LIVE \ Un incantesimo chiamato Radiohead

quando l' essenza della musica si rivela

di Ilaria Battistella
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gruppo LowUn altro biglietto da aggiungere alla mia infinita collezione, un concerto che non potevo assolutamente perdere quello di ieri sera, 5000 persone circa tra italiani e stranieri, tutti aspettavano i Radiohead, per la quarta delle date del loro tour italiano, che ha toccato anche Bergamo e Firenze.
Hanno aperto la serata le malinconie sonore dei Low, trio di Duluth (Minnesota), formato da Alan Sparhawk (voce e chitarra), Mimi Parker (voce e percussioni) e Zak Sally (basso); con già sette album alle spalle, muniti di una strumentazione essenziale, i Low hanno proposto il loro repertorio, i cui brani minimali ed evocativi hanno cullato il pubblico, e a tratti anche sfiorato la monotonia sonora.
Giochi soffici di melodie, tempi lenti e sottili incontri di voci tra Mimi e Alan: forse poco originali ma piacevolmente cupi.
Cambio di strumentazione: una sfilata di chitarre di ogni tipo, batteria, basso, un pianoforte, un sintetizzatore: Thom Yorkearrivano i Radiohead, accompagnati dal groove psichedelico di The national anthem, che irrompe con le sue vibrazioni magnetiche e crea una sorta di delirio mistico nel pubblico: Yorke sale sul palco e saluta, esile e pallido. Empatia crescente.
Quasi due ore di delirio no-stop, tra i nuovi brani di Hail to the thief (a detta del gruppo album più solare dei precedenti) ed i successi di sempre: vibrazioni elettroniche e pulsazioni per I might be wrong ed Idioteque, tratti dai due album gemelli Amnesiac e Kid A, capolavori di sperimentazione che hanno sorpreso e diviso la critica di tutto il mondo.
There there (l’ ultimo singolo uscito), dal ritmo cupo ed incalzante, si fa riconoscere dalle prime note: Yorke ed ‘O Brien trasudano emotività da tutti i pori e si lasciano trascinare dalla musica e dai battiti, ricchi di echi primitivi ed ombrosi; Where I end and you begin e Sit down, stand up sono capolavori di intensità e perfezione nera, avvolgenti e visionari, ma anche diretti nella loro semplicità esecutiva.
Everything in its right place trascina verso dimensioni parallele, surreali, sospese tra vortici di sensuale melodia e staticità nevrotica, mentre Like spinning plates eseguita al pianoforte da Yorke in una versione struggente tocca uno dei vertici di massima bellezza dell’ esibizione, al limite della commozione: la voce calda, profonda, avvolgente, pulita, si regala ancora una volta nella sua semplicità e ricercatezza (che ho sempre creduto arricchita da effetti di ogni tipo) e brilla di una naturalezza propria ed assoluta, rara e magica, evanescente.
La melodia acustica di Go to sleep rievoca a tratti il vecchio rock del gruppo ed il viaggio continua con Paranoid android, The tourist e Lucky,gruppo Radiohead tratti dallo storico Ok computer, fino a quando la dolce ninna nanna No surprises fa capolino in punta di piedi, pallida e leggera, e balla attraverso l’ oscurità della piazza.
Anche se (s)fuggiti senza prima aver suonato Karma police, credo che dopo un concerto del genere perdonerei proprio tutto ai due Greewood, Selway, ‘O Brien e Yorke, semplicemente per le emozioni che hanno saputo creare ed il trasporto con cui hanno suonato, che li ha consacrati, non solo a livello internazionale, ma prima di tutto in un posto speciale del mio cuore.












01-02-2006 - visite: 12926

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