sei in OcchiAperti.Net > Benvenuti nella nuova sezione Cinema! > Archivio Recensioni > Maria Full of Grace
Maria Full of Grace
Come Maria divenne Mula per tornare finalmente umana
L'esordio di Joshua Marston
maria full of grace
Una volta lessi in un romanzo che il mondo si divedeva in due categorie di persone: quelle che partono e quelle che restano. Di entrambe le categoria ha bisogno il mondo, con tutto ciò che ne consegue. Maria è una di quelle persone che partono. In molti sensi.

Non dev’essere facile vivere in Colombia, specie per le ragazza povere che vengono sfruttate nei loro umili lavori. Non dev’essere facile essere incinte per una ventenne senza prospettive. Specie quando si ha davanti lo spettro di una sorella diventata madre troppo presto, e molte aspettative della famiglia sulle spalle.

A volte anche partire è un’assunzione di responsabilità. Ma come, come si può abbandonare il proprio paese, quando in tasca si faticano ad avere i soldi per mangiare? Per alcune ragazze disperate la possibilità c’è. Ci si deve trasformare in animali, diventare mule. E’ questo il nome che viene dato alle donne che ingoiano capsule piene di cocaina per portare negli Stati Uniti. E’ il modo più semplice attraverso il quale i narcotrafficanti riescono a far passare la bianca da un paese all’altro. Ecco la grazia di cui è piena Maria. Una grazia purissima, una grazia bianchissima. Una sorta di miracolo.

Titolo ai limiti della blasfemia, ma azzeccato, davvero. Una Maria che deve partorire le capsule per sopravvivere, una Maria che deve proteggere ciò che contiene, perché se una capsula di rompe la sua vita è finita. Una Maria che porta in grembo un figlio condannato a convivere fin da feto con una partita di cocaina.

Questo film ha ricevuto mille attenzioni in ogni festival in cui è stato presentato. Premio del pubblico al Sundance, e molti altri riconoscimenti. Ma c’è qualcosa che non funziona.

Lo spunto narrativo è davvero buono e le implicazioni potrebbero essere molteplici. L’esordiente Marston, ispano americano che è riuscito a strappare alla HBO una produzione, sceglie una messa in scena fredda e analitica, e questo contrasta a mio avviso con lo spirito del film. I dialoghi sono particolarmente deboli, mentre davvero azzeccata è la scelta della protagonista femminile, Catalina Sandino Moreno, bella di una bellezza non debordante, accarezzata continuamente dalla macchina da presa in inquadrature un po’ troppo insistite. Sarà forse la povertà della produzione che ha forzato una messa in scena fatta di primi piani e visioni della protagonista, ma sarebbe stato importante vedere anche cosa c’è attorno, sentire il mondo che scorre attorno a Maria, poter viaggiare con lei, attraverso i suoi dolori e le sue paure.

Invece quello che sentiamo è solo il riflesso delle emozioni della ragazza, non la vera natura delle stesse. La scelta di dare al film un punto di vista strettamente legato alla protagonista è forse il motivo per cui il film è piaciuto così tanto, dando all’attrice la possibilità di eccellere. Ma a far le spese è tutto film, perché sfugge il quadro generale. Sfugge il dramma delle mule, permettendoci dunque di concentrarci solo su una mula, solo sulla Maria piena di grazia.

Si è parlato di Ken Loach per descrivere questo lungometraggio. Beh, la visione della storia del regista inglese è molto diversa da questa. Dove il rosso inglese mette al centro delle sue storie i motivi e le cause, Marston centra la sua opera sugli effetti e sul personaggio. Un peccato davvero, perché le possibilità che si intravedono sono moltissime. Sarebbe stato meglio se l’amica della protagonista, Blanca, non fosse stata presentata come un personaggio bidimensionale, pavida macchietta che fa da contraltare alla coraggiosa Maria. Per quel poco che si riesce ad intuire, Blanca è una di quelle persone che restano, qualunque cosa accada. Ed il meglio del film sta proprio nel confronto tra le due e non nell’annunciata crudezza espositiva del momento in cui Maria inghiotte 63 capsule di coca.

Ciò che ci resta è un esordio interessante, ma per il quale non vale davvero la pena di gridare al miracolo. In sintesi il film è costruito su un ottimo soggetto, non sorretto altrettanto bene da sceneggiatura e messa in scena. Potrà appare in giudizio troppo tecnico, ma il cinema si nutre anche di questo.

testo alternativo





visite: 12582
gli ultimi contributi
le ultime della redazione cinema
documento conforme agli standard XHTMLDocumento conforme agli standard css