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Le Choristes - I Ragazzi del Coro
L'Attimo Fuggente, alla francese
Un film d'esordio
Les Choriste - I Ragazzi del CoroStrano oggetto questo lungometraggio francese, storia di un musica dilettante che si ritrova per caso in una sorta di istituto di correzione per bambini e ragazzi con problemi sociali. Contrario ai metodi violenti del preside, decide di usare la sua pasione per la musica per cercare di salvare i ragazzi e dar loro una speranza nella vita, formando, come è prevedibile dal titolo, un coro.

Interamente raccontato tramite un lungo flashback dal quale sappiamo subito che uno di quei ragazzi è diventato un musicista di talento, mette in scena un dopo guerra francese in un luogo isolato, in cui i problemi di una nazione filtrano come luce attraverso le finestre.

Non nasconde assolutamente la matrice teatrale questo esordio transalpino, anche se il suo modello di riferimento sembra essere l’Attimo Fuggente, con il classico professore indisciplinato che non sta alle regole di una scuola sorpassata dai tempi (oppure è il professore ad essere in anticipo). Eppure è bravo l’esordiente Barritier a giocare l’intero lavoro sul sottotono, senza lasciare il campo ad eccessi melò che avrebbero potuto disturbare quella che è una quieta elegia. Bravo sì, ma non emoziona mai, se non in qualche punto davvero semplice.

Perché tutto il lavoro è permeato di un crepuscolarismo che stona con il clima violento della scuola, e, ad un certo punto, anche i momenti più drammatici ed estremi vengono affossati dal buonismo che copre tutto. Lo sappiamo, il miele è sostanza da usare con cautela, rischia di bloccare le membra. E’ denso, facile ad imprigionare le membra degli uomini. Non è acqua purificatrice, non è fuoco distruttore. E’ solo un materiale dolce, in cui si rischia di restare avvinghiati. Questa è l’impressione generale che ho ricavato dal lungometraggio. Una storia che resta avvinghiata dai propri sentimenti e non può liberarsene: se lo facesse cadrebbe l’intero castello di carte, invece resta ferma su se stessa, immobile, immota.

Si è detto che la forza dei film di questo tipo sia restare lontani dallo spettacolarismo hollywoodiano, ma certo questo non si avvicina nemmeno lontanamente alla profondità del vero cinema d’autore europeo. Per favore, non scomodiamo Truffaut, e i suoi 400 colpi. Per favore, davvero, non ne vale la pena. I bambini, dolci poetici, cattivi, arroganti, il ondo dell’infanzia raccontato dal maestro centra poco o nulla con questo coro. Qui è solo il racconto di un professore fallito e di un ragazzo di talento che a dispetto della sua indole anarchica riuscirà ad avere successo. Pensateci, quanto è diverso raccontare la disperazione con negli ultimi fotogrammi un fallimento o un successo. Strana consolazione quest’ultima propria di un cinema popolare (forse troppo popolare) che vuole mascherarsi da autore.

E poi, nonostante la buona abilità degli interpreti, tutto sa troppo di già visto, già sentito: il bravo professore, di cui abbiamo parlato, il preside cattivo, lo studente ribelle e dotato, il piccolo e indifeso. Insomma la fiera del cliché in un lungo tutt’altro che imprescindibile. Ci chiediamo come mai, nelle sale oberate di Ferrara, questo film sia ancora in programmazione e non abbia lasciato spazio a qualcosa di più interessante. In attesa di una risposta, votiamo.

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