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Editoriale dell'Associazione Culturale Pediatri
spntz: Genitori, cancellate il debito con i vostri figli
Si è rotto l'ottimismo che legava le generazioni

Quaderni acp - 2005; 12(3):93
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Abbiamo rubato il futuro ai nostri figli
Dopo due secoli di rivoluzione industriale si è rotto l'ottimismo che legava le generazioni
1.31 Editoriale


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Parole chiave / Key words:
Rivoluzione industriale, Produttività, Ambiente

Autori:
Perna Antonino
Docente di Sociologia Economica, Università di Messina
red@quaderniacp.it
Autore:
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La mia generazione ha scoperto l'incertezza e la paura del futuro dallo sguardo dei suoi figli e dei giovani con cui è a contatto. Dopo oltre due secoli dalla rivoluzione industriale in Occidente si è rotto il lungo filo rosso dell'ottimismo illuminista, che teneva legate le generazioni, si è spezzato il testimone che ogni generazione lasciava a quella seguente. Per la prima volta in Occidente – negli altri Paesi non c'è mai stato questo entusiasmo temporale verso il divenire, ma una visione ciclica del tempo – il futuro non è più foriero di magnifiche e progressive sorti dell'umanità. Se si pensa che la base culturale, le fondamenta del modo di produzione capitalistico si fondano proprio su quelle che Keynes chiamava il meccanismo delle aspettative – rispetto ai risparmi e agli investimenti – si capisce come è proprio il sistema capitalistico occidentale che è messo in discussione nel profondo dei comportamenti. Le nuove generazioni guardano con tremore al futuro, parcheggiandosi spesso tra le mura domestiche, saltando tra un lavoro precario e un corso di formazione alla disoccupazione, senza prospettive di costruirsi una vera e dignitosa indipendenza, forse senza speranze di andare un giorno in pensione.
Scrive il sociologo Schizzerotto: "... i trentenni e i ventenni di oggi (…) costituiscono le prime due generazioni del XX secolo a non essere in grado di migliorare le proprie prospettive di vita rispetto alle generazioni dalle quali discendono. Uno dei tratti della situazione attuale, ad esempio, è l'allungamento della permanenza dei giovani tra i 18 e i 34 anni nella famiglia d'origine: il 60% oggi, contro il 53% di dieci anni fa" (in quaderni dell'AIS, novembre 2004).
L'era dell'incertezza non riguarda solo il mercato del lavoro, la formazione di nuovi lavori stabili, ma riguarda una miriade di fattori che hanno a che fare con la vita e la costruzione sociale di un futuro sostenibile. Questo fenomeno inedito è il frutto di molte cause e fattori.

La divaricazione tra i fondamentali parametri economici e sociali
Il periodo del boom economico, della crescita virtuosa, 1951-1981, è stato definito da alcuni economisti francesi come les Treinte Glorieuses. La nostra visione del mondo si è formata, si è costruita sulla performance di quella fase storica in cui, nell'ordine, gli investimenti, il reddito, l'occupazione, i consumi, crescevano insieme, facendo registrare una forte correlazione positiva. Possiamo convenire con W. Sachs e altri che l'ideologia dello sviluppo e la religione del Pil sono nate e sicuramente si sono consolidate in quel periodo storico. A partire dai primi anni '80 negli Usa si è aperta una divaricazione tra queste variabili; per cui continuava a crescere il Pil, ma lentamente regredivano i posti di lavoro fissi e ben pagati, si assottigliava il ceto medio, cominciavano a flettere gli investimenti produttivi e, soprattutto, iniziava un poderoso processo di delocalizzazione del sistema industriale. L'Europa, a partire dal Regno Unito, seguì progressivamente lo stesso percorso che, negli anni '90, ha portato ad alcune vistose degenerazioni. La correlazione tra reddito, investimenti, occupazione si è spezzata in base a quel principio di "biforcazione catastrofica" che ha elaborato René Thom applicandolo alle forme del vivente (Stabilità strutturale e morfogenesi, Einaudi 1980). Questo fenomeno, peraltro comune alla morfogenesi della vita su questo pianeta, si traduce in soldoni nella crescita del Pil, che non solo non si accompagna più alla crescita dell'occupazione stabile, ma è correlata negativamente al benessere di una gran parte delle popolazioni. Diamo per scontato che un saggio del profitto minimo sia una condizione indispensabile per la sopravvivenza del sistema capitalistico. Ma questo è possibile solo, in un determinato Paese, aumentando la spesa pubblica rispetto alla massa salariale e, allo stesso tempo, aumentando la propensione marginale al consumo delle famiglie, mentre gli investimenti fissi sono destinati comunque a crescere per aumentare la produttività del lavoro e reggere la concorrenza internazionale. Ora è evidente che i Paesi industrializzati hanno lavorato in questa direzione negli ultimi decenni; hanno aumentato la spesa pubblica destinata direttamente e indirettamente al sistema produttivo, riducendo, spesso, i trasferimenti di reddito che vanno ai lavoratori. Ma, battendo questa strada, si riduce la domanda di beni di consumo, perché le famiglie avranno meno risorse finanziarie disponibili.
Solo attraverso un generale indebitamento finanziario è stata resa possibile la sopravvivenza del nostro modello di vita, di consumi e sprechi negli ultimi venticinque anni. Nello stesso periodo, questo meccanismo perverso ha creato una forte riduzione dei lavori stabili, una crescita della polarizzazione sociale di cui le "nuove povertà" rappresentano solo la punta dell'iceberg. Per fare solo qualche esempio: in Italia, nel 1986, il rapporto tra la paga lorda di un operaio Fiat e quella di un amministratore delegato era di 1 a 55, oggi è di 1 a 70 e continua a crescere. Negli USA, dal 1978 al 1994, il 20% dei più poveri ha perso il 19% nel reddito reale, di contro il 20% dei più ricchi ha incrementato del 18% il suo reddito.
Negli ultimi quattro anni gli Usa hanno conosciuto una perdita secca di 1,6 posti di lavoro. Il tasso di risparmio medio delle famiglie che ammontava all'8% nel 1993 è oggi sceso a meno del 2%! Come scrive l'economista nordamericano, J. Rifkin, "quest'anno in USA saranno più numerose le domande di fallimento che quelle di divorzio o dei corsi di specializzazione universitaria o gli attacchi di cuore".

