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Le Chiavi di Casa
Torna alla regia Gianni Amelio
con Kim Rossi Stuart
CATEOGIRA:Film d'autore con conessioni al grande pubblico
le chiavi di casa
Sono passati sei anni dall’ultimo film da Gianni Amelio, che aveva vinto il leone d’oro alla mostra del cinema. Sei anni che gli sono serviti per passare da quel gioiello di Così Ridevano ad un altro grande film. Sei anni e di nuovo il regista calabrese si presenta a Venezia, con ambizioni da vincitore. E ha tutte le ragioni per sperare.

Tra poche ore si deciderà all’assegnazione dei premi e pare che la giuria sia divisa. Si rincorrono voci che vedono favorito Kim Ki Duk, con il suo Binjip, fortemente voluto da Muller, il direttore della mostra, e presentato a sorpresa. A mio avviso si può pensare anche ad una vittoria di Mare Dentro, film che personalmente ho adorato. Ma Le Chiavi di Casa ha tutte le carte in regola per vincere il premio maggiore, perché ci troviamo di fronte ad un grande film.
le chiavi di casa
Un film che ci racconta di Gianni, un padre che ha abbandonato il figlio disabile ancora prima di vederlo e che lo incontra in viaggio verso un ospedale di Berlino. Ma racconta anche di Paolo, il figlio in questione e dei suoi 15 anni vissuti tra medici e sofferenze vissute più che percepite. Ma, soprattutto ci racconta del loro rapporto, o meglio, dell’instaurarsi di un rapporto difficile ma possibile.

Ciò che fa di Amelio un grande regista è il suo stile: asciutto, controllato, lento di una lentezza salubre. Non sente mai il bisogno di cambiare un’inquadratura solo per assecondare i ritmi di un cinema sempre più vicino alla schizofrenia. La mantiene il tempo necessario per comunicare, un tempo che, per gli spettatori meno attenti, potrà sembrare eccessivo, ma che, in realtà, è figlio della volontà di non sbilanciare il racconto verso lacrime facili o soluzioni compromissorie.

E ciò che fa di questo film un grande film è anche la sua sceneggiatura, figlia di Amelio più Rulli e Petraglia: sembra impossibile a dirsi, vedendo la trama, ma è divertente, fa ridere e pensare, riflettere e immalinconirsi, specialmente quando l’identificazione con tutti i protagonisti è spinta fino in fondo.

Raramente ho trovato una così grande corrispondenza tra le dichiarazioni d’intenti di un autore e il risultato finale sullo schermo. Amelio aveva dichiarato di voler raccontare un dramma con il sorriso sulle labbra, e che fosse lontano dalla fiction televisiva dalla lacrima facile. Non c’è miglior definizione per questo lungometraggio. Raggiunge perfettamente i suoi obiettivi, a fa quello che il cinema troppo spesso non è più capace di fare: raccontare una storia in maniera personale.

Ci sarebbero molti momenti da ricordare, ma vogliamo sottolinearne uno in particolare. Un primo piano di una magnifica Charlotte Ramplig, madre di una ragazza affetta da una disabilità molto peggiore di quella di Paolo, un primo piano, dicevamo, che dura un’eternità, nel quale afferma che a volte vorrebbe la figlia morta piuttosto che in quello stato.
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Ma non è solo un lavoro sull’handicap, è anche un incredibile film di viaggio, che parte da Berlino per spostarsi in Norvegia, per l’insopprimibile voglia che il padre ha di far vivere al figlio una vita vera. Non sappiamo se sarà possibile, perché Amelio, con una scelta spiazzante e coraggiosa, il film non lo fa finire, lo lascia sospeso, come sospese sono le vite dei personaggi, impossibilitati a vedere al di là del contingente.

Nota di grande merito a tutti gli attori: dalla non sorpresa della Rampling, fino al viso pulito di Kim Rossi Stuart, ottimo in un ruolo davvero difficile. E poi c’è Andrea Rossi, il ragazzo che interpreta Paolo. Disabile nella vita reale, porta sullo schermo, in maniera straordinaria, una carica di emotività incontenibile. Con il suo accento romanesco, a tratti difficile da comprendere quasi si trattasse di un gramelot, e la sua vitalità infinita, recita il suo ruolo spogliandolo del pietismo e, anche grazie al regista, ci regala una persona vera.

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