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Lettere da ACP
spntz: Quando i colossi si occupano di salute...
Tre big a caccia di consensi

Benetton, McDonald's e Kellogg's gli alfieri della salute
2.5 Lettere


-
Parole chiave / Key words:
Lettere

Autori:
Di Mario Simona et al.
red@quaderniacp.it
Autore:
_

Pubblichiamo questa lettera, eccezionalmente senza alcun nostro commento, proprio per aderire alla volontà degli scriventi di promuovere un dibattito su questo tema sempre più attuale.

Vogliamo condividere con la vostra rivista, di cui apprezziamo lo stile e il contenuto, nonché le scelte etiche, la nostra preoccupazione per il crescente "interessamento" delle industrie non farmaceutiche al "mondo-mercato" della salute dei bambini. Ci riferiamo alla ben nota questione degli occhiali da sole per bambini firmati Benetton e la cui diffusione è supportata dalla FIMP, e a fatti più recenti che coinvolgono due importanti multinazionali: la Kellogg's e la McDonald's. Tutte e due si sono lanciate nel business della prevenzione dell'obesità in età pediatrica.
1. La Kellogg's si è offerta di finanziare un progetto dal titolo "Educazione a colazione per combattere l'obesità" (1). Il progetto coinvolgerà (dice la Kellogg's) 7000 pediatri italiani, che diverrebbero destinatari di materiale informativo (prodotto dalla Kellogg's) e di visite di esperti (pagati dalla Kellogg's). I pediatri dovrebbero diventare tramite per far arrivare alle famiglie i messaggi informativi prodotti dalla compagnia.
2. La McDonald's ha fatto recentemente pubblicare in una rivista di aggiornamento destinata ai pediatri due pagine intitolate "Fast food e alimentazione equilibrata" (2). Le pagine non sono firmate e il lettore non sa chi gli sta fornendo le informazioni. Le due pagine hanno la stessa veste grafica degli articoli scientifici (di ricerca o aggiornamento) e non hanno un titolo che aiuti a capire di cosa si tratti (prevenzione, diagnosi, rubrica, le aziende informano?). Bisogna leggerle per arrivare a capire che si tratta di pubblicità della multinazionale.
I pediatri e gli operatori sanitari hanno diritto ad accedere alle migliori informazioni disponibili, basate sulle evidenze, per poter offrire i migliori interventi preventivi e terapeutici ai loro assistiti. È superfluo dire che le fonti migliori per questo tipo di informazioni sono le ricerche scientifiche ben condotte e non le pagine informative prodotte dalle aziende (caso McDonald's) o le visite informative e i materiali scientifici creati e distribuiti dalla Kellogg's.
Le multinazionali più propriamente, e peraltro legittimamente, producono pubblicità con lo scopo di aumentare i loro profitti. Per quanto riguarda McDonald's, e in aggiunta a quanto qualsiasi cittadino può apprendere andando al cinema ("Super Size Me" di e con Morgan Spurlock), una ricerca "quick and dirty" su PubMed condotta inserendo i termini [fast food] e [obesity] identifica 267 articoli, molti dei quali si riferiscono ad aspetti legali (negli USA sembra che siano sempre più frequenti gli obesi malati che citano le catene di fast food per danni alla loro salute).
Per rimanere però nel campo medico, citiamo solo un recentissimo articolo apparso su Lancet. Si tratta di uno studio di coorte di 15 aa, che, pur con alcune limitazioni tipiche degli studi osservazionali, conclude che le persone che mangiano nei fast food con frequenza superiore a due volte alla settimana ingrassano (circa 4-5 kg in più) e sviluppano diabete mellito di tipo 2 più frequentemente rispetto ai loro simili che frequentano il fast food meno di una volta alla settimana (3). Gli autori dell'articolo non dichiarano conflitti di interessi rispetto al tema trattato. Un commento apparso sullo stesso numero di Lancet pone in luce le poche limitazioni dello studio e le molte spiegazioni biologiche che confermano le conclusioni dello studio (4).
Si potrebbe obiettare che le pagine pubblicitarie di McDonald's annunciano che, proprio per limitare i danni che derivano dal frequentare i fast food, hanno introdotto dei nuovi menù a più basso contenuto calorico. Ma questa è per ora solo un'informazione pubblicitaria. Se fra 15 anni i ricercatori (non McDonald's) dimostreranno che questo cambio ha prodotto effetti benefici sui frequentatori di fast food, l'articolo che descriverà questa esperienza potrà essere accolto sulle pagine delle riviste scientifiche; per ora si tratta solo di pubblicità, che può essere lecito accettare, ma che va chiaramente e inequivocabilmente identificata come tale. Per quanto riguarda la Kellogg's e la sua strategia per combattere l'obesità, cioè una buona colazione, è chiaro che questo è limitativo, fuorviante e guidato solo da interessi di mercato. L'obesità è il risultato di uno stile di vita non equilibrato che coinvolge molti diversi aspetti: l'attitudine al movimento fisico, la possibilità che gli spazi offerti dalle nostre città consentano a questa attitudine di diventare pratica giornaliera, una dieta bilanciata in toto (e non limitatamente alla prima colazione), uno stato di autostima e soddisfazione di sé: insomma un problema complesso che richiede soluzioni complesse. Quanto sopra ci sembra scontato, nessun pediatra dovrebbe obiettare. Quello che più ci preoccupa e che proponiamo alla discussione è il coinvolgimento dei professionisti e delle riviste scientifiche con questo tipo di business. Già conosciamo i pericoli del lasciare la quasi totalità della ricerca farmaceutica nelle mani delle multinazionali: si vedano i casi recenti degli anti-Cox2 (5) e degli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (6). Ora altre multinazionali si infiltrano nel settore della salute pubblica, investendo fior di denaro. Ricordiamo che anche Danone e Nestlè stanno trasformando la loro immagine: da produttrici di alimenti a promotrici di fitness e salute. Lasceremo che questo succeda? O, peggio, saremo gli alleati di questa trasformazione? Non siamo stati vaccinati dai clamorosi casi di collaborazione fra istituti di ricerca e multinazionali del fumo, che hanno ritardato di decine d'anni (e di milioni di morti) l'applicazione di misure preventive? Attraverso le pagine della rivista vorremmo invitare i pediatri italiani a non aderire al progetto finanziato dalla Kellogg's, o ad altri simili progetti, e vorremmo invitare le riviste scientifiche a essere più attente alle informazioni che pubblicano, per evitare confusione e disinformazione fra i lettori. Vorremmo infine chiedere se non sia possibile avviare un dialogo con altre associazioni professionali e con il Ministero della Salute su questo tema, prima che sia troppo tardi e ci si trovi di fronte, come per la ricerca sui farmaci, al fatto compiuto.

