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I, Robot
In anteprima per voi il convincente adattamento da Asimov
con Will Smith
i, ROBOTCATEGORIA: FILM DA GRNDE PUBBLICO, CON STILE

1.Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2.Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3.Un robot deve proteggere la propria esistenza, purchè questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge.

Necessaria premessa e nodo fondate l’intera narrazione di I, Robot, le sopraccitate leggi della robotica sono essenziali sia per l’Asimov – dipendente che per il generico pubblico da sala cinematografica. Sono il fulcro attorno al quale ruotano i racconti dello scrittore americano di origine sovietica, come lo sono per questo blockbuster settembrino.

Devo essere sincero fino in fondo. Mi ero accostato alla visione di questo film carico di pregiudizi. Lo consideravo un innocuo filmone commerciale da grande incasso e poca sostanza, avendo per un attimo obliato nella mia mente il nome del regista che lo dirigeva. Anche l’enunciazione delle tre leggi, che aprono il film componendosi attraverso bolle d’acqua, non mi aveva rassicurato sulla bontà dell’operazione.

Ma, mano a mano che il film procedeva, i miei sensi andavano incontro ad un interesse crescente per i risvolti della trama, ai limiti del giallo. E visto che siamo in tema di confessioni, lo rivelo: non amo Asimov. (E con questa affermazione mi attirerò le ire di qualche amico). Non amo la sua fantascienza umanista, alla quale preferisco la durezza espressiva del cyberpunk o gli arditi mondi paralleli e universi incasinati alla P.K.Dick. E questo non amore non mi ha mai spinto a leggere i racconti che ispirano il film in questione. Ma lo rispetto, un rispetto che si deve ad uno dei padri della fantascienza. Lo stesso rispetto che gli mostra chi ha lavorato a questo lungometraggio.

Il protagonista è Will Smith, attore di buona esperienza nonostante la giovane età, che interpreta John Spooner, un investigatore tecnofobico, con una ossessione nei confronti dei Robot. Tutto si svolge nel 2035, in un’epoca nella quale i Robot sono presenti in misura massiccia nella società e svolgono molti lavori di pubblica utilità. Alla vigilia del lancio di una nuova generazione di macchine, uno scienziato della U.S.Robotics, la ditta che produce i Robot, si suicida, ma Spooner non è convinto e teme che un robot sia il responsabile dell’accaduto. E potrebbe anche avere ragione, se il fatto non fosse in aperto contrasto con le leggi della robotica. Il meglio del lungometraggio sta, sorprendentemente nel finale, dove tutto si svela senza cadere a pezzi, dove il puzzle investigativo e semantico trova il dovuto compimento.

Film di fantascienza condito di giallo, I, Robot è opera coinvolgente, in certi momenti divertente e con un ritmo deciso. Certo l’azione ha uno spazio che Asimov mai si sarebbe sognato di mettere in un suo lavoro, ma, si sa, sono le leggi del commercio. Le conclusioni non sono banali né raffazzonate, e il film scorre via, rispettando l’umanesimo dell’uomo che ha posto le basi per la nuova letteratura negli anni ’50. Forse in certi momenti appare facile e scontato, forse in altri lo spettatore di palato fino resterà deluso dal fatto che i temi importanti non siano affrontati con la dovuta perizia, e che il frastuono nelle scene di azione sia davvero quasi insopportabile. Ma gli effetti speciali sono davvero curati e in certi momenti si intravede quello che manca a troppi blockbuster hollywoodiani: lo stile.

Sono i titoli di cosa a farmi rinsavire all’amnesia riguardo al nome del regista: Alex Proyas. Già autore de Il Corvo e del sottovalutato Dark City, quest’uomo di stile ne ha da vendere. Certo i suoi film non sono capolavori di perfezione, e in certi momenti sbandano rischiando il deragliamento. Ma cavoli, di idee ne ha parecchie, e le mette tutte nel suo lavoro.
Forse I, Robot delude un po’ nel confronto con i predecessori, ma nel suo salto dal basso all’alto budget Proyas non ha lasciato per strada molte cose, forse solo un po’ di innocenza. Le sponsorizzazioni di cui il film è disseminato in maniera palese sono davvero fastidiose, ma il mercato è una cosa dura, e anche gli indipendenti paiono essere costretti a piegarsi. Da spettatore non sono molto felice della strada che sta prendendo il cinema, ma questo film supera le mie aspettative, e sono convinto che piacerà a più di una persona.

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