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Fahrenheit 9/11
ANTEPRIMA ASSOLUTA. Il Vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes. In Italia dal 27 Agosto.
Michael Moore firma un convincentissimo film elettorale.
Fahrenheit 9/11CATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Mettiamo subito in chiaro una cosa. I film di Michael Moore sono per molti versi l’opposto di ciò che un buon documentario dovrebbe essere.
Tra quelli che un buon documentarista segnerebbe come “errori gravi” possiamo citare senza dubbio il protagonismo dell’ingombrante Moore, il ricorso ad abbondanti dosi di Humour e, naturalmente, il suo essere apertamente schierato.
Tutto vero, e tutto decisamente giusto in via teorica. Eppure è evidente come Michael Moore sia anche l’uomo giusto nell’epoca giusta. Quella della comunicazione di massa.
I dati parlano chiari. Più di 100 milioni di dollari incassati negli States, mai un documentario si era minimamente avvicinato a tale quota.
Questo perché Moore ha una capacità, affinata in anni di lavoro, che lo porta a colpire i più disparati tipi di pubblico: sa intrattenere.
Banalizzazione? Spettacolarizzazione? Si, qualche volta. Ma sono difetti perdonabilissimi a uno che ha il dono di far tornare il dibattito politico fra la gente.
Si può non essere d’accordo con Moore, ma Fahrenheit 9/11 è qualcosa con cui si deve fare i conti. Non ci sono scuse, per nessuno.
Già, perché se per l’amministrazione Bush diventa davvero difficile smentire le accuse (il regista è in realtà rigorosissimo nel controllare le fonti, ed infatti nessuno ha ancora deciso di querelarlo), ancora più arduo risulterà annullare la curiosità verso il film.
Fahrenheit 9/11 è ormai un affare redditizio ancora prima di essere un prodotto culturale. Quindi, è inattaccabile.
L’unica ad averci provato ne è uscita con le ossa rotte. Stiamo parlando della Disney che, timorosa di perdere gli aiuti fiscali del governatore della Florida (fratello di Bush), ha cercato di bloccarne l’uscita con il risultato di perdere in un solo colpo un campione d’incassi (venduto alla Miramax e ad una cordata di distributori) e la propria buona reputazione.

Se non avete mai visto un film di Michael Moore, non possiamo non consigliarvi Bowling a Colombine: documentario vincitore dell’Oscar in cui si analizza la diffusione delle armi (e della violenza ad esse legata) negli Stati Uniti.
Nonostante la Palma d’Oro come Miglior Film ricevuta a Cannes, Fahrenheit 9/11 non raggiunge la limpida bellezza della pellicola sopraccitata. Ma, viste le circostanze era quasi impossibile.
Si sente, fortissima, l’esigenza del regista di uscire al momento giusto, e di avere il maggiore impatto possibile su qualunque persona si fosse trovata a guardare il suo film.
Quindi i passaggi logici da un episodio all’altro sono molto meno raffinati e in generale nuoce all’intera opera l’evidente spaccatura fra la prima parte, dedicata a Bush e alle sue cattive frequentazioni, e la seconda, incentrata sul dramma della guerra in Iraq raccontata da militari, reduci e familiari delle vittime.
Non bello quanto Bowling a Columbine, certo, ma forse molto più importante.
E’ vero, Moore non svela quasi nulla che non si sia potuto leggere sui giornali. Si, ma quali giornali? In articoli quanto soffocati da notizie inutili? E al telegiornale: prima o dopo i servizi sportivi?
Sorprende come non sia stato evidenziato, nemmeno dalla critica americana, quanto la tesi di Moore sia radicale.
Una tesi che il regista non arriva ad affermare apertamente ma, in maniera molto più efficace, lascia comporre un pezzo alla volta al pubblico stesso.

Si mettono assieme i pezzi del Puzzle e… Non sapevamo una cosa dell’11 Settembre: quanto si sia rivelato redditizio per la famiglia Bush e i sauditi loro soci di lunga data. E quindi facendo 1+1… Come abbiamo detto Moore non va oltre e per una volta, proprio lui che dell’oggettività fa volentieri a meno, pare lasciare agli spettatori il compito di trarre una conclusione, partendo però da dati certi che pesano come macigni.
E la seconda parte, quella più legata all’aspetto emotivo della tragedia della guerra in atto, mette a segno un numero non inferiore di colpi.
Può sembrare facile, e in parte lo è, far leva sulla commozione in maniera così aperta. Eppure è impossibile non sentire un brivido di rabbia vedendo l’episodio del reclutamento nei quartieri poveri. O quello della madre che, prima, spiegava quanto fosse fiera di aver mandato tre figli in guerra.

Fahrenheit 9/11 è un documentario capace di superare ogni pregiudizio riguardante il genere di appartenenza. Speriamo riesca a superare anche i pregiudizi riguardanti l’argomento trattato.
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