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The Corporation
Four More Years - The Dream Is Over
Il documentario sulle multinazionali
corporationGli storici del cinema del futuro descriveranno gli inizi degli anni 2000 come quelli della rinascita del documentario. Genere a lungo dimenticato, ma dotato di una rara etica nel mondo del cinema, serve spesso a fornire illuminanti aspetti della realtà, a capire meglio il mondo che sta attorno a noi, e tenta di orientare le coscienze.

The Corporation è assai diverso, però, dai film a lui contemporanei. Pur intervistandolo a lungo durante lo svolgimento della pellicola, si distacca nettamente dallo stile di Michael Moore, profeta della nuova età del cinema di non fiction. E’ un documentario classico, con moltissime interviste e materiale di archivio, in cui gli autori di pongono volutamente in secondo piano per “far parlare i fatti”.

Denso, densissimo e assai lungo, The Corporation si propone di analizzare il modo in cui le multinazionali (corporazioni ha in Italia un diverso significato e non traduce il termine) si inseriscono nella nostra società. E lo fa scendo una miriade di prospettive. Da quella storica, a quella economica, passando per l’impatto ambientale fino ad arrivare all’utilizzo dei massa media.

Tutto parte da quando la corte suprema americana stabilì, grazie ad una legge che in realtà doveva tutelare i cittadini afroamericani, che la corporation è una persona giuridica, con tutto ciò che ne consegue, ciò il diritto di avere proprietà, di concludere scambi commerciali, e di avere le libertà di un individuo. Ma per sua stessa natura di mostro a mille teste che persegue esclusivamente il profitto per i propri azionisti, la corporation non ha la moralità di una persona reale, non ha ciò che la potrebbe qualificare come essere umano.
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Il lungometraggio porta miriadi di esempi su come queste aziende condizionino pesantemente e in maniera quasi violenta la vita di ogni essere umano. Tratta del lavoro minorile e delle sofisticazioni alimentari, dei rapporti tra l’industria americana e il regime nazista. Insomma tratta di ogni cosa. E, inevitabilmente lo fa con un doppio difetto. Da un lato l’estensione dei temi ne pregiudica la completezza, dall’altro rende la visione assai difficile, molto pesante e straordinariamente complicata.

Nello scorrere del film si notato errori marchiani, riguardo all’economia, alla sociologia, sulle comunicazioni. A volte si sentono enunciate teorie che il mondo accademico ha smesso di considerare attendibili negli anni ’20. Ma in certi momenti la verità emerge con forza e si sente che la pellicola è intrisa di un senso della realtà superiore a quello dei capitani di industria intervistati.

Non è semplice giudicare il film. Troppa carne al fuoco, troppi temi importanti. Per ognuno dei capitoli che scandiscono l’opera si sarebbe potuto avere un documentario a se stante. Certo l’importanza del film è grande, se riuscisse ad arrivare a spettatori che non fossero già convinti delle tesi enunciate.

Che le multinazionali perseguano il profitto non è una novità per nessuno. Che lo facciano a discapito di ogni sicurezza per l’uomo quasi. Ma che l’intero sistema economico sia da rivedere è una verità che sfugge alla maggioranza della popolazioni. Le conclusioni ottimistiche che permeano il finale sono, a mio avviso, davvero fuori luogo. Non voglio far la parte dell’apocalittico dicendo questo, ma il sistema economico, per come è strutturato ai giorni nostri, difficilmente cambierà, se non in seguito ad eventi profondamente traumatici.

Però ci sono davvero cose molto interessanti. La qualità delle interviste è molto alta, e copre le posizioni politiche che vanno da Milton Friedman (premio nobel per l’economia e profeta del neomonetarismo) a Naomi Klein ( il filosofo del movimento non-ho-intenzione-di-mettere-un-etichetta). Personalmente non amo la Klein, trovo che non sia per nulla originale. Ha riciclato un’idea di Jean Baudrillard, e l’ha usata per spiegare ( a modo suo) la post modernità. Non ci voleva molto. Ma ha avuto il merito di far arrivare questa idea, che lei, in maniera molto limitativa, applica esclusivamente ai marchi di fabbrica, ad una grande massa di persone.
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E un ruolo fondamentale lo svolge Michael Moore, ormai una celebrità conclamata. Agli antipodi per quanto riguarda lo stile documentaristico, condivide con gli autori di The Corporation quello che chiamerei un grande senso della civiltà. Posso non apprezzare l’ultimo suo film, ma non metto certo in dubbio le sue lodevoli intenzioni. E si può non amare il grosso abitante del Michigan, ma c’è da dire che le notizie più interessanti di questo documentario le da lui.

Perdonate l’immersione nel mio passato personale, ma è utile per spregiare un difetto/pregio del film. Ricordo quando frequentavo la scuola superiore, che noi studenti insistevamo con il professore di storia e filosofia per studiare una materia strana, che chiamavamo attualità. Avevamo voglia di parlare dell’oggi. Ma lui si è sempre rifiutato, sostenendo (cosa che allora non capivo e che oggi vedo più chiaramente) che senza fonti storiche attendibili, no si fa vera storia ma letteratura. Che può essere importante, ma è cosa altra dalla scienza. Ecco che, dunque, le parti migliori della pellicola si hanno quando la memoria scorre all’indietro, quando si parla dei rapporti tra l’industria americana e il regime nazista, quando viene mostrato, con uno j’accuse davvero violento, che la IBM vendeva macchine e schede perforate (antesignani degli attuali computer) a Hitler e che queste macchine venivano usate per razionalizzare i campi di sterminio. Barman, uno storico dell’olocausto, ha affermato che la persecuzione sistematica degli ebri è stata possibile grazie alla “razionalizzazione del processo”. L’IBM, non si sa con quale grado di complicità, ha fornito gli strumenti. Momento durissimo nel lungometraggio, e non smentito appieno dalla stessa casa della California.
Ma nel film si parla raramente delle cause, e quindi, a livello teorico, motivi ed effetti si confondono, indebolendo inevitabilmente un impianto costruito per combattere nel mondo delle idee.

Non una grande opera dunque, ma un film importante. Un film che avrebbe potuto smuovere coscienze. Non lo ha fatto. Come non lo ha fatto Michael Moore. Vedere il lungometraggio (uscito negli USA ben prima delle elezioni americane) dopo questo evento lo colora di malinconia. Il grande movimento ha fallito e gli Stati Uniti hanno l’unico presidente al mondo, assieme a quello cinese, che si oppone alla ratifiche degli accordi di Kyoto. Se il fianle di The Corporation era venato di un flebile ottimismo, la realtà dei fatti lo ha smentito con una forza che non sembrava possibile.

Ps. Vorrei spendere due ulteriore parole sul doppiaggio. A parte un Milton Friedman doppiato dalla voce televisiva di Abraham Simpson (vi assicuro che l’effetto, se conoscente un minimo Friedman è davvero spassoso) le voci italiane sono davvero lacunose. Basti un esempio: la NSA (National Security Agency) è un dipartimento governativo che si occupa di sicurezza nazionale (naturalmente US). E’ il più importante, forse più della stessa CIA. Sentirlo tradotto come “una” agenzia per la sicurezza, come se fosse una normale impresa di vigilantes, denota scarsa conoscenza del mondo americano. Non è la prima volta che i documentari hanno pessimi adattamenti. E non do certo la colpa ai doppiatori. Spero solo che le case di distribuzione decidano di investire di più perché un errore in un film di finzione non è così grave come in un lavoro di questo tipo.

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