La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Feb 09 2006

Braci

di Alberto Amorelli

una storia del mondo di Arthh

Mekheth non cercò nemmeno di evitare lo schiaffo del suo maestro.
Incassò, come faceva sempre da quando era apprendista di Thazar-De Uuthrak, il mago.
Il bambino di appena tredici anni cadde per terra, sul freddo pavimento di pietra di Emberhold, la torre del mago a Le-Amas, il distretto più nord-orientale di tutto il Kuavalund, al confine con le Terre Alte dell’Danelund.
Maledisse quel dannato uomo, e implorò il dio Adrelas di incenerirlo.
"Dunque, piccolo bastardo senza famiglia, dove hai sbagliato questa volta?" urlò Thazar-De con voce tremenda. Mekheth tentò di rialzarsi. Ma il mago lo colpì con il pesante bastone nero sulla schiena, facendolo ripiombare per terra.
"Non ti ho detto di alzarti, Mekheth" intimò il mago.
Il bambino si accucciò per terra, poggiando la schiena contro la parete. Aveva la carnagione molto pallida con grandi occhi blu, portava il capo rasato come si addiceva ad un apprendista Mago della Confraternita della Fiamma. I Maghi della Fiamma erano una società di usufruitori di magia che da secoli governavano il Kuavalund, spregiudicati e malvagi, i maghi usavano l'arte magica per regnare sui venti distretti del Kuavalund, la loro fama li precedeva, ed erano temuti su tutto Arthh per la loro crudeltà e ferocia.
StudioMekheth guardò il suo maestro con un'espressione indefinita sul volto, i suoi occhi non trasmettevano nulla, né paura, né dolore. Avevano smesso di essere occhi spensierati di bambino ormai da dieci anni, da quando lui, orfano, era stato portato presso la casa del mago. Le sofferenze erano cominciate subito. Thazar-De lo teneva con sé solo perché il saggio Uriel Anskuld un potentissimo Confratello della Fiamma, aveva percepito un potenziale magico immenso ed inespresso nel piccolo. Thazar-De per rispetto e genuina paura nei confronti del suo antico maestro aveva acconsentito ad addestrare il bambino nelle arti magiche, notando subito che il potente arcimago non sbagliava. Mekheth sarebbe diventato un mago formidabile, a modo suo Thazar-De era orgoglioso dei progressi del ragazzino.
Mekheth non aveva mai visto Uriel Anskuld in volto ma sapeva tutto questo, lo aveva capito origliando le conversazioni del suo maestro con altri confratelli, era un ragazzino molto sveglio, che aveva dovuto imparare a crescere più in fretta degli altri suoi coetanei apprendisti di Thazar-De. Mekheth non temeva il suo maestro. A tempo debito lo avrebbe ucciso. Questo pensiero lo manteneva in forze sempre e comunque. Sarebbe rimasto buono a subire finché Thazar-De avesse avuto nozioni e incantesimi da insegnargli. Poi semplicemente lo avrebbe ucciso. Il ragazzino socchiuse gli occhi blu che bruciavano di odio represso.
Thazar-De, un uomo sulla quarantina alto con un corto pizzetto scuro e con il capo completamente rasato sul quale campeggiava un grosso tatuaggio che faceva di lui un Alto Confratello della Fiamma, guardò il ragazzino con quei suoi crudeli occhi neri, che Mekheth conosceva bene.
"E non guardarmi con quegli occhi moccioso!" gli urlò il mago assestandogli una bastonata nello stomaco.
Mekheth sentì una costola che si rompeva, non era la prima volta, non sarebbe stata l'ultima. Sputò sangue e si accasciò su se stesso, ansimando senza fiato.
"Perdonatemi maestro…" farfugliò Mekheth.
"Cos' hai sbagliato questa volta?" domandò di nuovo con voce dura il mago.
"..Non ho mescolato...i giusti ingredienti...in quella pozione…ed è esplosa..." Ansimò guardando Thazar-De che lo osservava severo.
"Spiegati meglio, mio giovane apprendista" intimò il mago chinandosi sul ragazzino.
"…Io…non si deve mai mescolare l'estratto di Tere con la polvere di Izer…"disse Mekheth ripetendo quasi a memoria la formula. Guardò il suo maestro con occhi privi di ogni sentimento, quasi quello che stesse parlando non fosse lui.
Thazar-De annuì.
"Non dimenticarlo Mekheth." Disse. Il maestrosi alzò e con la veste rossa che gli fluttuava tutt'intorno uscì dal piccolo laboratorio, utilizzato dagli apprendisti per i loro esperimenti, e scomparve nei corridoi bui di Emberhold.

