RECENSIONI \ Il teatro dei sogni

Images and words

di Ilaria Battistella
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Images and words coverAnche se quello dei Dream Theater è sempre stato un gioco di squadra, sarò scontata nell’ esprimere il parere (credo condiviso da chiunque) che definirli una rock band sia assolutamente riduttivo: la loro fama di “domatori del pentagramma” ha raggiunto livelli mondiali (sfiorando occasionalmente il rischio dell’ autocelebrazione!), ma loro sono ancora qui, dopo essersi aggiudicati un posticino speciale nell’ olimpo dorato del mondo musicale (…e sembra proprio che non abbiano alcuna intenzione di cedere il loro primato).
Formatisi nel lontano 1987, danno vita ad Images ad words (Atlantic Recording Corporation) soltando nel 1992: quest’ album, diventato l’ emblema del progressive metal, prende vita in seguito alla sostituzione del vecchio vocalist Charlie Dominici con un nuovo e talentuoso singer, James La Brie.
E l’ odissea di Kevin Moore (a quel tempo tastierista del gruppo), John Myung (basso), John Petrucci (chitarra) e Mike Portnoy (batteria e percussioni) inizia così, con la furia eclettica di Pull me under, la cui potenza travolge e lascia senza respiro.
Another day, celebrativa ma intensa, è la ballata della speranza: ogni strumento sa esattamente quando e come porsi, il risultato è una melodia che andando al di là della semplice canzone diventa colonna sonora di uno stato d’ animo.
Take the time è tecnica allo stato puro e sembra voler prendere il volo per non tornare più sulla terra, mentre Sorrounded (uno dei classici del gruppo) ci avvolge nel suo sogno senza fine: “…Il mattino arriva troppo presto, e la notte giunge troppo tardi, e qualche volta tutto quello che vorrei è aspettare…”.
La melodia di Metropolis – part 1 “The miracle and the sleeper”potrebbe benissimo non essere accompagnata dalla voce di La Brie, infatti si completa da sola. Ascoltandola si ha la perenne sensazione di essere nel bel mezzo di una battaglia per la vita, in un’ apocalisse quotidiana, che dona contemporaneamente angoscia e speranza; la ritmica, da convulsioni a dir poco, è eccezionale, virtuosismi di ogni genere si sprecano, come al solito.
Under a glass moon vale la pena di essere ascoltata solo per la furia e la velocità di esecuzione del ritornello: “…Fuori dal silenzio della tua mente, immergi la tua anima in lacrime d’ argento, sotto un oscuro cielo estivo, pregando il tempo di svanire…”.
Non troverò mai le parole adatte ad eguagliare l’ intensità di Wait for sleep, da brividi, credo che le lacrime di una qualche divinità debbano essersi sciolte sul pianoforte che ha generato questo incantesimo: “…Dritta alla finestra, gli occhi fissi alla luna, sperando che i ricordi lascino presto il suo spirito (…) e l’ acqua non può ricoprire la sua memoria, e la cenere non può rispondere al suo dolore, Dio, dammi il potere di prendere il respiro dalla brezza e chiamare vita questa gelida cornice di metallo (…) ora e per sempre avvolto nel mio cuore e nel cuore del mondo…”.
Indispensabile chiusura dell’ album è Learning to live, un altro classico caratterizzato da un’ esecuzione impeccabile: potrebbe essere la canzone perfetta, ammesso che esista una canzone dei Dream Theater non definita come tale!
Qualcuno ha mai fatto notare a questi “ragazzi un po’ cresciuti” che sbagliando si impara? Ma si sa, l’ eccezione conferma la regola…e loro sono un’ eccezione, potente e longeva.











01-02-2006 - visite: 10864

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