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Ritorno a Cold Mountain
Una questione privata all'americana
con Nicole Kidman
ritorno a cold mountainCATEGORIA:Film da grande pubblico, con stile

Ogni Nazione hai i propri miti di fondazione, e questo è un dato di fatti. Sono storie collettive che servono, in un qualche modo, a stringere i cittadini attorno ad una serie di narrazioni che consentono loro di far corpo e di sentirsi parte dello stesso organismo politico e sociale. Il cinema e la letteratura si sono sempre serviti di questi miti, per smentirli come per assecondarli, comunque usandoli dando un’anima emotiva alla propria narrazione. Negli Stati Uniti i due miti principali sono quelli della frontiera e la guerra civile, o guerra di secessione che dir si voglia. Il primo è stato costantemente affrontato dagli western genere specificamente americano proprio per il suo inscindibile legame con la storia della Nazione. Il secondo è stato trattato fin dall’inizio della storia del cinema, fin da quel Nascita di una Nazione che, seppur moralmente indegno, ha segnato la nascita anche del linguaggio cinematografico classico contemporaneo.

Anche il nostro paese ha i suoi miti fondativi: come l’impero romano che ha dato il via alla serie di film in costume sul periodo classico della nostra storia, i peplum, così un altro mito molto più vicino a noi e che ancora sentiamo sulla pelle viva, quello resistenziale, ha ispirato romanzi e film in grande misura.
Questa lunga premessa per dire che Ritorno a Cold Mountain mi ha ricordato più che il famigerato e citatissimo Via col Vento, un romanzo italiano di spessore a dir poco immenso: Una Questione Privata di Beppe Fenoglio, storia di un partigiano che abbandona la guerriglia per inseguire il fantasma di una ragazza, incerto sul suo destino e geloso di un compagno d’armi.

Certo, un film americano destinato all’Oscar non cercherà mai di raggiungere le vette liriche e di analisi storica e psicologica di un racconto neorealista italiano, e questo è un grande peccato.

In questo lungometraggio assistiamo alla fuga di Inman, soldato sudista, dall’ospedale da campo che lo ospita dopo una grave ferita. La sua diserzione lo deve condurre da Ada, figlia di un pastore protestante, che lo aspetta a Cold Mountain, remoto paesino del Nord Carolina.

Ma la differenza sostanziale tra il romanzo italiano e questo film USA sta tutta nelle modalità della diserzione del protagonista: da un lato il personaggio di Fenoglio fugge da una causa giusta, la lotta di liberazione contro l’aggressore nazista, per inseguire il fantasma dell’amata contesa con un compagno d’armi, mentre Inman diserta da una causa sbagliata e dalla parte perdente sia a livello storico che morale.

La rappresentazione della parte sudista degli Stati Uniti non sfugge al tono elegiaco che ha sempre accompagnato le sue narrazioni, siano essere letterarie che cinematografiche, quasi che il potente paese abbia voluto rimuovere il fatto che la sua attuale potenza è nata anche dallo sfruttamento schiavistico e che una metà del paese fosse favorevole a quanto accadeva. Giustificata dunque la fuga di Inman vista dagli occhi di uno spettatore del XXI secolo, ma non apertamente condannata quella parte di paese che o con il suo silenzio o con la sua aperta complicità, contribuiva all’inumano modo di produzione.

Minghella poi non tralascia nemmeno di rappresentare chi è rimasto a casa, mostrando che le difficoltà della guerra colpiscono anche chi non combatta, e così la sempre più brava anche se ormai estremamente manierata Nicole Kidman deve badare ad una fattoria e trasformarsi in una contadina da elegante signorotta qual’era, aiutata anche dalla popolare Reneé Zellwegger, bravissima nel rendere un personaggio rude e cinico.

Costellato di ottimi attori, almeno in potenza, questo lungometraggio è un fiume in piena, una cavalcata di due ore e mezza in un’America che non c’è più, tra un pastore fedifrago, l’adorabile Philip Seymour Hoffman, una madre sola e abbandonata, Natalie Portman, e un contadino cacciatore di taglie, un Giovanni Ribisi mai così tanto fuori dalla parte concessagli.

Retorico e freddo, il maggiori difetto del film è di essere un melodramma che non emoziona. Minghella è noto per essere un regista da Oscar e il suo compitino quest’anno l’avrebbe svolto adeguatamente se l’Academy non avesse deciso, a meno di strabilianti sorprese dell’ultima ora, di risarcire finalmente il kolossal degli ultimi tre anni Il Signore degli Anelli.

Il peggior difetto del regista inglese è quello di essere un perfetto grafomane, come uno scrivano che cura in maniera maniacale la propria calligrafia, curandosi poco di quanto poi è scritto. La battaglia iniziale si distingue per assoluta mancanza di senso emotivo, raffreddando nello spettatore gli orrori derivati dagli effetti della guerra e concentrando l’attenzione solo sul dramma personale di Inman e della sua Ada, quando invece è il dramma collettivo che, a mio avviso, avrebbe dovuto essere focalizzato, almeno in principio.

In sintesi un prodotto ottimamente confezionato, forse troppo finito, troppo lavorato, in cui i ferri del mestiere di autore melodrammatico finisco per essere messi troppo in evidenza. Imbottito di star cinematografiche, il ruolo più interessante è lasciato poi a Jack White, che i rockofili conoscono per essere il frontman della band di Detroit White Stripes, e che fa astoricamente suonare del blues ad un trio di disertori bianchi sudisti. Freddo e poco appassionato è un kolossal che lascia il tempo che trova e si lascia trascinare sullo schermo in una durata francamente eccessiva.

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