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Ong Bak
Il nuovo fenomeno delle arti marziali!
Nato per Vincere
Ong BakCATEGORIA: Flatline

Thailandia, villaggio di Pra-du. Una notte, qualche giorno prima della rituale festa per Ong-Bak, alcuni uomini di Bangkok si intrufolano nel tempio e trafugano la testa della sacra statua del Budda. Gli abitanti del villaggio cadono nel panico e, temendo una terribile catastrofe, decidono di mandare in città Ting (Tony Jaa), un giovane forte e valoroso, istruito dal monaco Pra Kru all'antico stile del Muay Thai.


Il Muay Thai è l’arte marziale per eccellenza in Thailandia ed è, come il film si preoccupa di sottolineare più volte, quella che più rappresenta le radici culturali del paese.
Il regista di Ong Bak, Prachya Pinkaew, da sempre voleva realizzare un film sul Muay Thai. Ma per fare il film che si era immaginato, doveva trovare un attore atleticamente (e, verrebbe da dire, mentalmente…) adatto.
Il film che Prachya Pinkaew voleva girare prevedeva scene d’azione spettacolarissime, ma doveva essere girato, per quanto riguardava gli attori, senza l’ausilio di alcun effetto speciale. Niente fili, niente materassi, niente trampolini.
Ed eccoci a parlare di Tony Jaa. Nientemeno che il nuovo fenomeno del cinema di arti marziali, uno capace di farti pensare che le cose che stai vedendo sullo schermo, al mondo, riesce a farle solo lui.
Inutile disquisire sulla definizione di “Nuovo Bruce Lee” o “Nuovo Jackie Chan”, ognuno dei grandi attori/atleti che si sono succeduti sul trono del cinema d’azione orientale aveva una caratteristica che lo rendeva unico. Tony Jaa è ormai famoso a livello mondiale grazie all’abbinamento assolutamente sbalorditivo di potenza e agilità. Non cercate la grazia di Hong Kong nelle sue movenze, ma piuttosto la testimonianza che i limiti umani possono essere superati…
E così, trovato Tony Jaa, Prachya Pinkaew ha potuto iniziare a girare il suo Ong Bak. O meglio, ha potuto iniziarne la pre-produzione, visto che per preparare alla perfezione ogni stunt ci sono voluti più di due anni di duro lavoro. Con le comparse non meno impegnate del futuro divo nel tentativo di farsi meno male possibile.
Ong bak
Ong Bak sta tutto qui. Un incredibile lavoro tecnico che mette in secondo piano le perplessità sulla trama.
Già, perché a tratti viene da chiedersi se davvero si stia assistendo ad un oggetto che rientri nella definizione di “film”. Non stiamo scherzando se diciamo che tutte le scene slegate da quelle d’azione sono probabilmente state scritte in dieci minuti.
Le parti meglio strutturate narrativamente sono invece proprio quelle in cui il nostro eroe è impegnato a malmenare i cattivi o a fuggire da essi. In queste sequenze ha modo di esprimersi la bravura della spalla comica Mum Jokmok (il più amato comico tailandese), ed hanno modo di emergere in maniera sintetica e diretta tutte le caratterizzazioni sociologiche e culturali che stanno alla base della concezione locale dello spettacolo popolare. Il che significa anche orgoglio per le proprie radici e fiera avversione per lo straniero e per l’arroganza della sua ricchezza.
Ong Bak
Ci sentiamo di garantirvi una sola cosa riguardo a questo film. Potrà piacervi o meno, ma vi assicuriamo che non avete mai visto fare delle cose del genere al cinema.
Certo, come dicevamo, l’approccio è quasi anti-cinematografico. Un esempio di Anti-Cinema? Il replay nelle sequenze d’azione.
Quando Tony Jaa compie un’acrobazia particolarmente spettacolare, Ong Bak la ripropone da un inquadratura diversa, preoccupandosi anche di evidenziare, tramite piccoli particolari, che si tratti della stessa scena. E un modo per dire: “Vedete? E’ tutto vero! E senza alcun trucco!”.
Questo inseguimento della spettacolarità a grado zero fa di Ong Bak un esempio di cinema della “mostrazione”, annullando momentaneamente ogni aspetto narrativo.
E questo ci riporta agli albori della settima arte, quando appunto il cinema non aveva ancora abbracciato la “narrazione”.
E come i primi spettatori di L'Arrivée d'un Train a la Ciotat dei fratelli Lumiere, restiamo terribilmente impressionati dal Treno/Tony Jaa.
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P.S. Luc Besson è un imbecille. Scusate lo sfogo ma se lo merita. In pratica, se vediamo Ong Bak in Italia è merito suo, perchè ha acquistato i diritti per tutta l’Europa.
Solo che, non si capisce per quale motivo, ha deciso di rieditare completamente la pista audio, inserendo una colonna sonora moscissima (mentre la Jungle Thai era decisamente più appropriata), e tagliando alcune scene.
Per come vi abbiamo descritto il film, tagliare alcune scene (ovviamente non d’azione) sembrerebbe saggio. Ma tagliarle MALE rendendo un moncherino incomprensibile una delle pochissime scene in cui si azzarda una narrazione…è criminale!
Risultato: il film con la colonna sonora originale è irresistibile. Così…un po’ meno.



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