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Hollywood, Vermont
con Alec Baldwin, William Macy, Philip Seymour Hoffman
di David Mamet
Waterford è una tranquilla cittadina della provincia americana, situata nello stato del Vermont. A sconvolgerne i ritmi placidi arriva una troupe cinematografica, capitanata dal regista Walt, in compagnia della star prinicipale, un discreto Alec Baldwin, e dell’ingenuo sceneggiatore Seymour Hoffman, che dopo Magnolia ed Almost Famous si conferma essere dotato di ottimo talento per interpretare personaggi al limite della inabilità sociale.
Il film racconta le avventure di questo pezzo di Hollywood trapiantato in un luogo fuori dal tempo e dal loro mondo di star e lustrini, racconta lo scontro tra la città e la campagna, tra i ritmi frenetici e assurdi della lavorazione di un film e la calma piacevolezza della vita reale.
David Mamet, in un impeto di crepuscolarismo, descrive e giudica positivamente questo modo lento di vivere la vita, accarezza dolcemente i suoi personaggi più minuti, trova consolazione nelle piccole cose e nei piccoli piaceri che la vita di campagna può offrire: il tutto condito da una serie di buoni sentimenti, tra le seconde chance della vita e il rispetto assoluto della giustizia. Il presunto cinismo del finale è solo la maschera che serve per nascondere la melassa infinita che sommerge tutto lo svolgimento del racconto.
Massime popolari presentate come verità assolute da rispettare, e che la vita stessa, rappresentata in quest’opera di finzione conferma incessantemente, infarciscono e appesantiscono una narrazione che nei suoi fini aveva l’elogio della leggerezza. Eppure i titoli di testa promettevano molto: esempio di contaminazione pop degli anni 60, dai colori sgargianti e sostenuti da un’ottima colonna sonora sono la parte migliore del film.
I personaggi, resi volontariamente come stereotipi, sono sorretti solo dall’interpretazione ispirata degli attori, alcuni dei quali provenienti dalla televisione. Ma non basta la verve dei singoli per sostenere un film debole, la cui impostazione teatrale inficia notevolmente il risultato finale. Il divo con la passione per le ragazzine, i poliziotti provinciale stolti, gli arrivisti di campagna, l’attrice pudica, il produttore cinico: quante volte abbiamo assistito alla proliferazione di questi personaggi in situazioni risapute e stantie, e quante altre volte ancora ci troveremo a guardare film meta – cinematografici che a dispetto delle grandi ambizioni sono solo uno spettacolino finto intellettuale. Una sessa in scena classica quello che si presenta allo spettatore, e non poteva essere altrimenti, perché la narrazione autorizzava solo quel tipo di scelta. La morale finale, poi, ha il solo affetto di rendere ancora più fastidioso l’insieme, e Mamet, invece di candidarsi come novello Frank Capra, sembra essere, anche se non lo è, un pessimo eponimo del buonista Zemekis.
Tutto lascia intravedere, comunque, un’occasione sprecata, un plot dal quale si poteva trarre un film più che discreto, ma che alla prova dei fatti non è riuscito. Quanto sono lontani i fratelli Coen, il loro sguardo cinico e nello stesso tempo affettuoso a quel mondo che sembra essersi fermato della provincia americana: ma il loro modo di fare cinema tratta il film portandolo a divenire classico, invece questo Mamet risulta essere solo un affranto classicismo.


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