Produttività, principio di anticipazione e debito globale
La produttività è un parametro quantitativo che non tiene conto né degli effetti collaterali, rispetto alla qualità di vita dei lavoratori, né dell'impatto ambientale, né della distruzione o riduzione del patrimonio comune. Dato che il patrimonio comune non è conosciuto, o non è preso in considerazione, nei casi in cui si registra un incremento di produttività in attività di sfruttamento delle risorse naturali, il dato è sicuramente legato alla sottrazione di risorse comune. Esemplare è l'evoluzione della produttività nella pesca. Oggi, con i potenti mezzi della tecnologia è cresciuta la produttività per addetto della pesca a danno dello stock di fauna disponibile che si sta paurosamente depauperando. Stesso discorso vale per le tecnologie di sfruttamento dei pozzi di petrolio. Quello che uno stock di risorse naturali poteva fornire in decenni di sfruttamento, viene "rapinato" in pochi anni, colpendo direttamente le generazioni future.
L'anticipazione del futuro è resa possibile, oltre che dalle tecnologie invasive, anche dai meccanismi finanziari. Esiste un meccanismo perverso che ha portato a una crescita iperbolica del debito globale, guidata dal dollaro e sostenuta (ma fino a quando?) dai risparmiatori di tutto il mondo (oggi soprattutto sono i risparmiatori cinesi e giapponesi che sostengono il debito pubblico statunitense). Per non parlare del ruolo giocato dai tassi di interesse pagati dai Paesi dell'est e del sud del mondo che da trent'anni finanziano le banche occidentali e concorrono a mantenere elevato il tenore di vita di questa piccola parte del mondo.
L'economia degli USA è oggi basata sulla corsa folle all'indebitamento dello stato, dei cittadini, delle imprese. Sommando i tre debiti, si arriva al 300% del Pil. Vale a dire che ogni nordamericano alla nascita ha un debito di 70.000 dollari. Ancora: il 20% del Pil nordamericano va in pagamento dei debiti verso privati (banche, assicurazioni, finanziarie). In Italia non siamo tanto distanti dal modello USA. Il debito globale è di circa il 250% del Pil e cresce con il forte incremento dell'indebitamento delle famiglie. Nel solo 2003 l'indebitamento delle famiglie italiane è cresciuto del 19,5% contro una media europea del 7,7%.

Conseguenze sul piano socio-economico
Sta crescendo la povertà relativa in tutti i paesi occidentali, con forte accentuazione in UK, USA e Italia. Si creano ancora nuovi lavori ma sono sempre più precari, sottopagati, senza occasioni di carriera. Per la prima volta in Italia le nuove generazioni sono, in generale, più povere delle precedenti. Soprattutto a livello di ceti medi e bassi, sono i genitori che mantengono o integrano i redditi dei propri figli anche dopo i 30 anni. Le famiglie sempre più strozzate dalla corsa all'indebitamento, dai prezzi crescenti e dalla mercificazione globale che riduce tutti i bisogni a un solo comune denominatore – il denaro – tentano di sopravvivere in tanti modi. Per esempio, vendendosi la casa: il 26,3% di tutti coloro che hanno venduto una casa in Italia nel 2004, lo ha fatto per ragioni di liquidità!