Simona Di Mario pediatra, Adriano Cattaneo epidemiologo, Sabrina Severi biologa nutrizionista, Ornella Lincetto pediatra, Silvia Zanini pediatra, Sandra Spazzoli pediatra, Sabrina Buonuomo pediatra, Rita Ricci pediatra, Carlo Gagliotti epidemiologo, Claudio Chiossi pediatra, Alessandro Volta pediatra, Michele Valente pediatra (per ACP Lazio), Marzia Lazzerini pediatra, Mara Asciano pediatra, Luisella Grandori pediatra, Luciana Nicoli pediatra, Luca Ronfani pediatra, Maria Teresa Calipa pediatra, Laura Todesco pediatra, Paola Lenzi assistente sanitaria, Laura Reali pediatra, Isa Ruffilli pediatra, Giacomo Toffol pediatra, Federico Marolla pediatra, Massimo Farneti pediatra, Anna Macaluso pediatra, Claudio Mangialavori pediatra, Ciro Capuano pediatra, Arianna Langer pediatra, Cristina Milocco pediatra, Paolo Vercillo pediatra, Aurelio Nova pediatra, Chiara Cuoghi pediatra, Elsa Barth pediatra.

Bibliografia
(1) Kellogg's. Il progetto Educazione a colazione per combattere l'obesità. Occhio Clinico Pediatria, 2005;3:95.
(2) Autore non noto. Fast food e alimentazione equilibrata. Occhio Clinico Pediatria 2005;3:86-7.
(3) Pereira M.A, et al. Fast-food habits, weight gain, and insulin resistance (the CARDIA study): 15-year prospective analysis. Lancet 2005;365:36-42.
(4) Astrup A. Super-sized and diabetic by frequent fast-food consumption? Lancet 2005;365:4-5.
(5) Juni P, et al. Risk of cardiovascular events
and rofecoxib: cumulative meta-analysis. Lancet 2004;364:2021-9.
(6) Whittington C.J, et al. Selective serotonine reuptake inhibitors in childhood depression: systematic review of published versus unpublished data. Lancet 2004;363:1341-5.

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24-06-2005
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