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Big Fish
Le Storie di una Vita Incredibile
il ritorno di Tim Burton
big fishCATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Ritorna alla regia Tim Burton, dopo il deludente Pianeta delle Scimmie con un lungometraggio tratto dal romanzo omonimo.
Amiamo alla follia questo regista, lo amiamo per la sua fantasia sfrenata, per la sua messa in scena gotica e per le sue storie da bambini che si colorano di un nero capace di dar vita ad incubi da adulti. Ed invece la sorpresa maggiore è che Big Fish sembra essere molto lontano dal cromatismo di Nightmare Before Christmas e avvicinarsi sempre di più ad un tono favolistico tradizionale, giocato su colori brillanti e vivaci. Non mancano certo richiami al primo Burton, dalle mani che Edward Bloom (il protagonista) finisce a vendere, alla figura della strega cieca da un occhio. Ma andiamo con ordine.

Il film racconta il rapporto tra un padre, Edward appunto, e suo figlio Will, un rapporto profondamente conflittuale dato dal fatto che i racconti di Edward sulla sua vita sono tanto esagerati e chiassosi da essere impossibili. Will, giornalista, e quindi narratore di professione, non crede di conoscere suo padre, e lo accusa di mentire riguardo alla sua vita passata. Ed è certamente difficile credere alla vita di Edward Bloom dai suoi racconti: essi infatti coinvolgono un gigante, un lupo mannaro, due gemelle siamesi orientali che scappano con lui durante la guerra, un poeta isolato in un paese di scalzi che assomiglia da vicino ad un insopportabile paradiso e una strega dal cui occhio di vetro le persone possono vedere la propria morte. E, soprattutto, il vecchio Edward mette se stesso sempre al centro delle sue storie, si identifica in un personaggio bigger than life più grande della vita stessa, risultando essere sempre il migliore, sempre il più scaltro, il più forte o i più intelligente. Ma, quando sta per morire, tocca al figlio Will cercare di ricomporre la sua storia, per ricostruire un rapporto che ormai si era perduto.

Dal mio personale punto di vista la cosa più divertente del film deve essere stato il momento in cui Burton ha presentato il lavoro al proprio produttore: immagino la forza del cineasta nel difendere un film che, almeno sulla carta, non aveva né capo né coda. Ma Burton aveva credibilità da spendere, e un obbligo produttivo rispettato con il lungometraggio precedente. E’ riuscito a realizzare questa opera, ed ha vinto la sua scommessa. Potenzialmente era il suo lavoro più pericoloso, capace di scontentare i fan che potevano rimproverargli di avere abbandonato il suo stile ormai inconfondibile, e sicuramente indigesto al pubblico mainstream per la sua incoerenza programmatica. Burton è riuscito a dar vita ad un grandioso apologo della narrazione, è riuscito a parlare a quella parte dentro di noi che è ancora bambina e si sdraia a letto in attesa che il genitore (o la nonna) gli raccontino la storia della buona notte. E, ricordate? In quelle storie la coerenza narrativa non era importante, una rigida strutturazione non era in cima alle nostre priorità di ascoltatori che aspettavano solo che il narratore rilanciasse più in alto la propria scommessa. Burton fa tutto questo e anche di più. Capace di meravigliare sequenza dopo sequenza, offre al suo pubblico una riflessione teorica sul cinema e, al tempo stesso, incantando grazie alla sua sfrenata visionarietà.

Supportato da un cast strepitoso, a partire da un Mc Gregor straordinariamente cresciuto dai tempi in cui, giovane rivoltoso si autodistruggeva in Trainspotting, che, con un perenne sorriso sulle labbra affronta situazioni oltre i limiti del credibile, fino ad arrivare al magnifico imbonitore Danny De Vito, passando per il cameo di uno Steve Buscemi che calza a pennello i panni di un poeta capace di scrivere tre versi in dodici anni. Nella scelta dei personaggi femminili, invece, si intravede sempre, in filigrana, l’ombra della Winona Ryder di Edward Mani di Forbice.

Film straordinario questo, coraggioso oltre i limiti del pensabile, e che molti considereranno magari opera minore nella filmografia burtoniana. Ritengo invece che si tratti di una sorta di summa teorica del regista americano, una specie di manifesto artistico che nel contempo è anche omaggio affettuoso al proprio e all’altrui cinema degli anni passati.

Molti giornalisti hanno chiesto all’autore quanto ha influito Fellini in questo film. E, a mio avviso, hanno imbarazzato Burton. Mi sembra estremamente superficiale parlare del cineasta romagnolo ogni volta che in un’opera compare un circo. E, per quanto visionario, l’immaginario del grande autore italiano è anni luce distante da quello presentato in Big Fish. Credo sia un grande torto per entrambi paragonarli e metterli a confronto.

La girandola di vicende e personaggi che Burton presenta è incredibile e il modo migliore per vedere il film è quello di lasciarsi cullare da quest’illusione chiamata cinema, un’illusione che egli conosce benissimo, sa manipolare con rara grazia. La preghiera che rivolgiamo al pubblico, per evitare di fraintendere il tutto, è di scollegare il cervello, per una volta, e lasciar fluire le immagini direttamente verso la propria anima, se ancora siamo capaci di averne una. Quest’opera è una cura migliore di qualunque farmaco.

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Ps. Durante la proiezione ci siamo divertiti a rintracciare bonarie prese in giro a Il Signore degli Anelli dell’amico di Burton, Peter Jackson. Ne abbiamo trovate tre, ma siamo sicuri che che ne siano ancora di più. State attenti, e, magari segnalatecele, le pubblicheremo in questa pagina.



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