La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Nov 24 2004

Un Serio Professionista

di Alberto Amorelli

Kasper Klein

La Città.
Quella notte diluviava e per strada non c'era anima viva; nonostante la pioggia, vi era un'innaturale nebbiolina che aleggiava in modo sinistro tutt'intorno; fosse stato un giorno normale non ci avrei fatto caso, era il clima abituale della Città, ma, cavolo, era la vigilia d'Ognissanti, tutto era possibile anche l'impossibile.
Affrettavo i miei passi per raggiungere Via del Corvo 6 dove avevo la mia dimora. Ero praticamente arrivato quando vidi uscire dalla casa dei miei vicini, la famiglia Van Sant, un individuo incappucciato con un lungo impermeabile nero; dall'andatura sembrava visibilmente seccato e, mano a mano che ci avvicinavamo l'un l'altro, lo sentii borbottare a voce alta qualcosa d'incomprensibile riguardo a scelte obbligate, doveri dei singoli e cose che devono per forza accadere. Mi veniva proprio incontro, all'improvviso sentii più freddo e mi abbottonai il cappotto, mi raggiunse, passò oltre e poi, inaspettatamente, si fermò.
-Siete Kasper Klein, vero?- mi domandò improvvisamente.
Rimasi stupito. Come faceva a conoscere il mio nome, forse era un abitante del quartiere che ancora non conoscevo. In effetti mi ero trasferito lì solo da pochi mesi, dopo che Diane se ne era andata, dopo la morte di Emil…
-Come fa a saperlo?- domandai io.
-E' il mio lavoro- rispose.
-Cosa desidera?- gli chiesi voltandomi verso quel misterioso ed inquietante uomo in nero.
-Ancora niente, ci si vede in giro- disse, poi scomparve avvolto dalla nebbiolina.
Un po' turbato giunsi finalmente a casa; mentre stavo per aprire la porta mi trovai ad osservare la casa della famiglia Van Sant; povera gente, la signora Helena Van Sant era rimasta vedova appena una settimana prima, ed ora suo marito giaceva sotto una fredda lapide nella terra umida, così le rimaneva solo il figlioletto Johannes.
Entrai in casa pensando a chi potesse essere quell'uomo, chissà, aveva un che di familiare. Era circa mezzanotte quando guardai l'orologio, anche se era presto ero molto stanco, così decisi di andare a letto, non prima però di essermi preparato un latte caldo con cointreau. Lo beveva sempre Emil, a me non piaceva granchè, però in ricordo del mio vecchio amico avevo preso quell’abitudine. Ancora non ci credevo. Il vecchio Emil era morto ormai da quasi un anno. Se ne era andato, così come aveva vissuto, rumorosamente. Un volo di dodici piani, in pieno giorno. Suicidio avevano detto gli agenti di polizia. Non era vero. Non poteva essere vero. Emil stava benone, mai avuto problemi. Aveva 33 anni, come me e come Cristo. Una moglie e due splendidi figli, un lavoro soddisfacente come cronista nel più importante giornale cittadino.Ci conoscevamo da circa venticinque anni. Era il mio migliore amico. Nei mesi dopo la sua morte non mi sono ma voluto rassegnare o arrendere alla versione del suicidio. Non Emil, non era il tipo. In quei lunghi mesi avevo pensato di tutto, cercato ogni spiegazione, ricostruito ogni sua mossa di quel fottuto 12 Aprile. Avevo vagliato ogni ipotesi, non potendo accettare la sua morte, dovevo capire il perché. Fu per quello che Diane se ne andò, ero ossessionato dal fantasma di Emil. Ogni tanto ero convinto anche di sentirne la voce, parlava, rideva scherzava, imprecava, come sempre. Ero sull'orlo della follia.
Un giorno, guardandomi allo specchio una mattina e vedendo il mio volto pallido, emaciato, con la barba incolta e profonde occhiaie capii che non potevo più andare avanti così. Lo capii in tempo per non impazzire, ma non per salvare il mio rapporto con Diane.
