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King Arthur
La tavola rotonda c'è!!!
Tornano al cinema i miti arturiani
king arthurIl nuovo Re Mida del cinema e della Tv americano, Jerry Bruckheimer, torna a produrre per il grande schermo un lavoro epico, un film liminale, sul confine tra fantasy e affresco storico.
E’ il ciclo arturiano il tema scelto dal produttore per la rentree dei grandi numeri, dopo il grandissimo incasso mondiale de La Maledizione della Prima Luna. Però possiamo dirlo fin da subito, in questa pellicola manda la grande forza scenica e il carisma umoristico dell’atipica star Johnny Depp.

Andiamo con ordine: fin da subito il film avverte che questa versione della storia di Re Artù è vicina alla verità storica. E’ un particolare importante, che nel giudizio del lavoro avrà il suo peso specifico. Il racconto mette subito in chiaro la romanità del futuro Re di Bretagna, come il valore dei suoi cavalieri, barbari ma coraggiosi, assoggettati dall’impero solo per il soprannumero dei suoi soldati. I cavalieri, costretti da un contratto e assoggettati anche dal carisma del loro capitano, si trovano a combattere per 15 anni in favore del regno latino. Allo scadere della loro lunghissima corvè si trovano costretti ad un’ultima missione, una sorta di salvataggio di Ryan all’epoca del disfacimento dell’impero.

Disfacimento, perché il regista Antoine Fuqua pone la sua lente d’ingrandimento sulla particolare situazione dei romani di fronte alla forza sanguigna e disperata dei barbari. Certo non è la finezza politica il punto focale del lungometraggio, quanto piuttosto dovrebbero esserlo le scene di battaglia e l’afflato epico. Dico dovrebbero perché c’è sempre qualcosa che non funziona in tutto il film, e questo qualcosa è sicuramente il montaggio.

Il regista ingegnere Fuqua proviene dal mondo del videoclip, e si vede. Montaggio troppo serrato, inquadrature che si succedono incessantemente senza dare il tempo allo spettatore di appassionarsi ai quadri che potrebbero anche essere suggestivi, qualora fosse dato loro il necessario risalto.

Ma i problemi non finiscono certo qui. Il fatto che la verità storica sia così tutelata non salva certo il film dai suoi stessi problemi. Forse al pubblico più pignolo potrà fare piacere. Ma è stato detto più volte che il cinema ha a che fare con il mito. E invece la verità storica con il mito c’entra davvero poco. Così come King Arthur non riesce mai a far volare il cuore verso l’epica, se non in un paio di momenti. Anzi, forse gli sguardi ammiccanti di Lancillotto a Ginevra (una Keira Knightley che illumina la scena, non certo per particolari doti interpretative) restituiscono più ghigni che vera partecipazione.

Non si può certo dire che non sia accattivante vedere un cavaliere solitario contro un esercito, ma questo non è certo merito del film, ma del mito che sta alla base. Vale un poco il discorso fatto per Troy… la sceneggiatura era per certi versi già scritta, e se il mito è parte del codice genetico di un popolo, non può lasciare del tutto indifferenti anche la sua parziale e non riuscita rappresentazione. C’è da precisare, però, che il mito arturiano, per noi mediterranei, è certo più debole del mito omerico, per quanto il film si affanni a rimarcare le origini romane del Re britannico.

Ultimo elemento da sottolineare… nel film, alla ricerca di un realismo impossibile, manca la magia… Merlino è una sorta di politico, come se Fuqua volesse schivare i dubbi di una presunta parentela con Il Signore degli Anelli. Anche qui note dolenti: tutto l’immenso romanzo di Tolkien è pervaso del mito di Artù, sarebbe stato molto più bello vedere che nel mondo del cinema l’ispirazione può viaggiare al contrario.

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