Mekheth rimase li, ancora qualche istante, appoggiato alla parete, per riprendere fiato. La costola gli faceva incredibilmente male, sarebbe dovuto andare da Farstung il sacerdote di Adrelas al servizio di Thazar-De. Il vecchio lo avrebbe curato, come faceva ogni giorno. Da ormai più anni di quanti Mekheth amasse ricordare.
Ma prima avrebbe dovuto mettere a posto il laboratorio, non osava pensare quello che Thazar-De gli avrebbe fatto se lo avesse trovato ancora cosparso dei cocci della pozione esplosa.
Il ragazzino si alzò, a fatica.
Si lisciò la veste rossa. Lentamente prese la scopa ed iniziò a pulire la stanza.
Un unico pensiero gli attraversò la mente.
Voleva il sangue di Thazar-De sulle sue mani.
Prima o poi.

Ripulito il laboratorio, Mekheth andò da Farstung.
Il vecchio arcigno chierico non sembrava sorpreso della sua presenza. Nella piccola dimora del sacerdote viveva anche sua nipote una giovane di un anno più giovane di Mekheth, il suo nome era Chathi. La ragazzina dai capelli neri e dai grandi occhi verdi lo accolse con un sorriso, Mekheth abbozzò un sorriso.
"Quale osso oggi?" chiese il vecchio Farstung con un ghigno.
Mekheth odiava anche lui, ma almeno quel vecchio schifoso poteva rimetterlo in sesto dopo ogni punizione di Thazar-De. In contrasto con il vecchio nonno Chathi era molto carina e gentile, anche con lui.
Farstung lo curò usando l'energia divina trasmessagli dal sommo Adrelas, il dio del fuoco.
Pochi minuti dopo il ragazzino era già fuori, diretto verso le sue stanze.

