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Te lo Leggo negli Occhi
Tre donne e tre generazioni: un confronto difficile
con Stefania Sandrelli
te lo leggo negli occhiCATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Presentato fuori concorso alle 61° mostra del cinema di Venezia, ultimo sforzo produttivo della Sacher Film, la casa di Moretti e Barbagallo, questo lungometraggio segna l’esordio della regista napoletana Valia Santella. Nato da un telefonata del regista romano all’autrice, che da lì ha cominciato a scriverne la sceneggiatura, il film racconta la storia di tre donne, una nonna, una madre, e un figlia, le cui vite si scontrano in un delicato momento.

Te lo Leggo negli Occhi si apre in una camera di ospedale, mentre scorrono dei titoli di testa del tutto particolari, giocati su dissolvenze in bianco, contrariamente all’uso canonico del nero. Chi è in ospedale è Margherita, cantante sul viale del tramonto che, reduce da un intervento alle corde vocali, viene consigliata dai medici di abbandonare la propria carriera. La figlia Chiara ha con lei un rapporto conflittuale, le cui origini non ci vengono rivelate. Ma sappiamo che la donna è una mamma divorziata con una bambina, Lucia, divisa tra lei e il padre. Quando Margherita decide di tornare sulle scene va a Roma, dove Chiara vive, e le tensioni mai sopite tre le due vengono inevitabilmente a galla.

Accorata storia al femminile, in cui gli uomini sono spesso relegati a ruoli di contorno, il film si concentra sui risvolti psicologici che intercorrono tra le diverse generazioni e i diversi modi di intendere la vita che hanno le due protagoniste. Ciò che più attrae nel film è la capacità di comunicare significati a partire dalle piccole cose, come il rapporto tra le due donne e la malattia, in particolare nella differenza che caratterizza il comportamento di Margherita, convinta che ogni dolore sia psicosomatico, da quello di Chiara, madre iperprotettiva dell’asmatica Lucia.

Ma degno di nota è anche l’utilizzo del dialetto, molto marcato nella parte napoletana del film, luogo d’origine a cui Chiara torna in seguito alla sparizione della figlia al seguito della madre. La professione della donna è quella di logopedista, un mestiere che le fa abbandonare in toto la propria parlata, quasi volesse marcare in modo ancor più netto ciò che la separa dalla famiglia, salvo poi, nei momenti di maggior tensione emotiva, tornare al suo dialetto originario.

Certo molte cose sanno di già visto, e il film rimarca la tendenza del cinema italiano di occuparsi solo di storie familiari, di piccole intimità. Ma in questo genere il lavoro è piuttosto riuscito, a dispetto delle premesse di una storia raccontata per sommi capi, soprattutto grazie ad un’ottima padronanza della messa in scena, alla naturale artisticità della città partenopea e alla grande abilità delle attrici e degli attori.

Da rimarcare sicuramente la prova di Stefania Sandrelli nei panni di Margherita, misurata, mai eccessiva in un ruolo che avrebbe potuto generare mostri, e tenera nel suo cantare stentato da diva di periferia nel finale che da’ il titolo al film. Anche Tersa Saponangelo, ottima interprete di una Chiara sempre vicina all’odio nei confronti della famiglia di origine, rende al lungometraggio valore aggiunto: la sua bellezza timida e il suo alternare dialetto e italiano in un audio rigorosamente in presa diretta sono del tutto perfetti. In un piccolo ruolo vogliamo sottolineare la presenza di Ernesto Mahieux, che ricordiamo, mefistofelico, in uno dei ruolo più complessi del cinema italiano recente, quello del taxidermista ne L’ Imbalsamatore.

In coda facciamo notare la presenza di un cameo di Giovanni Moretti in arte Nanni: produttore raffinato, che noi vorremmo veder rischiare di più su storie meno realistiche e più stralunate, come lo erano quelle del suo cinema alle origini, ma che ci accontentiamo di veder sbottare sia in pellicola che nella vita reale, per le cose a cui tiene veramente.


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