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Dec 23 2005

Chiacchierata con Gemma Gaetani

di Matteo Musacci

(Questo è un endecasillabo)

Colazione al Fiorucci Store Oggi è una giornata un po’ diversa, di quelle che ti viene pure da dire che è una bella giornata, non tanto perché è l’unico giorno dopo settimane in cui la nebbia non è scesa, quanto perché oggi, ventidue dicembre 2005, mentre tutti sono intenti a comprare gli ultimi regali di Natale, io vado ad intervistare Gemma Gaetani, una ragazza che ha da poco pubblicato, con la casa editrice LainFazi, Colazione al Fiorucci Store (Milano). Lei ci tiene a sottolineare che il titolo è un endecasillabo come, per gran parte, quelli che costituiscono l’intero libro (anche se “libro”, e presto capirete perché, è una parola troppo restrittiva per il suo lavoro).
Dopo molti treni in ritardo, arrivo finalmente a Milano per incontrare ed intervistare Gemma, anche se, come per “libro”, la parola “intervistare” mi (e ci) sta un po’ stretta. Come già le avevo chiesto prima del nostro incontro, avevo il desiderio che la nostra non fosse una semplice e fredda intervista formale (basata su un totale di domande uguale ad X da chiedersi tutte nel giro di un’ora), ma una chiacchierata, da “giovane a giovane”, senza titoli onorifici da nessuna delle due parti, se non quello, appunto, di essere entrambi giovani.
Cominciamo infatti a parlare spontaneamente, e cominciamo la nostra chiacchierata dalla nota più curiosa del suo lavoro. Gemma infatti pubblica all’interno di una poesia del libro il suo indirizzo e-mail e il suo numero di cellulare.

Perché pubblicare sul libro i tuoi contatti personali?

È una dichiarazione ironica (ma sincera) della negazione di un qualunque mio ruolo autoriale, se non quello condotto dalla prima all’ultima pagina del libro. È l’accesso di un aspirante poetessa dalla porta laterale della poesia, è la negazione di quello che farebbe il poeta laureato (in senso letterale, non montaliano). Con questo gesto ho voluto dire che io sono un essere umano come tutti gli altri.

Immagino avrai ricevuto molte e-mail e molte telefonate…

Sì, ho ricevuto telefonate ed e-mail da persone che però volevano sapere se il numero e l’e-mail erano veri. Sono rimasta stupita, “ovvio che sono veri!”, che senso avrebbe mettere un numero e un’e-mail finti?

Leggendo il tuo libro, si ha come l’impressione che il libro a te stia veramente stretto. Anche solo sfogliandolo si notano foto, e-mail riprodotte sulla pagina, fogli appiccicati come post-it. Qual è il senso di questa scelta?

L’idea è voler andare oltre la scrittura, mostrare al lettore ciò che c’è dietro alla mia scrittura. Credo che la parola vada rifondata, non so se poi io la uccido allegando quanto più posso oppure se riesco realmente a rinnovarla. Mi ha sempre affascinato questa possibilità espansiva della parola che è anche un’immagine, così come l’immagine è una parola.

E più precisamente, perché inserire foto?

Il senso delle foto non è volersi mettere in scena come autore, ma come persona che comincia a raccontare una storia. La mia faccia potrebbe essere la faccia di una persona qualsiasi, solo che era più facile fotografarmi che andare in giro fotografando altre ragazze!

Se poi si va sul tuo sito internet (www.gemmagaetani.com) si trovano due brevi video che danno ulteriori immagini, suoni e anche movimenti (se vogliamo), alla parte iniziale e alla parte centrale del libro…

Il primo video l’ha girato un mio amico che di queste cose se ne intende. Il secondo l’ho fatto io, con la mia macchina digitale e il programma di montaggio che c’è su tutti i computer. Vale lo stesso discorso che ho fatto per le foto, volevo cercare di rifondare la parola. Mi viene in mente una frase di Lars von Trier: “Il cinema è morto per la democraticità dei mezzi di produzione”, ovvero, chiunque con una videocamera può girare un film. Questo permette però a certe persone, che in altro modo non sarebbero mai arrivate, di entrare nella produzione cinematografica.

