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I giovani secondo Claudio Gallonet
da "il cronista"

il cronista (20 maggio 2005 INTERVENTI)
diretto da Gian Carlo Scotuzzi
Giovani senza bussola
di Claudio Gallonet

Il mondo della scuola negli ultimi mesi è ripetutamente balzato agli onori delle cronache per vandalismi in serie: da Milano a Roma, da Corbetta a Rozzano, città grandi e piccole, protagonisti borghesi o proletari non fa differenza; il risultato è lo stesso: aule incendiate, devastate, allagate. I protagonisti di queste imprese assurgono a volte al ruolo di eroi (magari negativi, ma eroi), suscitando ammirazione e, in alcuni, spirito di emulazione. Nei commenti dei ragazzi spesso non c’è una netta presa di distanza da simili gesti: la scuola non viene vista come un bene comune da difendere; da cambiare e migliorare magari, ma sempre da tutelare. Gli edifici in cui i giovani passano una parte significativa del loro tempo vengono sovente percepiti come un carcere da cui liberarsi, almeno per un po’. Chi mette in atto strategie per porre fuori uso l’istituzione educativa riceve un più o meno tacito consenso. Un’incomprensibile forma di nichilismo sembra pervadere una parte significativa delle nuove generazioni: distruggere, imbrattare, vandalizzare tutto ciò che è pubblico è visto come un’azione non riprovevole e comunque accettabile. Aule, cabine telefoniche, panchine, muri delle case, palazzi, monumenti, vetture tranviarie, stadi, vengono visti come luoghi in cui sfogare la propria ansia demolitrice. A volte la sindrome è autodistruttiva: l’uso di droghe, la folle velocità, l’esporsi a pericoli di ogni sorta in giochi assurdi sembra uno stile esistenziale molto in voga oggi: distruggo, dunque sono. Rischio la morte, dunque sono. Cartesio aggiornato al 2005. Siamo di fronte al fallimento delle generazioni degli adulti, che non sono stati capaci di trasmettere alcuni valore fondanti ai più giovani. Sovente chi si rende responsabile di atti teppistici, quando viene individuato non prova neppure un vero pentimento. Manca cioè la coscienza della linea di demarcazione tra bene e male, tra giusto e ingiusto, lecito e illecito. Le giovani generazioni sono immerse, per una parte significativa, nell’indifferentismo morale. Gli adulti, troppo immersi nella battaglia per il denaro, il successo e il potere non hanno saputo trasmettere i valori che fondano la vita sociale: la tolleranza, la solidarietà, il rispetto per i beni e per le idee altrui e per tutto ciò che è patrimonio comune. In molti ragazzi sembra verificarsi una regressione dal culturale al biologico: organizzati in bande, migrano senza meta e senza senso, desiderosi solo di segnare la loro presenza sul territorio con graffiti e atti vandalici. Spesso si fatica a capire cosa frulla per il capo di ragazzi e ragazze apparentemente normali e integrati, ma pronti, in determinate situazioni, a far propri i comportamenti devianti senza provare alcun rimorso. Naturalmente non tutti i giovani sono così: c è chi ha giudizio, chi si impegna, chi fa sport, chi aiuta il prossimo con il volontariato e in altri modi, chi ha ideali e passioni. Ma le cronache raramente si occupano di questi ultimi. Gli episodi di bullismo andranno mille volte in prima pagina, quelli di abnegazione , altruismo, per quanto meritevoli, troveranno spazio solo qualche volta in un trafiletto nelle pagine interne dei quotidiani. La società dello spettacolo attribuisce importanza prevalente a ciò che è negativo e aberrante. A forza di propagandare cattivi esempi, il negativo si prende tutta la scena. E se qualche volta il mondo dei media e degli adulti andasse a guardare dietro le quinte? Forse vedrebbe che nelle scuole non ci sono solo teppismo e bullismo, ma lavoro ben fatto, impegno, ricerca collaborazione, progetti, crescita umana e civile. Il mondo degli adulti deve farsi una seria autocritica: i ragazzi che ci sbalordiscono con i loro comportamenti apparentemente incomprensibili sono figli nostri, sono il prodotto della società che abbiamo costruito, basata sull’individualismo, sul profitto, sulla ricerca del piacere e del successo a qualunque costo. Abbiamo riempito i nostri figli di gadget tecnologici, per coprire il nostro rimorso per non sapere o poter dare ciò che a loro è più necessario: tempo e ascolto. Spesso genitori presi da se stessi non percepiscono nemmeno il disagio dei figli e, di fronte all’amara scoperta di comportamenti aberranti dei loro rampolli, cadono dalle nuvole: «Ma come? Con tutto quello che abbiamo fatto per lui ci ha traditi?» La devianza giovanile è lo specchio che riflette l’immagine distorta di una società senza valori, di un mondo nel quale troppi ragazzi sentono che non vale la pena di integrarsi perché non ha nulla di veramente gratificante da offrire, per cui valga la pena di vivere. Chi nella scuola svolge un ruolo educativo si sente sempre più frustrato e inadeguato perché lotta contro i mulini a vento nel tentativo di trasmettere agli studenti valori che risultano in controtendenza con quelli che i ragazzi assorbono dal mondo dei coetanei, dai media e anche, a volte, dai genitori. Talora capita di sentirsi dire: «Prof, ma lei dove vive? Nel mondo dei sogni?» È una buona domanda perché quel prof, specie se ha una certa età, non si è ancora accorto di vivere in un mondo tutto suo, che non esiste più: seppellito dalla volgarità, dalla stupidità, dalle serialità, dalla ripetitività, dall’assenza di ogni principio di responsabilità, del dovere e dell’impegno. Visione troppo pessimistica o semplicemente realistica? Nel dubbio, noi adulti faremmo bene a rimboccarci le maniche e tentare qualcosa per cambiare una situazione che sta largamente sfuggendo di mano.
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redazione@ilcronista.org

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