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J. Edgar
Clint Eastwood tratteggia il ritratto privato di uno degli uomini più potenti del '900
Un film intenso, che scava nel profondo dei sentimenti umani
Un film di Clint Eastwood.
Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Lucas, Judi Dench. - Biografico, durata 137 min. - USA 2011.


Chi fu realmente John Edgar Hoover? Chi fu l’uomo che per ben cinquantadue anni gestì con pugno di ferro l’FBI, attraversando la bellezza di otto presidenti degli Stati Uniti? Chi fu l’uomo che ebbe contatti John Dillinger, Charles Lindbergh, i Kennedy, Martin Luther King, Nixon e Charlie Chaplin, più, beninteso, un’altra miriade di personalità famose, maggiori e minori, oggi ricordate o sepolte nell’oblio? Rispondere a simili interrogativi è il compito che si pone l’ultima, fluviale e ambiziosa fatica di Clint Eastwood. E come già il titolo stesso denuncia (l’identità del protagonista indicata unicamente dai due nomi di battesimo e privata del cognome), la prospettiva che il regista americano adotta per restituire allo schermo questa figura cardine del Novecento è quella del ritratto privato, dello scavo nel vissuto emotivo dell’uomo, più che nell’analisi della sua figura pubblica. Ancor prima che un film sul potere e sui suoi meccanismi, J: Edgar è dunque un film dedicato a un potente e alla sua storia.
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Chi ha confidenza con l’opera dell’anziano ma fecondissimo Eastwood saprà quanto la sua filmografia precedente non abbia mai avuto reticenze a calarsi nelle vene di un’America amara, popolata da un’umanità umile e ferita nel profondo dai ranghi del potere. Che lo scenario fossero i campi di battaglia della seconda guerra mondiale o i fumosi ed equivoci locali dell’epoca del proibizionismo o ancora le strade dei quartieri periferici dominati dal pregiudizio razziale, l’equazione rimaneva sempre questa: il contenitore di una nazione immensa come gli Usa è inesorabilmente costruito dai potenti, l’umanità invece è dominata dallo spirito dei vinti. Uno spirito, comunque, indomito se si pensa alla coraggiosa Christine Collins di Changelling in lotta contro la corrotta polizia di Los Angeles. O all’anziano e scorbutico Walt Kowalski di Gran Torino , capace di abiurare tutte le convinzioni misantrope e razziste di una vita in nome di un rinnovato spirito paterno verso un ragazzino asiatico. Ad ogni modo, in questi come in altri casi, lo sguardo di Clint regista non si era mai addentrato nelle camere del potere ufficiale. O meglio, quando l’aveva fatto, il potere era sempre stato filtrato dagli occhi dell’altro, della vittima, e l’osservazione poteva farsi curiosa, ai limiti del voyeurismo, ma mai penetrare nelle stanze che sono precluse ai più.