Mekheth attraversò il cortile di Emberhold con rapidi passi; incontrò altri apprendisti di Thazar-De. Nessuno lo degnò di uno sguardo. Anzi i pochi che lo guardarono risero di lui.
"Guardate c'è Mekheth OssaRotte!" lo apostrofavano ridendo.
Mekheth incassò e continuò per la sua strada. Salì le scale della torre.
Finalmente il giovane apprendista giunse nei corridoi che portavano alle sue spoglie stanze.
Arrivando nel corridoio di fronte alla sua stanza Mekheth si fermò guardingo.
Due apprendisti di Thazar-De erano in piedi vicino alla sua porta. Riconobbe Vaderis Fezim, giovane rampollo di una famiglia nobile Kuavan, e un suo amico Zubaran Zhirkosa; erano entrambi più vecchi di lui di circa tre anni. I due sembravano attenderlo.
Mekheth si preparò al peggio e avanzò fino alla porta, guardando fosco i due.
"Ciao Senza Famiglia" lo apostrofò Vaderis. Mekheth non rispose e si affrettò ad estrarre la chiave della stanza da una tasca.
"Beh cos'è tutta questa fretta Mekheth…" lo interrogò Zubaran." Non si salutano più due vecchi amici?" continuò con finto tono offeso.
"Lascialo perdere Zubaran, non vedi che ha fretta di incontrare il suo ratto schifoso" disse disgustato Vaderis. Mekheth si bloccò. Cosa c'entrava il suo famiglio, Coda? Infilò veloce la chiave nella toppa, con un senso di disagio.
"Già Vaderis, lasciamolo tornare dal suo vero amore, l'unico che sopporta la sua presenza" concluse ridendo Zubaran. Mekheth sentiva un senso di disagio sempre maggiore. Quando finalmente aprì la porta della sua stanza si rese conto di cosa fosse.
Sul suo letto giaceva Coda con il ventre squarciato da un pugnale.
"Noo!" urlò Mekheth.
"Ma cosa succede se il suo unico amore muore?" disse ridendo Vaderis. Zubaran prese a ridere.
Perché così tanto odio? Mekheth non capiva. Perché il topo? Lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi blu.
"Perché?" disse semplicemente.
"Sai Senza Famiglia, avevo trovato così interessante la lezione di vivisezione, oggi…che dovevo assolutamente fare i compiti a casa" rispose Zubaran ridendo di gusto.
Mekheth digrignò i denti. Si voltò verso i due.
"Allora Zubaran lascia che anch'io faccia i miei compiti" gridò gettandosi contro di lui.
Zubaran fu preso alla sprovvista. Mekheth mosso solo da un cieco odio lo scaraventò a terra e lo colpì ripetutamente al volto. Prima un pugno, poi l'altro inesorabilmente. Zubaran gridò e cercò di liberarsi del ragazzino, ma Mekheth era oramai incontrollabile.
Imprecando Vaderis intervenne. Pronunciò alcune parole magiche e un sottile raggio azzurro ghiaccio partì dalla sua mano destra protesa. Il raggio colpì Mekheth su di un fianco. Il giovane gridò e si ritrasse. Si sentì subito debole. L'effetto dell'incantesimo.
Zubaran fu subito su di lui, accecato dalla rabbia, gli mise le mani intorno al collo ed iniziò a stringere. Mekheth spalancò gli occhi.
"Ti uccido sporco senza famiglia!" urlava
Dietro a Zubaran, Vaderis rideva malignamente.
"Non trovi che Zubaran sia stato molto bravo con il coltello, che taglio preciso! Che mano chirurgica!" disse Vaderis ridendo.
E qualcosa si svegliò dentro Mekheth.
Il ragazzino afferrò i polsi di Zubaran con forza. L'altro lo guardò stupito e iniziò a stringere maggiormente la gola di Mekheth. Sarebbe stata l'ultima cosa che Zubaran Zhirkosa avrebbe fatto con le mani. L'apprendista mago tredicenne allora spalancò gli occhi blu, risplendevano di una luce terribile.
"Zaxa pira" mormorò Mekheth, in una lingua che Zubaran non capì.
Dalle mani del ragazzino esplosero delle crepitanti fiamme rosse, che avvolsero le mani e i polsi di Zubaran bruciando ogni cosa, maniche, bracciali e carne.
Zubaran urlò e si ritrasse con le mani in fiamme, ma Mekheth non mollò la presa; anzi, strinse maggiormente. Sentiva un'incredibile energia dentro di se che bruciava per essere liberata. Bruciava inesorabile come la fiamma del divino Adrelas. Bruciava come le mani di Zubaran.
Il giovane urlando dal dolore era caduto inginocchio, Mekheth con il fuoco di Adrelas che gli usciva dalle mani torreggiava su di lui.
Vaderis era pietrificato dalla paura.
Mekheth si sentiva potente. Il sommo Uriel Anskuld aveva ragione! Era invincibile avrebbe potuto dare fuoco interamente a Zubaran, a Vaderis e a tutta quella maledetta Emberhold! E perché non avrebbe dovuto farlo? In quella dannata torre tutti lo odiavano, tutti erano sempre pronti a prendersi gioco di lui, a denigrarlo a sbeffeggiarlo a sputargli addosso, a picchiarlo. Tutti lo odiavano senza motivo ad Emberhold! Almeno avrebbe dato loro un motivo per odiarlo! Tutti si meritavano di morire per mano sua, dal suo maestro Thazar-De all'ultimo di quegli schifosi apprendisti! Tutti!
Lui odiava tutti!
Poi un volto fece capolino nella sua mente offuscata dal dolore. Grandi occhi verdi. Capelli neri. Sorriso sincero. Chathi non meritava di morire. L'unica persona che era gentile con lui, sempre.
Mekheth tornò in se. Lasciò i polsi di Zubaran che si rotolò per terra rantolando, folle dal dolore. Le mani ridotte ad inservibili estremità totalmente ustionate.
Mekheth si guardò le mani. Le fiamme devastanti andavano affievolendosi nelle palme.
Di cosa era stato capace?
Poi si accorse di Vareris, ma troppo tardi! Il giovane Kuavan aveva afferrato una delle pesanti torce che illuminavano i corridoi. Con un solo movimento gliela fracassò in testa.
Mekheth cadde pesantemente al suolo.
Poi vide nero.

La prima cosa che Mekheth percepì fu qualcosa di fresco sulla fronte.
Tentò di aprire gli occhi.
"Non ti sforzare Mekheth.." Gli sussurrò una voce pacata.
Ma il giovane, lentamente aprì gli occhi. Vide Chathi che lo guardava con quei grandi occhi verdi.
Poi la stanza vorticò intorno a lui. Mekheth, sentì lo stomaco che gli si rivoltava, si girò da un lato e vomitò. Non una ma ben tre volte di seguito. Poi si placò, ansimando si voltò.
Chathi era seduta accanto a lui, con una pezza umida in mano. Lo guardava preoccupata.
"Come ti senti Mekheth?" domandò la ragazzina.
"Svuotato…"mormorò lui.
"In tutti i sensi ragazzo" una voce sgradevole intervenne. Farstung.
Mekheth vide il vecchio sacerdote che si avvicinava lentamente. Era cupo in volto. Lo guardò con occhio clinico.
"Tra poche ore starai bene…" sentenziò secco. "..Almeno tu…" concluse con un ghigno.
"Cosa vuoi dire?" farfugliò Mekheth. Poi come in risposta a quella domanda il ragazzo si ricordò delle fiamme magiche.
"Zubaran Zhirkosa, non potrà mai più diventare un mago" disse Farstung.
"Come?" chiese Mekheth lentamente.
"Le sue mani sono inservibili, non potrà mai più lanciare un incantesimo, per puro miracolo non gliele abbiamo dovute amputare...Bel lavoro che hai fatto ragazzo…" sbottò il vecchio.
Mekheth rimase in silenzio. Non tanto per quanto era accaduto a Zubaran, quello psicopatico se lo era meritato. Mekheth pensava già alla punizione che Thazar-De gli avrebbe inflitto, i Zhirkosa erano una famiglia importante di Le-Amas, avere il loro primogenito così orrendamente storpiato non avrebbe sicuramente fatto loro piacere.
"Thazar-De?" domandò lentamente Mekheth.
"Sta arrivando ragazzino. E non è contento" disse serio il sacerdote.
Per un attimo il ragazzo incrociò lo sguardo preoccupato di Chathi.
Poi con un tonfo improvviso la porta della dimora di Farstung si spalancò. Fuori era già sera.
Sull'uscio si stagliò l'alta figura di Thazar-De Uuthrak.

