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L'Ultimo Samurai
Il Giappone visto dall'America
con Tom Cruise
ultimo samuraiCATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Nathan Algren è un capitano degli Stati Uniti che, 1876, reduce dalle battaglie contro gli indiani, alcolista e spiantato è costretto per vivere a pubblicizzare armi alle fiere provinciali. Uno giorno gli viene proposta l’opportunità di guadagnare molti soldi istruendo l’esercito giapponese, avido di modernizzazione, all’uso delle armi da fuoco vendute dagli USA, per sconfiggere la minaccia dei samurai, schieratisi in blocco contro un progresso forzato. Sarà rapito in battaglia e scoprirà le virtù e il codice di questi valorosi combattenti, finendo per schierarsi al loro fianco in una guerra dagli esiti storicamente scontati.

Sorta di Balla coi lupi (oppure di Piccolo Grande Uomo) con al posto degli indiani i samurai giapponesi, questo Ultimo Samurai mostra senza uscire dai binari consolidati quello che gli antropologi chiamano going native, lo slittare della personalità dello studioso verso le persone che sta studiando, e, condividendone i drammi e le gioie si lascia coinvolgere fino a diventare uno di loro.

Dicevamo, il cinema americano non è nuovo a questo tipo di narrazione, e questo lungometraggio non apporta sostanziali novità ad una struttura ampiamente consolidata e che spesso è stata premiata con gli Oscar. La novità, semmai, è rappresentata dalla popolazione tre la quale l’eroe, reduce dalla sconfitta di Custer a Little Big Horn, si trova costretto a vivere. Infatti da alcuni anni appare lampante, e noi lo abbiamo sempre asserito, che il cinema occidentale stia perpetrando una sorta di cannibalismo nei confronti della settima arte orientale. Non che il risultato finale sia in ogni modo da disprezzare, anzi. Ci troviamo di fronte ad un film nel complesso sufficiente, in cui la bellezza delle scene di battaglia finali serve a controbilanciale l’assoluta desolazione dei duelli di spada, sopravanzati da qualunque chambara(film di samurai giapponesi) o wuxiapian (film di cappa e spada cinesi).

Ciò che infastidisce è, semmai, il fatto che un capitano americano sia fin dal principio superiore a molti samurai giapponesi, anche quando li affronta con la spada, e che, filosoficamente, sia lui a dare al suo omologo asiatico, la ragione per continuare la guerra. Segno che il colonialismo culturale americano è ancora forte, e che la difesa dei più deboli e decentrati, così sincera negli anni ’70 della New Hollywwod oggi sia scontata e superficiale, in una parola di maniera, utilizzata solo per cavalcare la moda del momento. Il cinema americano sacrifica l’epica alla verosimiglianza e l’eroismo alla ragion di storia: il paragone tra la disfatta di Custer e quella dei samurai regge fino ad un certo punto: troppo fini e sottili le implicazioni del bushido (il codice di guerra giapponese) per essere scandagliato da un kolossal per il grande pubblico, molto più accurato e rispettoso il piccolo gioiello indipendente di Jarmusch Ghost Dog, lungometraggio estremamente sottovalutato.

A tutto questo si aggiunge una interpretazione di Tom Cruise decisamente sottotono e come attore pare arretrare di qualche passo rispetto ai progressi degli anni passati, senza dimenticare che i quattro mesi di allenamento alla spada non sembrano aver dato i frutti sperati.

Nominalmente molto lungo, la durata dichiarata è di 144 minuti, non appare molto pesante, e questo è uno dei suoi pregi, la narrazione scorre piuttosto veloce fino ad arrivare ad un finale non completamente privo di fascino, seppur scontato, ma forse è proprio questo tono di inevitabilità a dare al film il colore necessario alla sua salvezza.

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