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anoressia e bulimia: malattie complesse, azioni difficili
MORIRE DI CIBO
l'ultima tragedia, la malattia, fenomeno di 'costume', la legge

- L'ULTIMA TRAGEDIA

Aveva 28 anni e lavorava in banca. E' morta mentre attendeva di essere sottoposta a una flebo
Anoressia, la tragedia di Anna
Ferrara, i funerali della giovane consumata dalla malattia
FERRARA. È morta a soli 28 anni, consumata dall'anoressia. Un male che l'aveva aggredita tre anni fa e che, tra fasi critiche, momenti di ripresa e ricadute, alla fine l'ha strappata alla vita. Anna Ferri Faggioli, una giovane impiegata in una banca cittadina, è morta lunedì al Sant'Anna, mentre attendeva di essere sottoposta a una flebo in day hospital. Ieri nella chiesa del Gesù si sono tenuti i funerali della ragazza: amici e colleghi si sono stretti attorno alla famiglia di Anna, stroncata da un male dalle origini ancora oscure. A Ferrara un Centro sui disturbi alimentari sta portando avanti un programma terapeutico.
Aveva appena 25 anni quando ha cominciato ad accusare i primi sintomi di quel male oscuro che, lunedì mattina, l'ha uccisa. Anna Ferri Faggioli di soli 28 anni, da sette impiegata in una banca cittadina, è morta durante una seduta in day hospital per la somministrazione di una flebo. Uccisa dall'anoressia, un tarlo che tra fasi di crisi, momenti di ripresa e ricadute ha finito per consumarla. Ieri, nella chiesa del Gesù, si sono tenuti i funerali della ragazza.
«Non sono in grado di trovare parole di consolazione. Forse, quando si spegne così una giovane vita, queste parole non esistono affatto». È quasi smarrito, il parroco, nel pronunciare l'omelia. Con tutta l'umiltà di chi può solo immaginare un dolore: «Solo Dio sa cosa può provare, ora, il cuore di una madre». Il pensiero va a quando Anna era ancora poco più che bambina, «una ragazzina sveglia, intelligente, che sapeva obiettare e ascoltare, che era stata in grado di assumersi responsabilità, di farsi strada nel mondo del lavoro».
Poi, tre anni fa, l'inizio del calvario. Le cui origini, come sempre accade nella sfera complessa e multiforme dei disturbi alimentari, non si possono etichettare senza cadere nella superficialità e nella trappola dei luoghi comuni. Del resto, anche l'approccio terapeutico all'anoressia e alla bulimia non può che essere multidisciplinare. All'origine del disturbo, quasi sempre la volontà di controllare le proprie emozioni e, quindi, anche il proprio corpo. Ma è pericoloso cercare comuni denominatori, come hanno già spiegato in diverse occasioni anche gli esperti del Centro per i disturbi del comportamento alimentare del Sant'Anna. Ogni vicenda individuale è un caso a sè. Il percorso di ciascun paziente ne contiene anche le motivazioni.
Nato nel 1997, l'ambulatorio accoglie in media un centinaio di pazienti all'anno. Il loro numero cresce in modo quasi esponenziale, ma questo non deve indurre a pensare semplicemente che la malattia si stia espandendo. Ad aumentare sono soprattutto le richieste di aiuto. È proprio questo lo scoglio più difficile da superare, la consapevolezza della malattia e, di conseguenza, il bisogno di liberarsene attraverso un percorso di assistenza medica. Sono molti i fattori di resistenza a rivolgersi a uno specialista, un intreccio fatto di pudore, sottovalutazione dei rischi che si stanno correndo, se non il rifiuto ad ammettere il proprio problema.
Per questo il Centro del Sant'Anna punta a sviluppare un approccio multidisciplinare e articolato: perché spesso partendo da una manifestazione "secondaria", di carattere somatico (come l'amenorrea), si può tentare di arrivare fino alle motivazioni più profonde. A questo collaborano un'équipe formata da diverse professionalità e competenze complementari: medici internisti, psicologi, dietisti e psichiatri.
L'età media dei pazienti che si sono rivolti al Sant'Anna (e non solo ferraresi) è di circa 30 anni. I più giovani hanno circa quindici anni, ma ci sono casi di pazienti che arrivano oltre i 50 anni, e che hanno alle spalle vicende di anoressia e bulimia che si trascinano dalla giovinezza. Ogni storia, e quindi anche ogni risultato, va valutato a sè. Storie accomunate da un male invasivo, che ruba tempo, spazio e voglia di vivere. E la cui mortalità, negli stadi più avanzati e gravi, può raggiungere punte del 25 per cento.