Già dall’inizio del libro fai sapere al lettore che la storia che racconterai sarà “scritta perlopiù in endecasillabi”. È un impresa ardua quella che compi, ma al tempo stesso anomala di questi tempi, ove la metrica viene sempre più rifiutata, preferendo il verso libero. Perché questo ritorno alla metrica?

La protagonista è un’aspirante poetessa che si confronta continuamente con le regole delle poesia. Insistere sull’endecasillabo significa dimostrare l’ossessione di un’aspirante poetessa al rispetto della regola. Non credo si possa scrivere senza possedere una certa strumentazione, si sa, per infrangere le regole bisogna prima conoscerle.

Molte volte però ritorni al verso libero, e molte altre nascondi gli endecasillabi nei posti più disparati…

Sì, per esempio la mail pubblicata sul libro è tutta in endecasillabi, e termina con il “delirio” dell’endecasillabo, dove metto in fila undici “smack”, dove appunto ogni “smack” costituisce una sillaba.

È stato difficile confrontarsi con la metrica?

L’esercizio che mi ha insegnato il poeta di cui parlo nel mio libro è quello di cercare gli endecasillabi che ci girano intorno, è un consiglio, può essere utile ad un aspirante poeta. Può diventare una mania ma rimane comunque costruttiva, perché dopo automaticamente ti viene da costruire endecasillabi.

Ho letto sul tuo sito che il libro contava circa 500 pagine, ridotte poi alle effettive 283. C’è qualche parte tagliata che ti è dispiaciuto non pubblicare?

Tra le tante parti tagliate del libro, ce n’era una a cui sicuramente tenevo molto, in cui le fotografie non erano più miei ritratti, ma fotografie di endecasillabi catturati da scritte sui muri, da manifesti e tutti insieme, messi in ordine, formavano un sonetto. È stato molto difficile realizzarlo, tra breve credo lo pubblicherò sul mio sito.

Molti sono i versi memorabili nel tuo lavoro, forse tra questi quello che più mi ha toccato è questo: “Sapere è una tara”. Puoi spiegarmi il motivo di questa affermazione?

Sapere come funziona la vita è una tara, ma la tappa finale è quella della conoscenza. Al tempo stesso però anche la conoscenza è una tara. Molte volte persone colte si fingono sciocche quando frequentano certi ambienti. Per farti un esempio, non può in discoteca una persona colta, sorseggiando un cuba libre, intrattenere gli amici affermando che la musica dance conta tra i suoi antenati i Kraftwerk… Sapere è una tara di cui io porto il peso.

Un altro verso magnificamente costruito è, in una delle parti più tragiche del libro, “Restaurare un rapporto: tu sei morto”.

Il verso mi è venuto in mente pensando alle trasmissioni di Maria de Filippi, dove le persone vanno in televisione per restaurare un rapporto con una persona. Mi viene da pensare, “Ma non bastava prendere in treno? Perché invece di chiamare per telefono la persona che voglio incontrare chiamo un mediatore pubblico?” Quelle trasmissioni giocano sul fatto che il più delle volte le situazioni presentate sono situazioni vere, sono vere le persone che soffrono e ti fanno sentire parte del loro dramma reso pubblico, e tu resti incollato alla televisione per forza, anche se dentro di te senti la rabbia, l’incapacità di comprendere il bisogno di andare in televisione.

Il tuo libro termina con il testo di una canzone dei Depeche Mode, “Enjoy the silence”, perché?