Ora con J. Edgar la situazione cambia perché per la prima volta gli occhi, la mente e lo spirito di un’opera del regista sono interamente guidati dalla figura di un uomo che non subì il potere, ma che, al contrario, con incrollabile fiducia nelle sue convinzioni e nei suoi mezzi mirò a gestirlo e ad esercitarlo per oltre mezzo secolo.
Estremamente dilatato nell’azione, il film ripercorre infatti l’intera carriera di Hoover da direttore dell’FBI (1924-1972), a partire dai tempi del suo pre-incarico (più un breve flashback dell’infanzia), fino ad arrivare alla sua morte. Prediligendo decisamente gli interni agli esterni, il dialogo all’azione (si conta appena un raid in una tipografia clandestina e una breve sparatoria), Eastwood lascia libero il suo protagonista di raccontarsi, di offrire allo spettatore uno sguardo esaustivo sulla sua contorta weltanshauung. Attraverso una complessa struttura narrativa in cui si avvicendano a ritmo vertiginoso continui salti temporali, ascoltiamo infatti la voce stessa di Hoover che, ormai vecchio, decide di dettare le sue memorie, infarcendole di deformazioni e falsità. L’adozione di questa prospettiva fa sì che il film scavi solo trasversalmente negli intricati meandri della politica del Ventunesimo secolo: le figure di John Fitzgerald Kennedy, Richard Nixon e Martin Luther King, incastrate nel tessuto narrativo con poche, frettolose pennellate, si rifrangono sull’Io del protagonista piuttosto che sull’intero territorio che calpesta.
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Grandi personalità e grandi accadimenti storici restano imprigionati unicamente nell’espressione da mastino e nel corpo pesante di Hoover e non acquistano mai una dimensione autonoma. Eastwood, insomma, predilige la descrizione di una storia che fa la Storia, e non viceversa (emblematica in tal senso la sequenza in cui il protagonista apprende la notizia della morte di John Kennedy, mentre è intento ad ascoltare le registrazioni di un incontro intimo). E qui forse sta il grande limite del film, che non cerca mai di ampliare la visuale oltre il suo personaggio e il suo vissuto interiore. Per il regista, si direbbe che l’ideologia reazionaria e il discutibilissimo modus operandi di J. Edgar non possano essere spiegati se non attraverso le sue difficoltà nella sfera famigliare e relazionale. Quanto gli imperdonabili peccati della politica statunitense – decenni di feroce razzismo e di lotta fanatica alla “minaccia comunista, per citarne solo alcuni – o altre storture ideologiche legate ai miti nazionali del successo ad ogni costo possano aver avuto il loro peso nel formare una personalità come J. Edgar è una strada che il film tocca solo in maniera marginale, benché a volte molto suggestiva.

Ma proprio da questo limite, da questa prospettiva limitata, scaturisce anche gran parte della bellezza e della commozione che l’opera di Clint sa darci. Uomo capace di mettere insieme centinaia di dossier sulla vita intima delle più importanti personalità della nazione, ma di rinchiudere in una botte di ferro qualsiasi aspetto del suo privato, Hoover è raccontato non solo attraverso il suo memoriale auto celebrativo, ma anche e soprattutto attraverso il rapporto con tre figure centrali della sua esistenza: la madre, Ann Marie, la fedelissima segretaria, Helen Gandy, e il braccio destro di una vita intera, Clyde Tolson. Se l’adorata madre, con le sue altissime pretese e il carattere dispotico, sembra avere un ruolo determinante nel perfezionare il destino di solitudine del figlio, più accomodante e tenera risulta Miss Gandy, che rifiuta l’impacciato e giovanile corteggiamento di J. Edgar, ma ne sposa la causa ideologica con rara fedeltà. Infine per quanto riguarda il rapporto con il consigliere Tolson – vero cuore emotivo del film – la sceneggiatura di Dustin Lance Black indaga la presunta omosessualità (repressa) di Hoover e la reale natura del suo legame con l’amico. Sceneggiatura, che ha, comunque, il raro merito di alludere con rispettosa riservatezza, ma di non farsi mai invasiva: l’omosessualità di Hoover viene rappresentata non tanto nelle sue implicazioni erotiche ma più come oscura impossibilità di esprimersi, di manifestarsi libero tra la gente e in definitiva come incapacità di vivere la propria vita. Dunque, l’esatto contrario di quanto accadeva all’Harvey Milk protagonista dell’omonimo biopic di Gus Van Sant, che è valso al giovane sceneggiatore l’Oscar nel 2008.
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Consapevoli dell’impossibilità di condensare una vita tanto complessa in una durata compatibile con una regolare distribuzione in sala, Eastwood e Black optano, come si è già detto, per una narrazione frammentaria (una costruzione in parte analoga era già stata sperimentata in Bird, il film su Charlie Parker del 1988). Partendo dal memoriale dettato nella fase terminale della propria esistenza, il percorso di Hoover si snoda a colpi di flashback slegati, ma al contempo connessi tra loro da rime e associazioni interne, e con scansioni di blocchi protratti in più direzioni. Spicca tra questi quello dedicato alla vicenda tristemente famosa del rapimento e dell’omicidio di “Baby Lindbergh”, vicenda che è esplicitamente imparentata con la trama di Changeling. In J. Edgar, similmente a quanto accadeva nel film del 2008, a una madre viene sottratto il figlio, e stavolta a indagare ci pensa l’ambizioso Hoover, ansioso di accrescere il suo valore e quello dell'FBI, nonché di assicurare alla giustizia il presunto colpevole del primo kidnapping della storia americana. Ma, come nota giustamente Marzia Gandolfi su MyMovies, “Edgar è pure la protervia di quel potere poliziesco e politico contro cui combatteva l’ostinata madre di Angelina Jolie, è il distintivo che giustifica qualsiasi nefandezza, intercettazione, pestaggio, è l'uomo che spia, imbroglia e ricatta amici e avversari, è insomma l'America paranoica che combatte i propri nemici diventando come loro”, se non peggio, aggiungiamo noi. In questo film come in Changeling l’immagine del bambino scomparso diventa emblema di un’innocenza perduta ma ricercata con affanno da un intero paese, anche a prezzo di una menzogna o di una mezza verità.