I SINTOMI. Attenzione alle spie del disagio
L'ambulatorio del Centro per i disturbi del comportamento alimentare del Sant'Anna rappresenta uno dei punti di riferimento più completi, a livello regionale, per la valutazione di questo fenomeno.
Dopo il primo approccio e l'indagine alimentare a cura della dietista, i pazienti (quasi sempre donne, ma ci sono anche casi maschili) possono essere indirizzati a seconda della necessità a una valutazione più complessiva. L'obiettivo è quello di costruire un percorso terapeutico "su misura", di tipo ambulatoriale, in regime di ricovero in day hospital o in degenza ordinaria.
L'insorgenza dei disturbi alimentari è "subdola" e spesso difficile da cogliere anche da parte delle persone più vicine al paziente. Esistono alcuni sintomi che possono rappresentare campanelli di allarme, come l'inappetenza, il bere eccessivo, il nascondersi in bagno subito dopo pranzo, l'interesse esagerato per il proprio aspetto, il rifiuto di alcuni specifici alimenti, accompagnato dalla tendenza a isolarsi e cambiare umore e carattere. Si tratta di segnali da non sottovalutare, anche se non sempre sono l'anticamera di veri e propri disturbi alimentari. A volte sono solo la spia di una crisi, di un intoppo della crescita. (da "La Nuova Ferrara" del 16 maggio 2002)------


- IL "FENOMENO"... DI COSTUME

(Nota: i due articoli che seguono sono stati pubblicati da "La Stampa" negli stessi giorni in cui i quotidiani di Ferrara davano la tragica notizia della morte di Anna)
Ragazze, si sono ristrette le taglie

Troppe diete per le 'belle da morire'
ROMA - In questi giorni ci si accorge dei chili accumulati nell´inverno. La prova specchio è crudele e rivela tutta la nostra incostanza e il nostro difficile rapporto con il cibo. L´unica via di uscita è stare a dieta. Spesso è tardi e allora si cercano scorciatoie, digiunando o seguendo i consigli di qualche dietologo improvvisato. Dalle abbuffate invernali si passa al semi-digiuno mangiando magari solo frutta, o solo verdura.
Un´alimentazione folle che certo non fa bene alla salute. Spesso poi si associano trattamenti last-minute che promettono miracoli o si arriva addirittura a consultare il chirurgo per tagliare via qualche fetta di grasso (le liposuzioni sono gli interventi più richiesti in questo periodo). Le più a rischio sono le adolescenti anche se adesso questa follia della linea ha contagiato i maschi e colpisce anche bambini di solo dieci anni. Le ragazzine dai 14 ai 18 anni sono comunque le più sensibili di fronte ai canoni di bellezza che la televisione e la moda ci impongono. Non sono permesse vie di mezzo: tutte magre, con pancia piatta e gambe filiformi al limite dell´anoressia. D´altronde basta entrare in uno dei negozi alla moda per teen agers per accorgersi di come le ragazzine siano costrette a diventare delle modelle. Gli abiti sono tutti aderenti, le camicie piccoline, i tessuti stretch. Viene da urlare: oddio mi si sono ristrette le taglie. Una 46 sul cartellino in realtà entra solo a una magrissima.
E le ragazzine per non deludere e non deludersi davanti allo specchio fanno qualsiasi sacrificio privandosi del cibo e ammazzandosi di ginnastica. Una ossessione che può portare all´anoressia. Il professor Gian Giacomo Rovera, ordinario di psichiatria, fondatore del centro pilota dei disturbi del comportamento alimentare alle «Molinette» avverte che il fenomeno è in aumento. «Alcuni campioni - spiega - ci indicano che il dieci per cento delle ragazze dai 14 ai 18 anni ha un problema rispetto al comportamento alimentare. E tra queste due o tre si ammalano di anoressia». Fino a 30 anni fa in Italia praticamente non esistevano ragazze anoressiche, adesso è la malattia che più preoccupa i genitori. La causa scatenante è senza dubbio da cercare nei modelli estetici imposti dalla moda, mentre le cause profonde adesso si tende a ricondurre a predisposizione genetica. Ci sono alcuni campanelli d´allarme che possono allertare sul problema un genitore. Spiega Rovera: «Prima di tutto il rifiuto di mantenere un peso corporeo ragionevole, poi l´alterazione del sé corporeo, ossia l´incapacità di vedersi allo specchio quale realmente si è e infine la mancanza di tre cicli mestruali».
Prima di questo però ci sono dei comportamenti che già indicano l´esistenza di un pericolo. «Spesso - continua il docente - le ragazze che si ammalano sono ragazze che pretendono la perfezione. A scuola vanno benissimo e si disperano se prendono brutti voti o anche un voto che non è il massimo. A casa mangiano appena il necessario per sopravvivere». Un tempo si diceva che il problema era da ricercare nel rapporto con la madre oggi «sotto accusa» è anche il padre spesso troppo assente e incapace quindi di fornire un modello di forza e sicurezza in cui le figlie possano identificarsi. I dietologi in questo periodo vedono accorrere ai loro studi frotte di ragazzine in crisi con la bilancia. Giorgio Calabrese dice che sono tutte uguali: «Vengono con la mamma ma poi la lasciano in sala d´aspetto e vogliono mangiare pochissimo. Occorre far finta di assecondarle tenendole sotto stretto controllo. Una tecnica che uso è quella di suddividere il cibo in cinque pasti, così che abbiano sempre la sensazione di mangiare poco. Sono ossessionate dalla linea». Secondo Calabrese, comunque, in questi mesi non sono solo le teen ager a rischiare per un´alimentazione scombinata: «Il problema è che ci si mette a dieta troppo tardi. Per arrivare in forma l´estate occorre fare la dieta da Pasqua. Adesso per perdere parecchi chili occorre tirare molto la cinghia e questo comporta dei rischi, soprattutto quando ci si affida ai consigli del vicino o al fai da te».