“Enjoy the silence” vuol dire “Basta, fine, ci sarebbe ancora tanto da dire ma è meglio finirla qui” perché non sei più la persona che vive il libro, ma la persona che ha scritto il libro. È il silenzio di due persone: la ragazza che rimane ancora innamorata di una persona che non c’è più e sta cercando di elaborare le proprie idee, ma allo stesso tempo una poetessa, che, mentre ti racconta quella storia, sta facendo l’elaborazione di uno stile poetico, e sta costruendo la sua “identità scrittoria”. Non è una negazione della possibilità di parlare.
È anche un modo per dire che i testi delle canzoni sono poesia. Anzi, il più delle volte, le persone che non collegano le parole di una canzone alla musica che ci sta sotto, scambiano quei versi per una poesia e non per un testo cantato. Chi non sa che “Enjoy the silence” è una canzone dei Depeche Mode percepirà quel testo come un testo poetico.

ono molte nel libro le contaminazioni musicali, dai Depeche Mode ai Kraftwerk, da Battiato a Tiziano Ferro. Quanto conta la musica nel tuo lavoro?

Ci sono periodi in cui “uso” la musica come tappi per le orecchie, ci sono periodi in cui invece ho un totale rifiuto per la musica e altri ancora in cui l’ascolto continuamente. Pensavo proprio questa mattina di come la musica stia diventando sempre più un bene di consumo superficiale. Questo non trasmette il vero senso della musica che in questo modo suona a vuoto. La musica la ascolti ovunque. E poi la puoi scaricare continuamente, ma ciò che scarichi è soltanto la musica, cioè, scaricandola non si può vedere la copertina del disco, non si può sfogliare il libretto con le foto e i testi delle canzoni, non so chi suona, non so chi ha composto la musica. Sembra che tutto stia diventando virtuale, ed è per questo che l’uomo, che è reale, è sempre più alienato.

Virtuale come i tanti blog che stanno nascendo ultimamente. Che senso ha per te avere un blog?

Siamo passati in breve tempo dall’epoca dell’informazione cartacea all’epoca dell’informazione elettronica, quindi ancora una volta virtuale. Il seguito di questo fenomeno è il blog, ovvero trasportare le proprie idee in uno spazio che resterà per sempre. Tra i tanti blog che ho frequentato, quello che più mi ha colpito è quello di un uomo che inseriva pubblicamente messaggi per l’amante, che a sua volta rispondeva nei commenti. Se questa è una finzione lui è un genio, se è vero è pazzesco!

Ora ti faccio una domanda un po’ provocatoria. Cosa ne pensi degli intellettuali che si dedicano alla politica, e, più precisamente, cosa ne pensi della discesa in campo di Dario Fo?

Non credo nella discesa in campo di un intellettuale in politica poiché l’intellettuale, e più in generale poi dell’extrapolitico, corre sempre il rischio di essere interpretato come il “buffone” di turno. Credo comunque molto nella candidatura di Dario Fo, perché stimo molto Dario Fo e perché non è nuovo nel campo: da molto lui si interessa di politica, ha sempre legato la sua arte all’attivismo politico. Tutto questo mi fa pensare a Pier Paolo Pasolini. Qualcuno sostiene che l’esito naturale di un artista che sia attivo in senso civile e civico sia la discesa in campo, ovvero che l’intellettuale ad un certo punto deve mollare i libri e assumere un ruolo politico. Io non sono d’accordo, cioè non credo che l’artista debba per forza scendere in campo, l’impegno non si risolve nell’impegno, ma anche nell’arte che sostiene attivamente una certa idea politica.

Cosa vuol dire per te scrivere?

Aver a che fare con la realtà

[A questo punto chiedo a Gemma che ore si sono fatte. Lei mi risponde le 17.00. Ultraritardo, il mio treno parte a quell’ora. Nessuno dei due si è accorto del tempo che inesorabilmente stava passando. Dal cielo filtra ancora qualche timido raggio di sole che mi accompagna fino al treno in partenza. Durante il viaggio di ritorno comincio a scrivere questo articolo al portatile. Davanti a me, un ragazzo sta leggendo il libro di Gemma]


Gemma Gaetani, Colazione al Fiorucci Store (Milano), ed. LainFazi, Roma 2005, pagg. 283, 15 euro.


Scritto da: Matteo Musacci

Data: 23-12-2005

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