Interessante anche il legame che sembra collegare in un gioco di riflessi meta-cinematografici il protagonista all’universo hollywoodiano del periodo. Scrive sempre Gandolfi: “Secondo Eastwood, Edgar Hoover è ancora il più grande talento recitativo nazionale, il protagonista di un racconto che affonda le sue radici nei miti fondativi della cultura e dell’immaginario statunitense. È il doppio di James Cagney, interprete di un G man e di un cinema che celebra i metodi scientifici dell'FBI e l'abnegazione dei suoi agenti contro il nemico pubblico, incarnato dallo stesso attore e incarnazione di un individualismo gangsteristico senza futuro”. Leonardo DiCaprio, che già aveva indossato i panni di un’altra megalomane icona del sogno americano come Howard Hughes per The Aviator (2004) di Scorsese, accetta un percorso di invecchiamento e imbruttimento per consegnarci il ritratto di un uomo chiuso in un limbo di sentimenti raggelati e stretto nel tempo da un turbinio di eventi e decisioni sempre sul crinale fra legalità e illegalità. Proprio lo scansione vertiginosa dei flashback mostra come il personaggio altro non sappia fare, a dispetto dei cambiamenti, che rimanere ancorato alla sua immobilità (ideologica, emotiva e fisica) e all’impossibilità di abbandonare lo stesso ruolo che l’ha fatto grande. Per questo, nel finale, la sua statura mitica non potrà che essere ineluttabilmente smantellata proprio dal suo braccio destro e segreto amore Tolson, l’unico che Hoover “non può davvero ingannare”.
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Si compone così un ritratto aspramente critico ma mai irrisorio, che mette sì in discussione il personaggio, ma che non rinuncia a conferirgli il soffio di un’umanità sofferta e quindi degna di pietas da parte dello spettatore. Di nuovo: se Changeling abbozzava una storia d'amore che si faceva politica nel suo svilupparsi, J. Edgar impone progressivamente il dramma emozionale tra Hoover e Tolson sugli aspetti politici, il deflagrare silenzioso della loro passione sugli andirivieni storici. Come già si è detto, questa scelta può anche irritare chi vorrebbe un ritratto che affondi il coltello con precisione nelle reali responsabilità di Hoover, ma risulta senz’altro vincente sul piano sentimentale. Non è tanto nella capacità di tracciare un sincero affresco storico o di affrontare con reale vis polemica questioni ancora scottanti della politica americana che il film ha i suoi punti di forza, anzi, ma è nella raffigurazione di piccoli gesti (un ballo mancato, lo scambio di un fazzoletto, il rompersi di una collana) e di impercettibili oscillazioni emotive che J. Edgar rivela quella che è la sua reale grandezza. Vale a dire lo straordinario acume psicologico e la calda humanitas che Clint Eastwood come sempre ci dimostra.

Diletta Pavesi
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