LE «TORTURE» A CUI SI SOTTOPONE UN´IRRIDUCIBILE DELLA LINEA
«Cura snellente al peperoncino Dopo ero un mostro ustionato»
«Cercavo relax, invece avevo mal di pancia, fame e la mia faccia stava diventando gialla La situazione più umiliante è stata quando mi hanno costretta al lavaggio del colon»
ROMA - Quando decise di partire credeva che sarebbe stata una vacanza. Sette giorni tutti per sé, per dimagrire ma anche per dormire, rilassarsi, ricaricare le pile. Laura aveva sentito parlare di quel posto, vicino a Mantova, da un´amica che era tornata da questa pausa-benessere in gran forma, dimagrita e contenta. L´aspetto diceva che la cura aveva avuto effetto e così Laura non si fermò molto a chiedere particolari. Arrivata sul posto, una stupenda villa del settecento, sorrise: «è proprio bello qui». Una gentile signorina la accompagnò in camera e le consegnò una bustina: «la prenda subito con dell´acqua». Laura obbedì e trangugiò il beverone che altro non era che sale inglese, una disgustosa e potentissima purga. Il medico le spiegò che si trattava del primo passo per purificarsi. Una bella dormita e il giorno dopo, si diceva Laura, sarebbero iniziate le coccole, il relax. Non fu così. Alle sei e mezza in punto una nerboruta signorina arrivò in camera: non portava il caffè ma un puzzolente intruglio di aceti vari. In mano, minacciosa, teneva una spazzola di crine. Ancora addormentata la povera Laura non ebbe tempo e forza di ribellarsi. Fu una vera tortura: una spazzolata in tutto il corpo con acqua fredda e aceto. Le dissero: «Fa bene al metabolismo e aiuta a eliminare le tossine». Intanto la purga presa la sera prima le procurava un mal di pancia tremendo che si confondeva con i morsi della fame. Scesa a colazione altra brutta sorpresa. Il solito medico le spiegò che per lei era stata decisa la terapia del digiuno. Laura protestò. «Non ce la faccio» e il dottore le promise che con l´acqua di finocchio la fame sarebbe passata. Intanto la pregava di accomodarsi nella stanza verde per il lavaggio del colon. «Cos´è?», chiese la sventurata. «Il trattamento preferito da lady Diana», fu la risposta. Ma il trattamento non aveva nulla di principesco. «Mi fecero sdraiare su un lettino», ricorda Laura. «Poi mi fecero qualcosa che assomigliava a un enorme e infinito clistere. Una macchina spruzzava acqua calda dentro di me e poi aspirava.
Una cosa terribile, un´umiliazione orrenda con quel medico che voleva anche fare conversazione mentre io avrei voluto scomparire dalla faccia della terra. La seconda volta sono scappata». E il rilassamento promesso? La cura di bellezza? Mentre si guardava allo specchio Laura si vedeva un mostro, la faccia gialla, sbattuta. E quel tremendo senso di pesantezza alla bocca. «L´effetto del digiuno, le tossine che stanno andando via», le ripetevano. Non aveva un attimo di pace: immersioni delle gambe in acqua gelida e poi caldissima, sedute di ginnastica, massaggi con i piedi. Per aiutarla a non avere fame le consigliarono una seduta di training autogeno. «Rilassati», le dicevano, «pensa a come sei in pace con te stessa». L´unica cosa che le veniva in mente era una bistecca. Al quarto giorno, dopo aver cercato di evadere di notte per andare a piedi al bar più vicino, la sventurata cedette e decise di inventare una scusa e di prendere il primo treno per casa. Quasi 4 milioni buttati: dopo nemmeno una settimana i chili persi in quel digiuno terribile tornarono tutti al loro posto. Decise di andare da un dietologo e una nota signora dei salotti mondani le consigliò un tizio che faceva miracoli con una cura agli aminoacidi. Lo studio si trovava in una zona centralissima di Roma, il dietologo dei miracoli era grasso. Un campanello d´allarme che però per Laura non suonò. La cura consisteva in una valanga di pillole da ingurgitare durante il giorno e poi solo due chili di frutta. Questo per un mese e dopo aver sganciato 250mila lire. Dopo due giorni di mele Laura prese la via di un altro dietologo. Questa volta era una dottoressa che per decidere cosa farti mangiare metteva in mano delle pillole e poi strattonava il braccio, a seconda della resistenza che trovava eliminava o introduceva alimenti. Alla fine di questo giochetto Laura ebbe la sentenza: può mangiare solo carne e verdura. Un altro assegno e un altra dieta inutile. Ma la lezione non era bastata e quando Laura seppe da un´amica dei prodigi prodotti da una tale «madame» che aveva inventato un intruglio miracoloso al peperoncino volle tentare. «E´ l´ultima volta o la va o la spacca» promise a se stessa. Quando entrò nel centro di «madame» le fecero indossare delle calze e poi le cosparsero gambe e pancia con un liquido che al contatto della pelle bruciava come il fuoco. Si sdraiò su un lettino accanto ad altre compagne di dimagrimento e la fasciarono con bende collegate a una macchina elettrica. Le scosse la facevano sobbalzare. Fastidio e dolore. Le vicine la incitavano: «resisti, vedrai è miracoloso». Il solo miracolo fu quello di non rimanere con le gambe segnate per sempre da quelle orribile chiazze rosse che la marchiarono per qualche settimana. Un amico le disse: «la lezione ti sarà bastata». Lei rispose: «parto domenica per una beauty farm pazzesca». Altro giro altra corsa.
(da LA STAMPA del 16/5/2002)


