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La Rivincita di Natale
Una maledetta partita di poker...
Con Diego Abatantuono
la rivincita di natale CATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Sono passati 17 anni da quando Pupi Avati concluse il suo fortunato Regalo di Natale, film basato su una partita di carte che si concluse con la rovina finanziaria e umana di Diego Abatantuono. Finanziaria perché perse tutto, e umana perché un suo grande amico lo tradì miseramente.

Questo sequel prende l’avvio proprio da quella partita per mostrare la voglia di riscatto del suo protagonista, che, dopo tanti anni, ha risalito la china ed è un ricco proprietario di multisala. L’occasione arriva quando scopre che l’amico Haber sta morendo di cancro. Per 17 anni aveva pensato a quella partita e l’infausto evento gli da l’opportunità di riunire i cinque giocatori e porre fine agli incubi che lo tormentano da anni.

La rivincita di Natale si apre con l’inserto della vecchia pellicola per poi proseguire su una fotografia estremamente satura e pastosa a immagine dello chic che circonda la vita del protagonista, lontano ormai dalla povertà a cui il tradimento lo aveva esposto.

Film di provincia, ambientato in quella Bologna centro del mondo Avati e costellato di figuranti locali con il loro impresentabile accento, questo lungometraggio non riesce mai a tenere il passo con il predecessore, e se il regista intende mostrare il fallimento umano dei suoi protagonisti, questo non gli riesce per gran parte della durata.

Pellicola sbagliata sotto molti punti di vista, sembra lavorata in fretta e in maniera approssimativa: un montaggio con i tempi traballanti e addirittura un missaggio audio impreciso, non rendono giustizia al tema che l’autore emiliano voleva trattare.

A tutto questo si aggiunga poi una sceneggiatura piuttosto labile, con dei colpi di scena che se non sono prevedibili risultano essere impossibili e a tradimento nei confronti del pubblico.

Ma il tutto ha un’impennata quando la partita comincia: è lì che Avati si trova a suo agio, la scena è girata perfettamente, lunga il giusto e drammatica in una misura perfetta. Quasi ci si scorda dei difetti che il lungometraggio presenta, dell’interpretazione a volte troppo sopra le righe degli attori, dei risibili pretesti per cui questo film è stato realizzato. E il poker diviene assoluto protagonista per un ventina di minuti, salvo poi ritornare alla mediocrità quando gli altarini dei personaggio vengono scoperti.

Strano davvero che il difetto maggiore della pellicola si la fretta concitata della prima parte, soprattutto strano per un autore come Avati, di solito molto attento al ritmo dei propri film, e che ha aspettato 17 anni per realizzare questo seguito. Forse è rimasto incastrato da un meccanismo produttivo come quello di Medua che pare essere più interessata alla produzione e alla distribuzione di blockbusters ad incasso garantito piuttosto che a tutelare piccoli film italiani di nicchia.

Discorso a parte meritano gli attori: Haber e Abatantuono recitano troppo spesso sopra le righe, forse perché credono che il loro istrionismo glielo consenta e che il pubblico perdoni questo loro comportamento (ed in effetti è vero, perché la simpatia che ci ispirano è sempre molta). Molto meglio il misurato e sottotono Carlo delle Piane, in un ruolo difficile come quello di un vecchio avvocato morigerato nella vita e senza scrupoli al gioco d’azzardo.

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