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2046
Fenomenologia dell'amore o film politico?
Il nuovo film di Wong Kar-Wai
2046CATEGORIA:Beo, beo, capio nient... ma beooooo
Eh si… prima o poi doveva accadere. Da tre anni ho iniziato questo gioco di scrivere sui film che vedo. Tre anni e mai mi era capitato di non saper praticamente cosa dire. Mi sento come se avessi cominciato a farlo nel ’65, e mi fossi ritrovato, nel 1968, di fronte a 2001 Odissea nello Spazio. Chiariamo subito, non sto paragonando il capolavoro di Kubrick a questo gioiellino di Wong Kar-Wai. Solo il tempo ci dirà che anche questa pellicola merita il nome di capolavoro. In questo momento, dopo due visioni a distanza di tre giorni, lo trovo ancora ingiudicabile.

Capisco bene l’imbarazzo degli scrittori di cinema di professione, costretti dai loro giornali a dover dire qualcosa quando forse sarebbe consigliabile il silenzio. E’ dura, perché si rischia di spararle grosse e di essere poi smentiti. Perciò la maggior parte di loro lavora di mestiere, come la Aspesi che parlando di 2046 si limita a raccontarci acconciature e gioielli delle protagoniste. Ma noi siamo dilettanti, e possiamo permetterci il ridicolo.
2046
Innanzi tutto 2046 è una sorta di seguito di In the Mood for Love, il precedente lungometraggio di Wong. Ne riprende i temi e il protagonista, un sempre più grande e conosciuto anche in Occidente Toni Leung (Spada Spezzata in Hero). Leung è uno scrittore, lavora per i giornali e scrive romanzi, con la vita sempre in bilico tra Hong Kong e Singapore, sorta di rifugio e vasca di decantazione. Ma non è più il timido scrittore del film precedente. Ora è un singolare viveur, sempre imbrillantinato e pronto a conquistare donne, come se fosse una stella del cinema. L’amore per Meggie Cheung, protagonista femminile del primo film del dittico, è relegato ad una piccola sequenza (cosa che ha fatto infuriare la grande stella orientale). Ma questo sentimento infranto ha lasciato le sue cicatrici nell’anima dello scrittore, trasformandolo. Ora infatti scrive romanzi di fantascienza, in cui l’erotismo si confonde ai tragitti esistenziali dei suoi protagonisti, storie dove si condensano, in un attacco di bovarismo che colpisce l’autore più che il lettore, le sue storie personali e di quelli che gli stanno attorno. 2046 è il romanzo che sta scrivendo all’inizio del film, ma è anche una sorta di luogo, dal quale non si può o non si vuole fuggire. Luogo dell’anima e dello spirito, che incatena lo scrittore ad un continuo fuggire dai sentimenti. La sua storia con la semi prostituta Zhang Ziyi, la vera stella femminile di questo film, bella da mozzare il fiato e brava come non l’avete mai vista, è specchio di questa zona, una sorta di limbo del romanticismo. Poi tutto precipita e vecchi nomi tornano alle luce, anche se hanno il volto dell’altra star Gong Li, la vedova nera maestra del gioco d’azzardo.
2046
Si è scritto che 2046 è un film fatto dalle piccole cose, dagli sguardi, creato dai sottointesi dei protagonisti. Tutto vero, ma c’è di più. 5 anni sono serviti a Wong Kar-Wai per portare sui grandi schermi questa storia, 5 anni di lavoro intenso e di problemi con la censura, che da un po’ ha rimesso piede anche a Hong Kong. 5 anni e il nostro presenta a Cannes, in ritardo di 24 ore, un film incompleto, salvo poi lavorarci ancora, farlo uscire in sala e assicurarci che tanto non è ancora il montaggio definitivo. Dietro tutto questo c’è un perché, ma a noi non è dato saperlo. Sembra essere una storia personale come poche altre, una storia in bilico tra un romanticismo da amor fou, e il più spietato cinismo. Anche se… come vedremo, oltre ad una fenomenologia dei sentimenti amorosi c’è dell’altro.

Se In the Mood for Love era un film di spazio, dove la macchina da presa incorniciava le scene e le seguiva da feritoie e ogive, come per ragionare sulla geografia di Hong Kong e Singapore (ancora questi luoghi come pendolo insostenibile di quelle persone), 2046 è un film di tempo, scandito da didascalie e esplicitato fin dal titolo. E’ una pellicola che ragiona sul tempo delle risposte, sul fatto che la vita forse avrebbe bisogno di una brutta copia per non commettere errori irreparabili. L’autore usa il tempo filmico in maniera del tutto libera, dando spazio a ellissi e dilatazioni e confinando il momento metanarrativo, l’unica parte davvero di fantascienza, ad un futuro atemporale dove gli androidi sono lo specchio magnificato degli uomini e ne amplificano debolezze e problemi. E’ un film di numeri, e momenti, dove la vigilia di Natale di ogni anno mette in luce la solitudine e il bisogno di calore umano.
2046
Della recitazione abbiamo già detto, davvero superba in ogni momento, della fotografia non abbiamo parlato. Ma Cristopher Doyle non ha bisogno di commenti. E’ semplicemente perfetto. Già in Hero aveva mostrato tutta la sua abilità, ma qui si supera conferendo ad ogni scena un tocco di classe che solo questa maestri da dare. E’ lui a rendere il momento scifi del lungometraggio davvero affascinante. Con la mancanza di mezzi tecnici la luce diventa fondamentale. E Doyle, grazie a pochi sapienti tocchi, riesce a ricostruire il mondo del futuro.

Per quanto riguarda il doppiaggio, beh… c’è da dire che poteva andare peggio. A parte un “compagno di bevute” che diventa inspiegabilmente “compagno di sventure” non abbiamo poi molto altro da ridire, anche se seguire un film di Hong Kong in cantonese con la sottotitolatura realizzata ad arte in inglese spesso consente di perdere meno significato per strada.
2046
Fino a cui dunque tutto bene, 2046 è il racconto dell’amore secondo Wong Kai-Wai, una sorta di appendice al film precedente. Eppure… lo sapevamo già da prima, ma l’informazione che ci comunica sui titoli di coda in una sala che comincia già a svuotarsi è tale da far riflettere ancora sull’intero film. Il 2046 è l’anno in cui la Repubblica Popolare Cinese toglierà ad Hong Kong le autonomie. Il film privato diventa dunque film politico? Si può vedere il tutto sotto un’altra luce, attraverso un altro spazio o un altro tempo? E perché Wong ha avuto tanti problemi con la censura?

Domande, domande e ancora domande. Ecco cosa ci attende alla fine della visione. Certo, molto positivo in un’epoca di livellamento artistico e culturale. Rivedendolo per la seconda volta ho notato che alcuni momenti del lungometraggio potevano essere davvero allegorici, ma per un non cinese ritengo che sia davvero troppo difficile. In attesa di una certa futura visione, lasciamo un commento positivo, sperando che il futuro ci riservi una maggior comprensione di uno dei film più spiazzanti dell’anno.

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