RECENSIONI \ Kurt Cobain, 1967-1994

Un ricordo – totalmente strano – a dieci anni dalla scomparsa

di Nicola Folletti
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cobainDieci anni fa moriva Kurt Cobain. Meglio: dieci anni fa si toglieva la vita nella sua abitazione Kurt Cobain, leader dei Nirvana, band in quegli anni in copertina su ogni rivista si trovasse in edicola (finirono anche su Famiglia Cristiana) e in cima per molti mesi alle classifiche di vendita a livello globale. Ma non è dell'aspetto musicale che vorrei parlare, anche se con un certo rammarico, vista l'enorme quantità di cose non banali che si potrebbero dire sul tema.

Mi piacerebbe invece per una volta tanto andare a fondo di una questione, in primo luogo umana, che poco è stata messa a mio parere in luce nella figura a volte eccessivamente idolatrata e quasi santificata di Cobain, ovvero la sua completa ribellione alle logiche imperanti a livello di mercato discografico e più in generale il suo grido di dolore - celato, smorzato, "mainstreamizzato", nei confronti di quella stessa società che lo aveva eretto ipocritamente a piedistallo e simulacro vivente di una supposta e mai fino in fondo chiarita "Generazione X".


Detto in tutta sincerità, non ho mai pensato che Cobain fosse particolarmente straordinario o avesse modi decisamente da rockstar: in fondo era solo un disadattato - per sua stessa definizione - un punk con idee decisamente nichiliste sul suo futuro (come ha poi purtroppo dimostrato), che ha avuto la sana dose di fortuna di possedere un rarissimo e allo stesso tempo innovativo talento musicale. Sì, perchè tutto si può dire delle canzoni dei Nirvana tranne che fossero particolarmente complesse, tecniche o scritte da un virtuoso. Ma possedevano una merce rarissima all'interno del mondo musicale, quello che alcuni chiamano con tono molto "figo" il "groove" e che io mi ostino a definire il "tiro" (che è poi sostanzialmente la stessa cosa). Avevano una profondità e un timbro che si potevano riconoscere tranquillamente in mezzo a un milione di altre band, e soprattutto Cobain possedeva una voce semplicemente incredibile, lacerante, tagliente.

cobainLa voce di un disadattato però. Uno dal classico iter umano da luogo comune americano (ultimamente tornato di moda con Eminem): famiglia con genitori separati, continui spostamenti tra parenti vari, infanzia difficile, padre alcolista, emarginato dai compagni a scuola. Insomma, le solite cose. Ma è qui che nasce l'importanza e anche la grandezza se si vuole di Cobain: quella di aver saputo manifestare tra le righe , velatamente, implicitamente, la sua estraneità a tutto ciò che era tenacemente riuscito a conquistare desiderandolo ardentemente, al successo, alla fama e a tutte quelle logiche spesso irritanti che stanno dietro a quella che Debord chiamava l'industria della società dello spettacolo. Cobain dice no a questa logica, cerca, attraverso un gesto di tipo immolatorio ed espiatorio, di spazzare via tutto ciò che in lui poteva continuare ad essere visto sia come un "simulacro", un'icona funzionale unicamente a quegli aspetti che lui stesso detestava, sia come una "simulazione", una finzione inutile anche a se stesso oltre che agli altri, quasi in una riproposizione degli scenari descritti da Jean Baudrillard.

cobainAnche lo stesso odio che Cobain provava per il comportamento sempre più rapace, irrazionale e razionale allo stesso tempo, delle grandi major e case discografiche, avrebbe dovuto far riflettere maggiormente su ciò che non riusciva più a tenere per sè. Non tanto - come si è sentito dire in modo del tutto infantile - la paura di vedersi cornificato da uno come Billy Corgan o il timore per uno scioglimento prossimo dei Nirvana - quanto piuttosto un male interiore che sfociava nella denuncia totale, nel rifiuto di un paradigma di sfruttamento a 360° delle risorse, che Cobain notava non solo nel mondo della musica, ma anche a livello sociale. La sua ricerca intima di un ipotetico e sognato "mondo ideale" è enorme, tanto che l'ultima lettera la indirizza al suo amico immaginario "Buddah", custode di ogni suo segreto e sfogo molto più della moglie-strega Courtney Love. Un modo per rifugiarsi, una volta per sempre, dalle ingiustizie, da un'alienazione personale ormai arrivata al limite, dall'osservare un mondo che creava modelli seduta stante, belli e pronti da spremere il più possibile per poi passare in fretta alla "next big thing".

Il gesto finale e drammatico di Cobain è sicuramente stato mal interpretato da quelli che ancora oggi la stampa si ostina a chiamare "i ragazzi della Generazione X" - visto come atto eroico di un Dio, di una star, che come altri ha poi deciso di andarsene sul più bello. No, Cobain è stato ucciso da tutto quell'insieme di errori, incoerenze e aspetti patologici presenti in quella stessa società che per anni lo aveva idolatrato, ammirato, osannato e infine portato fino sull'orlo del baratro. Cobain non era altro che un ragazzo come tanti altri, come tanti che giorno dopo giorno non riescono ad accettare un mondo che cerca le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein in Iraq bombardando nel frattempo milioni di iracheni, che concentra la sua ricchezza nella mani di un sesto della sua popolazione mentre gli altri cinque sesti crepano con ritmi da lavoro fordista, che distrugge le sue risorse ambientali e le sue specie animali come se fossero pop corn, eccetera eccetera. Le solite cose insomma....le stesse che non piacevano ad un ragazzo che sarebbe stato - a mio parere - orgoglioso del fatto che una cosa preziosa, innovativa e forte come il cosiddetto "movimento dei movimenti" vedesse la luce proprio nella sua città natale, Seattle.
Alla prossima.

www.folle.org

01-02-2006 - visite: 9734

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