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Lavorare con Lentezza
Le storie sono asce di guerra da disseppellire
scritto da Wu Ming diretto da Guido Chiesa
lavorare con lentezzaSembrava che il cinema di quest’anno abbondasse di non luoghi. Dall’ aeroporto di The Terminal all’albergo svizzero de Le Conseguenze dell’Amore il cinema ci stava regalando molti momenti geograficamente spaesati. E poi arriva Guido Chiesa con il suo Lavorare con Lentezza e ci porta dritto dritto in luoghi reali, così reali che molti di noi li vedono, li assaporano, li attraversano. Dalla Bologna universitaria di via Zamboni e via del Pratello, tra le case di una periferia diroccata e infuriata contro tutto e contro tutti, fino ad una stanza piena di scritte e di apparecchi per la trasmissione radio, i luoghi di questo film sono reali, maggiormente reali forse per noi emiliani, così poco abituati a sentir parlare i nostri dialetti e a veder rappresentate le nostre città da arrivare ad caloroso senso di appartenenza.

Il tempo è lontano da noi, però. Correva l’anno 1977 quando un gruppo di giovani, riuniti in un assmblearismo permanente così di moda in quegli anni, decidevano di fondare Radio Alice. E da lì parte una storia che dura poco, ma che si inciderà moltissimo nell’immaginario collettivo dei fratelli maggiori, ma anche nel nostro. Momento tanto storico da essere rappresentato come film muto all’interno della narrazione principale, la fondazione di Radio Alice è solo un perno attorno al quale Chiesa racconta uno spaccato della vita di quegli anni.
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Il regista torinese già si era occupato della prima radio libera in un documentario, mostrando come l’inventiva e la creatività di quel momento fosse importante e seminale, perciò in questa narrazione Alice viene lasciata quasi in secondo piano. Perché solo così riesce a raccontare un’epoca, soprattutto grazie a uno sceneggiatore di eccezione: Wu Ming, collettivo della penna che in questi anni ha rappresentato l’unico vero scossone della letteratura italiana. E l’apporto del collettivo nato come Luther Blissett si fa sentire decisamente. Alcune scene della pellicola escono da un loro romanzo, 54, come ad esempio un bar pieno di vecchietti che giocano a carte e ascoltano il PCI come unica voce guida in un momento nel quale i giovani si distaccavano dalla politica tradizionale.

Ma fuori dalla politica e dai discorsi del movimento, c’è chi non ne può e non ne vuole far parte, ci sono persone a cui la propria vita sta stretta e che sognano l’Australia e un cambiamento radicale. Ci sono ladri filosofi, e giovani arrabbiati che scavano un tunnel con la promessa di un lauto compenso. Ci sono moderni Raskolnikov che non uccidono per piacere ma per salvare la propria famiglia dalla rovina. C’è la vita insomma, anche per quelli che il flusso creativo di Radio Alice non possono permettersi di capirlo.
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E poi c’è lo Stato. Il discorso doveva arrivare. C’è un carabiniere con un figlio down, che sogna di incastrare un ladro che troppe volte gli è sfuggito, ma che, con rassegnazione, accetta gli ordini e si occupa della vita politica della città, scatenando la guerriglia che pone fine al movimento. Ed è difficile non vedere Genova in filigrana, anzi è impossibile. Ma la visione commossa degli scontri di piazza non è manichea, non vi sono ragioni e torti da distribuire, vi è solo il racconto di un momento, malinconicamente uguale a tanti altri momenti della vita politica del nostro paese, un momento importante in cui si confrontano e si confondono le ragioni delle persone. Senza un fondamentalismo che avrebbe potuto compiacere parte degli spettatori, Chiesa e Wu Ming raggiungono il loro scopo, raccontare. Il romanzo meno conosciuto del senza nome (è questa la traduzione dal mandarino di Wu Ming, nome anche del protagonista di Hero), porta in calce queste parole: “Le storie sono asce di guerra da disseppellire”. Beh il processo è iniziato e la grande abilità del regista è quella di scavare nel terriccio irto di vetri senza tagliarsi.
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Pur non essendo un film perfetto, forse soprattutto dal punto di vista stilistico, ha aspetti davvero da sottolineare. In primo luogo una colonna sonora straordinaria per un film italiano: tra Tim Buckley e Frank Zappa, si erge la voce straziata di Patti Smith e della sua Horses, con gli Afterhours che cantano Gioia e Rivoluzione degli Area, gruppo fondamentale del progressive rock nostrano, sperimentali e innovatori. (Ci sia concessa una nota personale: dispiace davvero che non sia più tra noi Demetrio Stratos, voce di luna e di terra che nemmeno il bravissimo Maneul Agnelli riesce ad eguagliare).
lavorare con lentezza
Ed è ottima anche la prova degli attori, tra esordienti che danno anima e corpo a personaggi disperati ed un ottimo Mastrandrea che come carabiniere è davvero credibile. Forse un po’ sottotono Caludia Pandolfi, costretta ad un dialetto che non le appartiene ma che si offre con generosità al pubblico, quasi un emblema della liberazione femminile che era parte di quel movimento.


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