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Panic room
l'ultimo film di David Fincher
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CATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Madre e figlia, dopo il divorzio, vanno ad abitare in una grande casa della zona residenziale di New York. La casa è provvista di una “Panic room”: una stanza dotata di schermi collegati a telecamere che riprendono tutte le altre stanze, un rifugio sicuro in cui rinchiudersi in caso di pericolo. Tornerà utile la prima notte, quando tre rapinatori entreranno nella casa. Sfortunatamente i telefoni all’interno non sono stati ancora collegati....
Ci sono molteplici motivi dietro la cocente delusione che si prova davanti a questo quinto film di David Fincher.
Il primo è sicuramente costituito da alcuni dei precedenti film del regista. “Seven” ci aveva svelato il talento di questo allievo di George Lucas (da non crederci...) e la sua capacità di donare ad una grande sceneggiatura un’atmosfera che ormai dopo “il silenzio degli innocenti” non speravamo più di ritrovare in un Thriller. Così abbiamo rivalutato il suo primo film, quell’”Alien3” che, se allora sembrava di maniera, oggi appare come un prototipo della visione claustrofobica della suspance dei film di Fincher. Lo stesso film che precede questo “Panic room”, “Fight club”, aveva dimostrato ancora una volta la volontà del regista di coniugare la logica dello star system (Brad Pitt e Edward Norton sfruttati al loro meglio) con la fermissima volontà di stupire il pubblico e portarlo su territori inesplorati.
Quindi ricapitolando ciò che proponeva il trailer (strepitoso!) di questo film era un Fincher alle prese con una tensione di stampo claustrofobico, con due grandi attori (Foster e Whitaker), con una trama della quale l’unità di spazio e tempo lasciava immaginare sviluppi insoliti.
Purtroppo è invece ora il caso di ricordare l’unico film del regista che non abbiamo ancora nominato: “The game”, il film che aveva fatto capire quanto Fincher sia incapace di risollevare una sceneggiatura mal scritta, e quanto questa sia in grado di far venire a galla certi suoi vizietti da videoclipparo.

Lo stridere dell’estetica con la mancanza di contenuto si nota sin dai titoli di testa. Bellissimi e inutili.
Fincher procede poi introducendoci nella casa e seguendo le vicende con lunghe carrellate “magiche”: la telecamera passa in mezzo a passaggi decisamente troppo stretti per lei (es. il manico di una teiera). Niente paura, gli oggetti sono creati al computer. Per alcune scene un intera stanza è stata disegnata al computer! Ora, se anche il trucco non si vedesse (e si vede eccome, veramente ridicolo) si tratterebbe comunque di una scelta fine a se stessa, un giochino che non si capisce bene chi dovrebbe abbindolare. Il critico? Se la ride. Il pubblico? Si annoia.
Il problema è che, se questi vizi li ha sempre avuti, mai si è trovato a dirigere una sceneggiatura tanto piatta a livello di suspance, prevedibile negli sviluppi e inutilmente epica (!?!) nei dialoghi.
Koepp (che ha sceneggiato anche l’imminente “Spiderman”) aveva una sola idea buona, quella di fare del film una metafora delle paure del cittadino americano dopo l’11 di Settembre. Di quell’idea rimangono il nome della compagnia di trasloco (“Mayflowers”, il nome della nave che trasportò i primi coloni inglesi), quattro personaggi che occupano un quadrato semiotico i cui lati corrispondono alle combinazioni che vanno da ricco/buono a povero/cattivo, la scena finale di Whitaker probabilmente perché ritenuta esteticamente valida da Fincher.
Fincher aveva molte buone idee, ma in altri film. Qui si limita a far galleggiare il tutto con scelte di maniera. Lo stesso film, in mano ad un regista e uno sceneggiatore capaci di osare un balletto di corpi e oggetti pigiando sul pedale dell’improbabilità, avrebbe potuto dare comunque molto. Così invece i momenti più improbabili scivolano purtroppo nel ridicolo. Ci si può anche accontentare di questi tempi, ma la delusione resta.


Voto: **



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