- IL "ROVESCIO" DELLA MALATTIA

Da "la Repubblica - Salute" (9 maggio 2002)
Sempre di più i giovani bulimici. Un lavoro d’équipe per curarli. Il disturbo alimentare si sta diffondendo alle età prepuberale e postadolescenziale. Un convegno
di Giuseppe Del Bello
Si muore di meno, ma ci si ammala di più. Li chiamano genericamente disturbi del comportamento alimentare, ma dietro la definizione si nascondono malattie serie. Come l’anoressia, la bulimia, l’obesità. Negli States di queste patologie soffrono circa 5 milioni di persone, in Italia – secondo dati recentemente presentati a Napoli durante il convegno dedicato ai Modelli integrati terapeutici dei disturbi del comportamento alimentare, promosso dai centri di Nutrizione clinica delle Università Federico II e Secondo Ateneo – i pazienti sarebbero 700 mila. Se poi si entra nel dettaglio, veniamo a sapere che le anoressiche (la prevalenza riguarda il sesso femminile) sono aumentate dello 0,7 per cento contro l’incremento standard degli anni passati che era dello 0,8; mentre i soggetti bulimici rivelano un trend in crescita dell’1,5 per cento che si contrappone all’aumento precedentemente stimato dell’1,3 per cento.
Riscontro inatteso invece per le fasce interessate: gli specialisti si trovano sempre più spesso davanti a pazienti maschi affetti sia da anoressia e bulimia che da Danas, i disturbi alimentari che, sfuggendo a precise classificazioni, sono definiti "Non altrimenti specificati". Anche l’epoca in cui si manifestano si sarebbe notevolmente dilatata, interessando frequentemente l’anoressia, oltre che la solita fascia adolescenziale, pure l’età prebuberale e quella postadolescenziale. E fa riflettere il dato di una malattia che non è più solo appannaggio delle classi sociali abbienti, ma che trova terreno fertile anche tra i giovani non certo appartenenti a famiglie ricche. «Anni fa l’anoressia era definita Golden Girls Syndrome», osserva Renato Esposito, ordinario di Nutrizione Clinica del II° Ateneo, «perché colpiva soprattutto le fanciulle benestanti, mentre adesso arrivano alla nostra osservazione sempre più spesso persone che appartengono alle fasce più deboli della popolazione. Il dato più interessante è che fino a dieci anni fa le pazienti si perdevano di vista, oggi tutti sanno che si tratta di patologie curabili».
Ma l’aspetto più interessante sottolineato dai partecipanti al convegno è quello che riguarda lo schema terapeutico che, sperimentato ventitré anni fa per la prima volta, si sta rivelando la carta vincente. «La diminuzione della mortalità (dal 17 per cento di trent’anni fa all’8 per cento attuale) dimostra il successo della metodologia integrata», spiega Oreste Bellini, psichiatra dell’Università Federico II di Napoli, «che riunisce il lavoro di psicoterapeuta, psichiatra e psicologo con quello del nutrizionista. La costituzione di un équipe serve ad affinare la diagnosi, coniugando la sintomatologia comportamentale (il rifiuto del cibo ad es. ndr) alla personalità della paziente».
Cinque le tipologie diagnostiche individuate dagli esperti: nevrotica, psicotica, psicosomatica, depressiva e narcisistica. «Se, poniamo il caso, si arriva alla diagnosi di anoressia», continua lo specialista, «il passo successivo è la tipizzazione delle pazienti, per adattare poi ad ognuna di loro il giusto approccio terapeutico. Il modello integrato, in ultima analisi, ha fatto anche diminuire i "drop out", cioè i fallimenti di aggancio che si verificano quando, dopo la prima visita, il soggetto scompare dall’osservazione del medico».


