RECENSIONI \ Sentenced - Greatest Kills

death metal: melodie e solitudini

di Ilaria Battistella
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gruppo SentencedProvate ad immaginare una landa desolata: la neve scende monotona dal cielo, l’ oscurità regna incontrastata per la maggior parte dell’ anno, tutto vive nell’ immobilità e si ciba di silenzio. Se anche solo per un istante riuscirete a fare vostro questo spettrale scenario potrete capire perché i finnici Sentenced facciano parte di quel fenomeno chiamato volgarmente depressive metal.
Greatest Kills (della Century Media) è un album datato 1997, che antologizza i vecchi “successi” della band (tratti dai precedenti Amok, Down, Shadows of the past, Love & Death, The trooper, North from here) e le diverse line up, nelle quali spiccano i nomi di Miika Tenkula (inizialmente al basso, poi lead guitar), Sami Lopakka (chitarra), Vesa Ranta (batteria) e Taneli Jarva, basso e voce storica del gruppo, sostituito nel 1997 da Ville Laihiala, l’ attuale frontman. Le quindici tracce della raccolta ripercorrono le tappe fondamentali dell’ evoluzione sonora della band, approdata ad un melodico dark-death dai risvolti progressivi, dopo un passato decisamente pesante e propriamente death.
“Nessuna via d’ uscita alla nostra miseria, soli nel dolore e nell’ agonia, distesi, depressi e vuoti, un solo pensiero nella nostra mente – nessun domani…”: i primi versi di Noose (cappio) suonano come una vera e propria dichiarazione di poetica, accompagnata da una ritmica di chitarra ben scandita e non troppo veloce.
Nepenthe vanta un intro mozzafiato, atmosferico ed intenso, ed i virtuosismi death delle chitarre creano una melodia impreziosita dai lamenti gotici di una vocalist, in questo brano dedicato “…a tutte le lacrime, le paure, le bugie ed i pianti del passato…”.
La terza traccia, dal significativo titolo Sun won’ t shine, propone nuovamente un intro d’ effetto e riff melodici, sui quali spicca una voce che ricorda dolorosamente come fosse possibile vedere “…nei suoi occhi, la nascita delle stelle…”. La luce dell’ amore si è oscurata.
Dance on the graves sorprende per i velocissimi riff e la violenta ritmica di batteria, soprattutto verso la conclusione del pezzo, mentre la strofa di The way I wanna go ricorda sonorità più gotiche: il parlato alla Peete Steele (il “Don Giovanni crepuscolare” dei Type O Negative, citando la guida al metallo pesante del mitico Signorelli) accentua l’ effetto sepolcrale del brano, che acquista incisività soltanto nel ritornello.
Seguono White wedding, tutta giocata sulla linea di basso e la melodia della chitarra, e My sky is darker than thine, che caratterizzata da un crescendo di violenza, velocità, virtuosismi e urla rabbiose, rappresenta il pezzo più death dell’ album. Peccato per il titolo, che suona molto come “l’ erba del vicino è sempre più verde”, sebbene qui il chiaro di luna domini il paesaggio e gli stati d’ animo.
La cover della celebre song The trooper degli Iron Maiden è migliore dell’ originale (a tutti i seguaci del heavy più tradizionale: non insultatemi!): l’ interpretazione è potente, la tecnica impeccabile, le chitarre taglienti, il groove devastante.
La nona traccia s’ intitola New age Messiah e celebra il “…figlio della Terra…la sacra Terra…” e la sua visione del “…regno pagano della natura…”, di matrice non proprio politically correct, mentre Desert by night, dalla sonorità più incisiva, sfuma in conclusione nella splendida melodia di una tastiera, intensificando l’ identificazione (propria del testo) dell’ io lirico con la natura, in una sorta di estasi panica che precede il sacrificio di se stessi.gruppo Sentenced
No tomorrow (l’ unico inedito della raccolta) è introdotto da un malinconico arpeggio di chitarra che viene più volte ripreso nel corso del brano, e come sonorità si avvicina più ad album come Frozen o Crimson.
Oscurità e morte nella furia interpretativa di The truth, caratterizzata da un groove pesantissimo, virtuosismi chitarristici che richiamano la malvagità del black metal e che ci portano lungo“…la via dalla quale proveniamo…da qualche parte nell’ oscurità del tempo…”.
Awaiting the winter frost è un brano velocissimo, le chitarre sono quasi da convulsione e realizzano il nero “…incantesimo dell’ odio puro…”, in una battaglia all’ ultimo sangue che porterà il dominio del gelo e “…la pace pagana…”.
“Come le rose appassiscono, così anche la speranza, mentre ci avviciniamo alla fine del nostro destino…”: incoraggiante non è vero? Soprattutto dal momento che questa frase appare in una canzone dal titolo Crumbling down (give up hope), letteralmente “in rovina (nessuna speranza)”.
L’ ultima traccia, In memoriam, si apre con il rumore amico del fuoco, che però non fa in tempo a riscaldarci l’ anima perché interrotto da un cupo arpeggio; la canzone giunge ben presto, incisiva, possente, scura: “Nel buio, nella morte, gli occhi non possono vedere, non posso provare, nessuna voce, nessuna luce, nessuna esistenza, il vuoto di un sogno mi incanta…pace della mente…”.
Forse non è poi così difficile capire perché tanti gruppi scandinavi come i Sentenced siano approdati a questo genere: quando le tue muse sono il silenzio e la solitudine, anche l’ anima della musica non può che riflettere la desolazione.

01-02-2006 - visite: 10060

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