Mago della FiammaLa punizione fu esemplare.
Mekheth fu rinchiuso nelle umide celle sotto Emberhold per un mese. Un tempo la torre era una prigione, ai muri di ogni singola cella vi erano ancora fissate delle catene, e scheletri e ossa di dimenticati prigionieri arredavano le umide stanze.
La punizione prevedeva il totale digiuno per trenta lunghi giorni. Se il ragazzino fosse morto di stenti, cosa assai probabile in verità, tanto meglio, sosteneva Thazar-De, un grattacapo in meno.
Ma la buona sorte aiutò il giovane Mekheth. Chathi di nascosto portò ogni giorno qualcosa da mangiare. Poca roba in verità, ma che veniva divorata dal prigioniero in brevissimo tempo. Lei rimaneva durante tutto il pasto e si soffermava talvolta a parlare un po' con il giovane.
Per Mekheth la ragazzina era diventata l'unica forma di gentilezza che quello schifoso mondo gli aveva riservato. Gli piaceva parlare con Chathi, era sempre così allegra e spensierata. Giorno dopo giorno si trovò ad attendere sempre con più trepidazione la venuta della ragazzina.
Un giorno Chathi tardò; Mekheth si stava giusto iniziando a chiedere dove la ragazzina fosse finita quando sentì dei passi fuori dalla sua cella.
Aguzzò la vista, una figura nella penombra si stava avvicinando lentamente.
"Chathi, sei tu?" mormorò titubante.
"No" rispose una voce imperiosa e profonda. Poi una figura incappucciata ammantata di oscurità si materializzò vicino alle sbarre della prigione.
"Chi sei?" chiese Mekheth con voce tremante. Quella strana figura lo spaventava.
"Un amico" rispose l'uomo.
"Io non ho amici" rispose secco il ragazzo.
"E quella ragazzina allora?" domandò l'uomo.
Mekheth lo fissò in silenzio.
"Sei un ragazzino interessante Mekheth…" mormorò la figura ammantata.
Il giovane apprendista cercò di scrutare tra le pieghe del cappuccio dell'uomo, ma trovò solo due occhi neri luminosi, profondi che lo fissavano intensamente.
"Cosa vuoi da me?" domandò Mekheth.
"Solo farti un dono..." Mormorò l'uomo. Poi si chinò, ed estrasse qualcosa da una tasca della tunica. Due vispi occhietti rossi fissarono l'oscurità.
"Coda?" balbettò incredulo il ragazzo.
Il famiglio rispose con uno squittio e corse verso il padrone. Mekheth sentì gli occhi inumidirsi.
"Un altro amico. Per ogni cosa vi è un prezzo da pagare ragazzo.." Disse con voce monocorde l'uomo ammantato.
"Cosa intendi?" Mekheth fissò l'uomo stringendo al petto Coda.
"Rendimi orgoglioso di te ragazzino. Continua a studiare la magia. Diventa il Confratello dell Fiamma più potente che il Kuavalund abbia mai avuto. Fa in modo che il tuo nome sia temuto da tutti, pronunciato con timore reverenziale dai nemici e specialmente dagli amici. Il tuo futuro è glorioso." Concluse l'uomo alzandosi.
Mekheth lo guardò. Un nome gli attraversò la mente.
"Mekheth, ho investito molto su di te..." disse l'uomo scomparendo nelle ombre da cui era sgorgato.
"…Uriel Anskuld.." Mormorò Mekheth.
Ma più nessuno lo poteva sentire, lo strano uomo ammantato era scomparso nel nulla.
Sopraggiunse Chathi, scusandosi per il ritardo. Mekheth non le rispose.
"Mekheth, che c'è che non va? Sembra che tu abbia visto un fantasma?" chiese Chathi al ragazzo.
"Nulla, Chathi…"Rispose Mekheth, mettendo a fuoco solo ora il volto sottile della ragazzina.
"..Nulla..." Mormorò accarezzando il pelo di Coda.



Scritto da: Alberto Amorelli

Data: 09-02-2006

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