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La Terra dell'Abbondanza
Wim Wenders torna a parlarci dell'America: la prima volta dopo l'11/09
di Wim Wenders
la terra dell'abbondanzaCATEGORIA:Film d'autore con concessioni al grande pubblico.
Era davvero tanto la curiosità di vedere questo film: cosa avrebbe detto Wim Wenders, il cineasta europeo che più ama gli Stati Uniti, dell’America post 11 Settembre? Ma non era questa l’unica domanda che mi facevo percorrendo la strada verso il cinema. Mi chiedevo anche se il nostro avrebbe ritrovato un tono lontano dagli eccessi filosofici dei suoi ultimi film e più vicino al piacere del racconto del suo primo cinema.

Le recensioni italiane, al contrario di quelle francesi, lasciavano ben sperare. Nessuno che ne avesse parlato come un capolavoro, certo, ma salutavano ottimisticamente il ritorno del buon Wenders, quasi fosse un figliuol prodigo dal quale aspettarsi una sicura reentré.

Dopo la visione le impressioni sono contrastanti. Nel film ci sono buoni momenti e sequenze non del tutto azzeccate, ma quello che emerge è che l’opera sia sentita, molto più sentita di tante altre. E mi rendo conto delle difficoltà, da parte del cineasta tedesco, di descrivere la sua America, luogo dell’anima e del cuore, quell’America adorata per la sua cultura e osteggiata per molti aspetti della sua vita sociale e politica.
la terra dell'abbondanza
Il film descrive un incontro atteso, quello tra uno zio, Paul Jeffris, reduce del Viet-Nam che oggi lavora come uomo della sicurezza nazionale free-lance e Lana, nipote ventenne attivista figlia di un missionario in Africa e che viene dalla Palestina. Paul e la madre di Lana avevano avuto grandi divergenze: conservatore lui, teso ad adorare la propria patria, contestatrice liberal lei, figlia della sua generazione. Dopo la morte della donna, spetta alla ragazza il compito di riallacciare i rapporti familiari. Ma ad interessare molto Wenders, e anche lo spettatore, è lo scenario: gli Stati Uniti due anni dopo Ground Zero, due anni dopo il più grande attacco che il nuovo mondo occidentale abbia mai subito. Paul è oltre i limiti della paranoia, fa un lavoro che nessuno gli ha assegnato, tutto concentrato a proteggere il suo paese da un nuovo futuro attacco terroristico. L’omicidio di un ragazzo pakistano farà lavorare assieme, per motivi ovviamente diversi, zio e nipote.

Pellicola questa che, a mio avviso, si compone di alti e bassi macroscopici: a momenti di grande poesia ne contrappone altri che in molti definiscono predicatori, usando l’aggettivo che molto spesso serve a stroncare gli ultimi lavori del regista; spesso troppo teso a dimostrare le sue tesi con i film. Levità e pesantezza sono gli opposti che strutturano l’opera, ma che non si fondono mai. Quando Wenders, però, riesce ad essere davvero lieve, dimostra di saper fare grandissimo cinema, dando respiro ad un racconto che in altre mani poteva bruciare. Lievi, ma certamente non leggeri, sono i momenti nei quali ci mostra la Los Angeles dei sobborghi, con la magnifica ironia contenuta nel titolo, un’abbondanza per pochi. Pesanti invece quelli nei quali fa soliloquire i protagonisti, momenti che giudico fuori luogo, quasi il regista volesse ancor meglio specificare la propria posizione rispetto a quello che mostra.

Poi i due sono presentati in modo manicheo, e la ragione sta chiaramente solo dal lato della ragazza. Ma quando Wenders dimentica le opposte verità e fa scorrere il racconto il film torna ad impennarsi e gli ultimi trenta minuti sono davvero magnifici. Il viaggio compiuto su un furgone verso New York, verso la cicatrice nel cuore degli States, con la voce del grande Leonard Cohen che intona la sua Land of Planty è il momento in assoluto migliore di tutta la pellicola, che lascia un ottimo ricordo all’uscita dalla sala. Ma il ricordo non basta per dimenticarne i difetti.

Certo il regista lavora in maniera magnifica con le riprese digitali: abbonda di primi piani e dettagli, spesso molto significativi, e usa con parsimonia campi lunghissimi, che nella grammatica del film rendono perfettamente gli stati d’animo dei due. Inquadrature che, dai detrattori del nostro potrebbero essere definiti di maniera: ma come si può raccontare questo momento senza indulgere un poco verso questo difetto?
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I due attori sono una piacevole sorpresa: specialmente Michelle Williams, già vista come starlette televisiva (la ricordiamo nel teen serial Dawson’s Creek) che fornisce una prova di sufficiente intensità drammatica. John Diehl, invece, è più monocorde come paranoico al servizio dello stato, ma è del tutto perfetto quando viene bonariamente preso in giro dalla macchina da presa in una magnifica sequenza nella quale è convinto di aver trovato il rifugio dei terroristi. Ed è stupendo nella trasformazione del suo personaggio, nel trovare, finalmente, una sorta di consapevolezza di quanto accade a lui e al suo paese.

Difficile valutare questo lungometraggio. L’abbiamo detto più volte, nel lavoro ci sono tutti e due i Wenders: quello lieve che adoriamo e il predicatore che si può arrivare a detestare. Sopra la sufficienza il giudizio complessivo, ma con il consiglio deciso guardare e ascoltare questo film, solo così, ognuno di noi, potrà trovare il proprio Wenders, quello che più ama.

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