Conseguenze sul piano ambientale
I Paesi ricchi rischiano di non potere più saldare il debito ecologico che hanno accumulato. Consumano più risorse di quello che il pianeta può produrre. E ora arriva anche il colosso cinese che tra dieci anni consumerà quanto Germania, Francia e Italia messi insieme. Il living Planet Report 2004 stima che i 6,3 miliardi di persone che abitano il pianeta hanno a disposizione le risorse prodotte da 1,8 ettari ciascuno. Ma la media mondiale è di 2,2 ettari per persona. Un abitante degli USA ha in media un'impronta ecologica (9,9 ettari pro capite) che è doppia rispetto a un europeo ed è sette volte quella di un cittadino del Sud-Asia o dell'Africa sub-sahariana. Tra il 1970 e il 2000, la popolazione di alcune specie di vertebrati terrestri e marini è calata del 30%, mentre quella delle specie di acqua dolce si è ridotta del 50%. Il consumo energetico dal 1961 al 2001 è aumentato del 700%! Tutti questi dati, e tanti altri che potremmo citare, ci dicono una cosa sola: le prossime generazioni erediteranno un pianeta malato.
Una delle conseguenze che stanno preoccupando molti abitanti di questo pianeta è il cambiamento climatico. Come le fluttuazioni repentine di borsa sono il segno evidente di una crisi finanziaria, così cambiamenti bruschi nel clima fanno sì che chi viveva grazie ai saperi tradizionali di conoscenza della natura – pescatori, pastori, agricoltori – si trova a non riconoscere più il linguaggio della natura, si trova bisognoso di più tecnologia per continuare a rendere produttivo il suo lavoro. Questo si traduce o in più rapina del patrimonio naturale – pensiamo solo alle nuove tecnologie che sono state applicate alla pesca – o in aumento dei consumi energetici; per esempio, più serre, più impianti irrigui, più concimi e anticrittogamici ecc.
La perdita dei saperi tradizionali, della conoscenza popolare della natura, ha avuto la sua parte nella recente tragedia che ha colpito il sud-Est asiatico. Gli abitanti di alcune isole dell'Indonesia, che erano estranee ai processi di modernizzazione e di urbanizzazione indotti dal turismo occidentale, hanno immediatamente riconosciuto i segni dell'evento e sono fuggiti nelle colline salvandosi dallo tsumani.

Conseguenze psicologiche
Un mondo che corre per correre, che non ha tempo per chi cade o si ferma, è un mondo che cancella il senso della vita. I giovani, a volte, ci inviano dei messaggi disperati ed estremi: un sedicenne di Palermo, nel maggio del 2003, si lanciò da una finestra della sua scuola, lasciando un bigliettino con scritto: "Leggete il messaggio sul mio telefonino. Arrivederci, addio". Ai primi di dicembre del 2004, a Milano, una quindicenne si è buttata dall'ottavo piano della casa dove abitava, lasciando un messaggio: "Vivo una vita che non è la mia… se non fossi nata sarebbe lo stesso… io ho avuto il coraggio di farlo, poi si vedrà…".
Certo, accanto a questi messaggi di infinita disperazione, di perdita di senso, ci sono migliaia di giovani che reagiscono e che si tuffano con passione nel commercio equo – oltre 60.000 volontari in Europa – o nella finanza etica, o nelle mille forme del sostegno e della condivisione con i soggetti più svantaggiati.
Ma resta il grande disagio giovanile e adolescenziale. Il Prof. Giuseppe Saggese, presidente della Società italiana di Pediatria, in un'intervista pubblicata su Repubblica il 13 novembre scorso, a commento di un'indagine condotta dalla stessa Società italiana di Pediatria, si esprimeva così: "Mi colpisce la scarsa possibilità che questi tredicenni hanno di immaginare, di creare, di fantasticare… la loro vita è scandita e mediata dalla tv, dal pc, dagli sms. Navigano su Internet. Ma non hanno tempo di navigare nella propria mente. Senso critico azzerato. Capacità ideative azzerate". Dobbiamo stringere un nuovo patto intergenerazionale. Dobbiamo pensare di recuperare il patrimonio comune – dall'acqua all'aria pulita, al patrimonio ittico e faunistico. Dobbiamo capire che questa è la nostra responsabilità. Di tutti, anche di chi non ha avuto una parte attiva in questo processo di indebitamento globale. Restituiamo il futuro ai nostri figli. Sdebitiamoci.


(1) Prolusione a "Gli Argonauti" 2004.

azeta



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