porta a ricercare differenti forme di racconto; a trasmettere, attraverso le parole, il mondo complesso e pulsante. Piccole storie in grandi storie, una intervista in cui le due voci si intrecciano, si scambiano; colori complementari che condividono con un pubblico in attesa i loro mondi. Chi è Arundhati Roy? Irradia tranquillità e grande forza; è pacata e gentile. Reporter, saggista critica, nel 1996 arriva il suo Dio delle piccole cose, opera prima di impatto mondiale; la storia di una famiglia dentro alla storia del subcontinente indiano. Ha un modo di raccontare che diverte e coinvolge, ed è sempre alla ricerca di linguaggi con cui raccontare. È una raccontatrice di storie, che chiedono di essere raccontate. Scrivere è per lei non una condizione naturale, bensì una necessità, un bisogno, qualcosa che ti viene richiesto dalla storia stessa, da un episodio, da un fatto. E quando diviene impossibile accomodare qualcosa, metterlo a tacere, allora bisogna dirlo, bisogna scriverlo: bisogna colmare l’insopportabile silenzio. E, dice, vive senza pelle, senza protezione: ecco perché è portata a esporsi e a lasciarsi attraversare dalle cose. A doverne rendere giustizia, raccontandole. Ed ecco la storia stessa dello scrittore: evitare la terribile umiliazione del non dire. Così descrive il proprio modo di scrivere, che diviene atto di tutela e conservazione di dignità professionale.

Arundhati Roy sottolinea l’importanza del contesto, e racconta il proprio paese. Un Paese di stirpe braminica, dove è importante la capacità di codificare le informazioni che provengono dall’esterno; non lasciarsi influenzare, non perdere la capacità di osservare e di dire, di raccontare. Un Paese che tuttavia è sull’orlo di divenire una superpotenza, e contiene contraddizioni tragiche. Dagli anni ’90 in poi, il mercato estero si è aperto ed è lentamente fiorito. Due fascismi sono fioriti: nazionalisti indù e grandi corporazioni. Ma è necessario un nemico: il nemico sono i poveri, è un giro di boa che si ripete all’infinito. E l’India si è trasformata, da Paese colonizzato, in colonizzatore. Essa stessa depreda, mette in ginocchio chi non ha voce, chi è fuori dagli affari. La realtà si è stravolta. Un paese che si professa democratico, senza esserlo. Regioni più sviluppate che fanno la guerra a quelle meno sviluppate, ricchi che fanno la guerra alla gente della giungla; foreste e fiumi venduti a ricchi gruppi di industriali. La ribellione delle popolazioni native è arrivata. Dietro a essa, la repressione da parte del governo, che li definisce terroristi maoisti sentendosi legittimato a tutto: incendio dei villaggi, stupri e allontanamento delle persone dalla proprie abitazioni. E lancia una idea, una riflessione importante, sulla possibilità di resistere. Una resistenza gandhiana, pacifista, è possibile. Ma a una condizione: deve esserci una pubblico, una audience, l’occhio di una telecamera o la penna di un giornalista, che trasmettano i fatti. Perché tutti possano sapere. E deve esserci un ceto medio che empatizza, che comprenda la situazione. Cosa accade alla gente della foresta quando l’occhio della telecamera si spegne? Non è possibile né etico condannare dall’alto ciò che avviene; non è giusto condannare o mettere un etichetta di persone a cui hanno tolto tutto, che non hanno più niente da perdere. Diffidate da una morale facile, ci dice Arundhati Roy; non giudicate dall’alto le cose, non dalle comode poltrone di casa vostra. Comprendetele.

Chi è John Berger? Dirompente, ironico, seducente nei modi diretti e immediati. Forse story teller è la definizione che più lo descrive. Forse una sorta di spugna. "A sponge? Mh". Ci pensa sopra un attimo, grattandosi il mento; poi estrae un fazzoletto dalla tasca. "Like this". Situazione che non manca di divertire il pubblico. Ci sta dicendo chi è, e cosa fa. È il contenuto della storia a spingerlo a scrivere; è la materia, l’essenza delle cose; il modo in cui un contenuto viene recepito. Cita Broken Republic di Arundhati Roy, che racconta la collaborazione tra governo indiano e fascisti industriali per sfruttare le risorse minerarie nel cuore dell’India, danneggiandone gli abitanti. Un libro sul coraggio di scrivere e sul coraggio di vivere, che rimarca la capacità di Roy di essere ironica, pur narrando realtà, fatti che accadono, tragedie. Un libro sul coraggio, lo definisce Berger. Richiamando il passo de Il maestro e Margherita di Bulgakov in cui Ponzio Pilato domanda a Gesù quale sia il più grave dei peccati: Who read The master and Margherita? chiede con voce bassa e gutturale al pubblico. C’è anche la mia mano alzata, tra quelle di altre persone. Guarda il pubblico, e di rimando allarga le braccia in modo eloquente. Ricordando che il peggior peccato del mondo è la codardia. E chiude con una lettura a due voci di un passo dei suoi Bento’s Sketches, non ancora edito in Italia, in cui è raccontata la fisionomia o, meglio, il diagramma vero e proprio, del tiranno. I tratti del volto delineano un codice ben preciso, una costruzione fisica del male. E invita a pensare, John Berger: a tutti i tiranni che abbiamo incontrato nella nostra vita. Confidando, sornione, che ognuno di noi ne conosce più di uno.

Scritto da: Giorgia Pizzirani

Data: 09-10-2011

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