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Elephant
Palma d'oro al Festival di Cannes
di Gus Van Sant
CATEGORIA: Beoo, beoo, capìo nient, ma beooo...


Elephant, il nuovo film di Gus Van Sant, prende il nome da un’antica leggenda buddista e narra le vicende di una serie di adolescenti in una High School americana, il corrispettivo della nostre scuola superiore. Con un ritmo lentissimo fatto di lunghi piani sequenza e di inquadrature insistite compone un affresco stordente di una giornata scolastica normale per i tre quarti del film e tragicamente eccezionale nell’ultima parte.

Con una messa in scena che ricorda il migliore Altman e le sue narrazioni incrociate, Van Sant cerca di focalizzare i suo cine – occhio sui giovani, così spesso rappresentati e così poco compresi dall’industria cinematografica, che, o li usa per l’ennesimo film comico usa e getta, oppure non ne coglie l’anima. Ma il regista americano, grazie al suo approccio così liberamente indipendente e al suo stile rigoroso e avvolgente centra l’obiettivo, pur non dando mai un giudizio morale, e senza neppure cercare risposte possibili allo scoppio del dramma.

Se si esclude una scena, l’intero film mostra una trentina di minuti nella normale vita di una scuola, con la macchina da presa che insegue i personaggi, spesso inquadrandone le nuche, li abbandona per seguire altre storie, li riprende dove li aveva lasciati: tutto per arrivare alla sequenza finale, concitata senza essere affannosa, durissima e per nulla compiaciuta. La scena mostra due ragazzi che, similmente a quanto accadde nella scuola di Columbine, decidono di prendere delle armi e di uccidere quanti più compagni e professori riescono, come se non ci fosse più un futuro, come se non ci fosse più nemmeno un briciolo di umanità in loro, come se, neonate divinità, potessero decidere chi lasciare in vita e chi uccidere.

La grande abilità di Van Sant gli è valsa due premi allo scorso Festival di Cannes, quello come miglior film e quello come miglior regia. I riferimenti estetici sono chiari: come dicevamo da un lato Altman, e dall’altro il più grande maestro del piano sequenza, Orson Welles, pur spogliato di tutti i barocchismi tipici del suo cinema; anzi, la messa in scena di Elephant sembra permeata di un classicismo antico, di un’armonia formale che gioca a stridere fortemente con i contenuti posti in atto dal plot.

Non c’è un giudizio al termine della pellicola e tutto il lungometraggio verte sull’analisi e sul mostrare i protagonisti della vicenda, ma la messa in scena grida forte che quella scuola può essere ogni scuola del mondo. Alcuni hanno ravvisato che i ragazzi del film sono stereotipi: se da un lato questo può essere vero, dall’altro crediamo che Van Sant utilizzi i suoi attori come “tipi ideali”, creando quel senso di universalità che contribuisce a sradicare il legame, pur forte che la pellicola ha con il massacro di Columbine.

Questo Elephant è una perla rara nel cinema contemporaneo, non adatto a ogni tipo di pubblico, ma perfetto per chi in un film cerca lo sguardo dell’elefante e non quello del topolino: per chi vuole che un’opera d’arte sia capace di riflettere lentamente e gettare una sguardo dall’alto, magari impietoso, magari violento come una zampata di un pachiderma, su questa nostra società.

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