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Mystic River
Il nuovo film di Clint Eastwood
con Sean Penn e Tim Robbins
CATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Jimmy, Sean e Dave sono tre bambini di undici anni. Un giorno, mentre stanno giocando nel loro quartiere abbarbicato sul fiume Mystic in quel di Boston, uno di loro viene rapito per quattro giorni, durante i quali sarà ripetutamente seviziato. Riesce a scappare, ma la sua infanzia non sarà più la stessa e l’evento crea una frattura insanabile tra i tre.
Venticinque anni dopo saranno riuniti in una tragica circostanza: la figlia diciannovenne di Jimmy viene uccisa, Sean, divenuto poliziotto, dovrà indagare sulla sua morte, e Dave, non si da pace dell’accaduto.

Plot scarnificato ed essenziale per la nuova regia di Clint Eastwood, un poliziesco che fatica a definirsi tale per il suo interesse non tanto rivolto all’indagine quanto ai rapporti tra i personaggi, agli intrecci delle loro vicende private e alle tragedie che li dividono e li uniscono. La morte della ragazza diviene il nuovo trauma, come lo era stato quello di Dave, che è motore immobile delle vicende e delle vite dei personaggi attorno ad un fiume che fin dal titolo dimostra di non essere solo scenografia, ma personaggio integrato nella trama.

L’autore americano ci mostra passo dopo passo gli eventi, come un giocatore di poker che spizza lentamente le sue carte, e non ha nessuna fretta di farlo, non c’è nessun bisogno di correre quando l’ineluttabile destino ci aspetta.
Il pessimismo di Eastwood raggiunge in questo film il suo apice assoluto. Non c’è salvezza, né grazie a Dio, né grazie agli uomini, per nessuno. Le lente inquadrature che si susseguono e che si alzano verso il cielo mostrandoci gli eventi dall’alto sembrano suggerire uno sguardo divino, ma esso è distante e disinteressato, e da lì non arriverà salvezza o espiazione, solo cinico osservare gli eventi prodotti dalla natura umana.
Eastwood ha avuto, da attore, due maestri: Sergio Leone e Don Sigle. Se dal primo ha ereditato la lucida e funzionale messa in scena, dal secondo l’implacabile pessimismo ed un cinico atteggiamento anarchico troppe volte scambiato per fascismo latente da un critica poco lungimirante e molto politicizzata.

Il rigore ferreo nella messa in scena consacra, ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, il texano dagli occhi di ghiaccio come autore. In un’epoca di maniere e barocchismi, il suo classicismo senza tempo è una ventata salubre di stile. Lente zoomate su primi piani strazianti, carrelli morbidi e una magnifica composizione delle scene rende giustizia ad una storia che in mano ad un altro autore sarebbe divenuta l’ennesimo tv movie compassionevole e lacrimevole.

Invece Eastwood lo trasforma in un’analisi dell’ineluttabilità del male, che pervade questa nostra civiltà, la soffoca, la permea fin nelle sue radici profonde: la religione e lo stato. Il rapitore di Dave mostra gioielli-crocifissi, la morte della ragazza avviene il giorno prima della comunione della sorella, e la chiusura del film, su una parata del 4 di Luglio spettrale rendono conto di questo. Siamo soli e in pericolo, brancoliamo tra lupi mannari, che scopriamo essere noi stessi. Non ci salveranno né religione né stato, né tantomeno gli uomini.

Tra il serio e il faceto Eastwood, che ha anche composto le musiche del film, in un’invervista ha affermato che con gli ottimi attori che aveva a disposizione, il lungometraggio si sia diretto da solo. Non possiamo certo essere d’accordo con lui:oltre alla indubbia abilità degli interpreti (Tim Robbins e Sean Penn su tutti) è la sua personale visione del mondo, oltre che ad uno stile formidabile, razionale e partecipe, a rendere questo film un grande film.
Speriamo che in fase di assegnazione di Oscar la Accademy si ricordi di lui. Per molti, e non solo per noi, è uno dei migliori film dell'anno.

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