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Buongiorno, Notte
Il sequestro Moro, visto da un grande autore
regia di Marco Bellocchio
CATEGORIA: Beoo, beooo. Capio niente...ma beeooo!


Buongiorno, Notte è stato il caso cinematografico dell’ultima mostra di Venezia. Atteso vincitore non è stato votato dalla giuria se non per un premio minore che ha fatto infuriare il regista Marco Bellocchio, visto che riteneva quel premio non adeguato al suo lavoro.
E i motivi per cui non ha vinto sono comprensibili e entrano a fare parte del giudizio critico che daremo per il film. 9 giurati su 12 della mostra erano stranieri: Buongiorno, Notte è invece un film che si concentra intimamente sulla storia italiana, che necessita di una conoscenza piuttosto profonda dell’evento più lacerante della recente storia del nostro paese, il sequestro e l’omicidio del Presidente dell’allora Democrazia Cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Bellocchio sfugge dall’incubo del cinema di denuncia italiano e sacrifica la verosimiglianza storica della vicenda per concentrarsi sui rapporti umani e sociali tra i personaggi, anche se la Storia non abbandona mai il processo narrativo del lungometraggio. Il regista mette in scena i conflitti tra le persone e le idee, tra la politica e le sue pratiche, concentrandosi maggiormente sul lacerante confronto interno della sinistra italiana. Sì, perché Buongiorno, Notte è un film decisamente di parte, ma non perché sia partigiano nella sua costruzione, quanto perché le riflessioni e le emozioni che suscita sono direttamente riconducibili ad una parte del pubblico, al popolo comunista che fu posto dai terroristi di fronte ad un bivio lacerante. Un bivio di fronte al quale si trovò lo stesso autore, che mai ha nascosto la propria appartenenza politica.

La trama è ai limiti dell’essenziale: il sequestro Moro viene mostrato dal lato dei suoi carcerieri, ed in particolare attraverso gli occhi di Chiara,la strepitosa Maya Sansa, unica donna del plotone che lo rapì e assassinò 5 uomini della sua scorta. L’opera si focalizza sulle trasformazioni che avvengono nelle persone, messe in stretto contatto con l’uomo Moro, un potente strappato alla sua condizione e posto nella situazione del recluso. Recluso come i suoi carcerieri, in alcuni dei quali si istillano dubbi sulla loro reale forza e etica rivoluzionaria. Chiara non partecipa attivamente alle operazioni terroristiche, è la donna di casa, e con grande acume Bellocchio mostra tra le altre cose la misoginia di quel gruppo che voleva rendere uguali tutti gli uomini.

Naturalmente per comprendere appieno il lungometraggio si devono possedere ottime conoscenze della vicenda, il regista non ha intenti educativi o didascalici e pertanto al pubblico meno accorto non consigliamo la visione del film. Inoltre è costruito con rara complessità stilistica: giocato tutto attraverso dettagli posti fugacemente all’attenzione dello sguardo dello spettatore. Procede per momenti e suggestioni, lasciando il tempo per riflettere tra un evento e l’altro, passaggio scandito dall’ineluttabilità degli eventi storici.

Il regista evita magistralmente la trappola della dietrologia, evitando inutili quanto pericolose polemiche: l’abbandono di Moro da parte dei suoi compagni di partito e le pressioni degli stessi sul Santo Padre sono messi sullo sfondo, per lasciare il fuoco della implacabile macchina da presa sulla lacerazione che l’evento in se ha prodotto. E’ chiaro che questa vicenda sia stata uno spartiacque della politica italiana: allo stesso modo è stata una rottura incredibile nella partecipazione degli attivisti di sinistra, o per meglio dire comunisti. Un punto di non ritorno, che ha segnato la fine dell’attivismo e l’inizio anticipato del riflusso e del disimpegno degli anni ’80.
L’appartenenza del regista a quel mondo, e la sua intima lacerazione viene trasmessa ora agli spettatori, nell’intento di chiudere una volta per tutte i conti con un passato che ha visto i sogni di un mondo migliore infrangersi contro le P38 e gli atti del terrore.
Di assoluto impatto e grande coinvolgimento è una scena: un vecchio partigiano intona per una tavolata Fischia il Vento, tutti la cantano a squarciagola, tranne Chiara, che sta davvero sparando e che tiene segregato in casa sua il Presidente Moro e resta muta. Lo iato non è più ricomponibile, le BR si muovono su un terreno che non è più popolare, a parole fanno riferimento ad un mondo, quello dei proletari e degli emarginati, che però non rappresentano; ormai sono solamente i rappresentanti di se stessi, lontani anni luce da quelle persone per cui sostengono di combattere.

Dicevamo che Bellocchio non insegue la verità storica: usa il sequestro Moro come esempio morale, mettendo in scena la disgregazione umana e politica di un universo. Ma soprattutto usa le armi come discriminante fondamentale: la rappresentazione di mitra e pistole sono il segno fondamentale del punto di non ritorno a cui sono giunti i brigatisti, il segno del mar Rosso che ormai li separa dal vasto popolo della sinistra.

Si parlerà molto di questo film, e le polemiche lo stanno aiutando a livello di incassi, per fortuna. Certo non è un lavoro per tutti i pubblici, di questo siamo perfettamente consapevoli. Ma è vicino ad essere un capolavoro, e solo un po’ di tempo e maggiori riflessioni potranno darci la possibilità di dare un giudizio definitivo.
Per ora lo consideriamo come uno dei più grandi film italiani degli ultimi anni, capace di emozionare e far riflettere, e oggi non è cosa da poco.

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