Decisi di tornare a vivere, neanche Emil mi avrebbe permesso di fottere tutta la mia vita in quei pensieri. Cambiai aria, mi trasferii. Era quello che ci voleva. Via del Corvo numero 6, eccomi qui.
Nel tempo che impiegai per indossare il pigiama il latte si scaldò, così mi aggirai per casa sorseggiandolo, perso nei miei pensieri. Mi soffermai a guardare dalla finestra del soggiorno la casa dei Van Sant. Vidi, così, Johannes entrare nella propria camera da letto sbattendo la porta. Poi la mia attenzione fu attirata dalla pioggia che inesorabilmente continuava a cadere e così lo vidi; dall'altro lato della strada vi era quella figura nera immobile sotto la pioggia che scrutava. Essendo io molto suggestionabile decisi che era tutto frutto della mia fervida immaginazione, così, distrattamente, riportai lo sguardo sulla camera di Johannes. Una scena agghiacciante mi attendeva: vidi il ragazzo estrarre da un cassetto quella che poteva essere una corda di canapa, passarsela intorno al collo, salire su di una sedia e legare l'altra estremità della corda al robusto lampadario della stanza; ero attonito, ma, quando vidi il ragazzo con un gesto rapido togliersi la sedia da sotto i piedi, lasciai cadere il bicchiere di latte, che ancora tenevo in mano, e gridai. Non di nuovo! Non come Emil! Gridai ma non mi uscì un filo di voce, ero incapace di una qualunque azione, guardai in strada; c'era di nuovo lui sempre là, immobile ed impassibile, chi era l'uomo in nero?
Perchè Johannes si era impiccato?
Queste e molte altre domande affollarono la mia mente. Johannes era là, penzolava lentamente dal soffitto! Chiamai la polizia.
Il giorno dopo, verso le sei di mattina, raccontai ciò che avevo visto alla polizia, non menzionando, non so perchè, l'uomo in nero. Stavo rientrando in casa quando lo rividi. Era in piedi poco lontano, impaludato nel suo impermeabile, mi avvicinai risoluto.
- Cosa c'entra lei con tutto questo?- gli domandai puntandogli un dito al petto.
- Tutto - fu la sua risposta.
- Perchè era là mentre Johannes s'impiccava ?- lo incalzai.
- Aspettavo, è quello che faccio sempre, è il mio lavoro; io presiedo quei tipi d'avvenimento - rispose serio.
- Dio mio! Lei non sarà forse la.....- la parola mi morì in bocca, era troppo assurdo. Lui, vedendo che avevo capito, accennò un sorriso, ed il suo volto pallido s'illuminò un poco; allora n'ebbi la certezza era veramente Lei.
- Non ci rivedremo tanto presto - mi disse, poi aggiunse -…dimenticavo, ti porto i saluti di Emil, dice che puoi smetterla di bere quello schifo – sorrise, gelido come il marmo e si allontanò.
Ero attonito, scosso ed incredulo ma, anche nel mio turbamento, intesi le ultime parole di Helena Van Sant che, poco distante da dove mi trovavo io, in lacrime stava raccontando l'accaduto ad un poliziotto. Nessuno sembrava essersi accorto dell'uomo in nero con cui avevo appena finito di parlare.
- ...non so proprio come riuscirò a vivere con questo dolore... - stava dicendo la signora Van Sant. Finita la dichiarazione la donna mi si avvicinò e mi disse solamente:
- Addio signor Klein - Non riuscii a ribattere nulla.
Rimasi lì, alienato, incredulo. Mentre la donna tornava in casa vidi accanto a lei l'individuo in nero che la cingeva con un braccio.
Ricominciò a piovere. Le prime fredde gocce che cadevano mi destarono dalla mia catatonica incredulità.
Emil.
Imprecai contro il tempo.
Mentre entravo mestamente in casa mi domandai se avrei più rivisto la signora Van Sant.
Era il giorno d'Ognissanti e l'impossibile era accaduto.
Maledetta pioggia.

Scritto da: Alberto Amorelli

Data: 24-11-2004

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