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Terra di Confine
Il fascino discreto dell'inattuale
di Kevin Costner
terra di confineCATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Il conflitto è alla base di ogni testo narrativo. Questo è un dato di fatto. Può essere più o meno mascherato, più o meno inscritto in un solo personaggio, pensiamo ad Amleto la cui conflittualità di risolve tutta nella sua mente. Ma ciò che resta è lo scontro tra i valori profondi che i testi narrativi mettono in campo. E questi valori profondi sono spesso rappresentati da personaggi.

Il genere western deve il suo successo, e con esso la sua natura fondativa della cinematografia americana, proprio al fatto di essere il tipo di film che pone il meccanismo conflittuale come costitutivo della sua essenza.
Considerazioni importanti per parlare di un lungometraggio che si inserisce in un filone ormai desueto, riempito di una classicità all american che appartiene al Costner autore più di ogni altra caratteristica.

Cineasta di altri tempi Kevin Costner, ormai fuori dallo star system. Regista, attore e produttore dei suo film ha il coraggio costante di gettarsi in progetti folli, spesso rovinosi, e a volte riusciti. Un coraggio datogli dalla sicurezza del proprio percorso artistico e dei propri mezzi. E assieme al coraggio l’ostinazione di proporre un cinema fuori da ogni tempo, fuori da ogni epoca.
Terra di Confine, Open Range in originale, è sintomatico di questo suo atteggiamento. E’ un western classico, che pone al centro della sua struttura il conflitto tra le diverse americhe che coesistevano poco dopo la guerra di secessione, il confronto tra la natura nomadica propria degli avventurieri e quella stanziale dei nascenti latifondisti. La scelta di campo di Costner è chiara e netta, e a dirsi sembra scontata. E’ la scelta perdente, eroica, che può portare ad una vittoria temporanea, ma scomparirà dalla storia, soffocata dalle esigenze di una società che si modernizza.

Ed è una scelta mai urlata, mai retorica, forse un pizzico demagogica, ma colorata dei toni del crepuscolo che spesso tingono le pellicole di questo genere.
James Muro, il direttore della fotografia, asseconda magnificamente gli angoli di ripresa spesso obliqui scelti dal regista, conferendo al lungometraggio un ottimo aspetto formale. Colori tenui e angoli smussati rendono il film praticamente perfetto legandosi ad un ritmo allentato e riflessivo, che non cade mai nella noia. Se vogliamo trovare un difetto al lavoro, però, almeno dal punto di vista tecnico, il bersaglio è molto facile. La sparatoria finale, piuttosto tradizionale, non è messa in scena al meglio, spesso confusa, anche se emozionante, e denuncia tutti i limiti, previsti e prevedibili, del Costner regista d’azione.

Nulla di nuovo sotto il sole, comunque. Nulla di mai visto. Un western prima della rivoluzione. Lontano anni luce dal cinismo di Sergio Leone e dal pessimismo di Sam Peckinpah. Lontano dalla perfezione stilistica delle sparatorie de Il Mucchio Selvaggio che prefiguravano il cinema di Hong Kong e la nuovissima Hollywood; altrettanto distante dagli arditi manierismi dei trielli tra buoni brutti e cattivi che porteranno a Tarantino. Ma un lungometraggio solido, costruito su facce western come quella del regista o di Robert Duvall.

Un film che si rifà alla grande tradizione hollywoodiana, alla sua età dell’oro. Un atto d’amore per un’epoca che non c’è più. Un atto dovuto ad un genere che si è insinuato negli altri generi, ed ormai, dimenticato dal pubblico e dai produttori, sta scomparendo. Un film che ha il fascino discreto dell’inattualità, non un capolavoro come l’ultimo grande western del maestro Eastwood, ma solido, ben costruito, riuscito nei suoi intenti. Per un fan del genere una piccola delizia, per il pubblico alieno un film forse inutile. Per noi Costner merita tutto il rispetto che si deve all’uomo del West, esploratore di terre sconosciute prima, e poi gettato via dalle esigenze della storia. Anche se il sentiero è già segnato, Terra di Confine è un buon viaggio.


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