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Il prezzo della libertà
Un magnifico affresco della NY anni '30
Grande cast...
testo alternativoCATEGORIA: Film d’autore con concessioni al grande pubblico
Negli Stati Uniti degli anni ’30, nel pieno del New Deal roosveltiano teso ad assicurare condizioni minime di vita in seguito alla depressione, anche il teatro vive delle sovvenzioni statali. Orson Wells cerca di mettere in scena una piece teatrale rivoluzionaria, mentra il pittore Rivera dipinge Lenin nel Rockfeller Center e i sindacati fanno una dura lotta contro gli imprenditori americani che trattano segretamente con Mussolini.

Tim Robbins racconta di un periodo confuso, a tratti impossibile da rappresentare ma vivo e vitale come pochi altri nella storia americana, e lo fa con i toni e i colori di un musical che si confonde con la protesta sociale. Tra la nascita della Commissione per le attività anti – americane, che vedrà il suo apice con la presidenza McCarthy nel secondo dopoguerra, e la repressione dei movimenti operai, il dipinto che l’ex attore dinoccolato ormai diventato grande regista fa del suo paese è emozionante e imprecisa, ridondante e altmaniana.

Il musical che sta al centro dell’affresco è “Cradle will Rock”, uno dei tanti progetti di Wells che naufragheranno, progetti sempre in bilico tra il titanismo del regista e il fallimento totale. Molto bravo Robbins a sfuggire ad una facile agiografia del genio Wells, rappresentandolo come umorale e scostante, mettendone in scena i difetti più che i pregi, quasi a voler dire che nulla più delle sue opere può mostrare la genialità dell’autore di Quarto Potere.

Il regista mostra la società americana divisa in due blocchi, da un lato i ricchi, incuranti delle poverissime condizioni del paese, e dall’altra la stragrande maggioranza della popolazione, preoccupata di far coincidere nello stesso giorno il pranzo con la cena. Connessione tra questi due mondi gli artisti, sempre in bilico tra denuncia sociale e pagamenti sontuosi, in bilico tra un Riviera rivoluzionario che accetta i soldi di Rockfeller e Wells, che a parole non sembra poi così estremista ma che di lì a tre anni getterà scompiglio sul magnete della carta stampata Hearst,tra l’altro rappresentato nel film in questione, con il sopraccitato capolavoro che costerà all’inventore del cinema moderno la tranquillità di tutta la futura carriera.

Se stilisticamente Robbins omaggia Wells all’inizio del lungometraggio con un mirabolante piano sequenza, il vero riferimento cinematografico è Altman, con le sue storie corali e i suoi affreschi tesi a mostrare un’epoca attraverso storie incrociate. Il lavoro è confuso in alcuni punti, ma il coraggio sia stilistico che tematico mostrato dal regista è encomiabile e sopravanza ampiamente i difetti riuscendo a commuovere e a fare un’analisi attenta e interessante del periodo storico. Ma come ogni romanzo storico che si rispetti l’ambientazione d’epoca è un pretesto per parlare dell’oggi, come un’inquadratura della Time’s Square odierna esplicita chiaramente.

Si aggiunga a tutto ciò una carrellata di attori straordinari, non necessariamente star, ma di livello qualitativo encomiabile. Da Susan Sarandon a John Turturro, da Bill Murray a Emily Watson passando tra John e Joan Cusack e concludendo con una magnifica Vanessa Redgrave non si capisce in effetti come sia potuto passare in sordina un lungometraggio così ricco di talento. Oppure certo che si capisce, visto che siamo così “malfidenti”. E’ certo che, in questo momento così patriottico è un lungometraggio scomodo e fastidioso. Molti giornalisti americani ne hanno proposto il boicottaggio accusandolo di anti – americanismo, come se ancora fossimo in periodo di caccia alle streghe, per il suo tono progressista e quasi rivoltoso. Noi invece ve lo consigliamo in pieno, non è un film perfetto, a tratti è troppo esuberante e di maniera, ma è un lungometraggio sincero e coraggioso, e decisamente più interessante della media. Da vedere in questa ennesima estate povera di cinema.

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