- INTERVIENE LA LEGGE...

Da "IL NUOVO" (Quotidiano telematico) del 9 maggio 2002
Sì alla pensione di invalidità per gli anoressici
A stabilirlo è la Cassazione secondo cui l'anoressia è una "grave patologia" che fa equiparare chi ne soffre a un invalido.
ROMA - L'anoressia? E' una ''grave patologia'' che fa equiparare chi ne soffre a un invalido. Pertanto la mancata assunzione di cibo può dare diritto ad ottenere la pensione di invalidità. Lo ha stabilito la Cassazione (con la sentenza 6500) occupandosi del caso di Alba F., una signora calabrese arrivata all'età di 53 anni con una profonda ''avversione del cibo''.
I problemi della signora iniziano molti anni prima: Alba, alta 1,49 centimetri del peso di 37 chili, è ''affetta da una complessa condizione che inficia le possibilità di recupero - si legge in sentenza - e se non viene seguita con costanza dai famigliari, smette di alimentarsi''. La sua "magrezza" e i conseguenti "disturbi comportamentali'' si sono aggravati a tal punto da impedirle, come sostiene lei stessa di ''svolgere un lavoro proficuo''.
Per questo Alba decide di rivolgersi al pretore di Catanzaro per ottenere il riconoscimento del diritto alla pensione di invalidità e dell'indennià di accompagnamento. Richieste alle quali si oppone il ministero dell'Interno. Il pretore di Catanzaro e il tribunale della stessa città riconoscono alla signora affetta da anoressia il diritto a beneficiare della sola pensione di invalidità, alla luce della profonda ''avversione del cibo''.
Il ministero dell'Interno si oppone in Cassazione sostenendo che la patologia anoressica non è tale da giustificare il beneficio della pensione di inabilità. Ma la suprema Corte, ritenendo ''infondato'' il ricorso del ministero stesso, ha dato ragione ad Alba. Riferendosi alle prestazioni assistenziali a carico del ministero dell'Interno i giudici di piazza Cavour hanno rilevato che ''il deficit intellettivo, la sindrome psico-patologica e l'eccessiva magrezza'' costituiscono ''un quadro patologico inemendabile su cui si innestano disturbi del comportamento''.
Disturbi tali che, secondo la Cassazione, giustificano ''la percentuale di invalidità più volte espressa da differenti commissioni mediche''.In definitiva, la Sezione lavoro ha rilevato che legittimamente il Tribunale ha riconosciuto alla donna la pensione di invalidità ''considerando l'età, l'altezza e il peso minimo raggiunto dall'interessata in conseguenza dell'anoressia da cui la stessa è affetta''.

testi raccolti da Alessandro Zangara



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25-09-2003
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