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The Manchurian Candidate
Il ritorno alla regia di Johnatan Demme
con Denzel Washington
manchurianRamake di un film degli anni ’60, questo lungometraggio segna i ritorno in grande stile di Johnatan Demme dopo una decennio di scarsa attività cinematografica. Presentato alla mostra del cinema di Venezia, il film è una sorta di thriller fantapoliticp quasi di attualità, dove un intero plotone di reduci della prima guerra del golfo viene assalito da strani sogni. Uno di loro, l’eroe che li salvò tutti in seguito ad una imboscata, il figlio di una potentissima senatrice, sta per essere candito alla vicepresidenza degli Stati Uniti d’America.

L’uomo che comincia a dubitare di tutto quello che è loro accaduto è il comandate di quel plotone, il sergente Marco, interpretato da Denzel Washington. E’ lui il più lucido dei reduci, e capisce che c’è qualcosa nel suo passato che non riesce ad afferrare, che c’è un piano che li ha voluti così. Aiutato da strani personaggi comincerà la sua difficile salita verso la verità.
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E’ chiaro come, fin dalle prima inquadrature, il modello di riferimento di Demme non sia la fantascienza, quanto piuttosto quel cinema, così liberal e amato più o meno da tutti, degli anni ’70 americani. I due film più famosi di questo filone sono certamente Tutti gli Uomini del Presidente e I Tre Giorni del Condor, manifesti di quel cinema di impegno civile che ancora conservano una modernità rara. Ma è difficile raggiungere il livello delle opere sopra citate. Quei tempi sono passati da un pezzo e quello stile non è più amato dal pubblico. Poi Washingotn è troppo superumano per poter rappresentare l’uomo comune di fronte all’ambiguità del potere. Voglio dire, Robert Redford e Dustin Hoffman erano persone qualunque, piccoli uomini posti di fronte a storie più grandi di loro, enormemente più grandi di loro. Invece l’ottimo attore afroamericano sembra sempre avere le spalle abbastanza grosse per poter sopportare qualunque situazione senza esserne schiacciato.

A parte l’adeguatezza del cast, con una Meryl Streep decisamente deniriana (cioè costantemente sopra le righe e vicina a Mefistofele), ciò che meno convince di tutto il film è la sceneggiatura. Latitante in molti momenti e troppo aderente ad un momento storico che, quando sarà passato, renderà obsoleta tutta la pellicola.

Demme invece continua ad essere un ottimo mettitore in scena. I momenti in cui è la regia a controllare il film si segnalano come i migliori in assoluto. Quando le amnesie del sergente cominciano ad essere la parte principale della narrazione il lavoro decolla, creando nello spettatore uno spaesamento notevole, giocando tra le sue aspettative e le sue conoscenze.
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Non c’era certo bisogno di questo lungometraggio per sapere quanto Demme fosse bravo con la macchina da presa. Ma, e non fa male ripeterlo, lo script è davvero deboluccio. Il pregio maggiore del regista, però, è quello di essere comunque capace, grazie alle sue doti, di tenere alto il ritmo. E, nonostante la prevedibilità di alcune situazioni, regala addirittura un paio di sorprese. Nulla di che, comunque. Dopo una mezz’ora la trama appare del tutto chiara e i colpi di scena, almeno per la maggior parte, svelati.

Siamo ancora molto lontani da Il Silenzio degli Innocenti, uno dei capolavori degli anni ’90. E sarà difficile, ormai, trovare delle sceneggiature di così alto livello nel cinema delle majors. E’ importante continuare a sperare: finché ci saranno degli autori come Demme o come Mann alle prese con il mercato dei grandi la possibilità di vedere grandi film ci sarà sempre. The Manchurian Candidate non lo è. E’ una pellicola discreta, dove a sprazzi si intravede uno stile raro. Ma oltre allo stile serve altro, e la pessima qualità dei dialoghi, in certi momenti addirittura ridicoli, affossano un progetto che, a prima vista, poteva essere davvero interessante.

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