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ecologia & vita
Mondo tossico
quando l'ignoranza nuoce all'ambiente

Tratto da "Le Monde Diplomatique" (IT)
I veleni dell'ignoranza
di MOHAMED LARBI BOUGUERRA*
Carburanti, concimi, medicinali, coloranti, refrigeranti, additivi alimentari, prodotti per l'igiene personale e per la casa, materie plastiche, chip di computer: fra i diciotto milioni di composti conosciuti in chimica, 70.000 sono attualmente in uso nei paesi industrializzati.
Gli effetti di tali sostanze e delle loro combinazioni sulla salute e l'ambiente sono, come minimo, poco conosciuti. Su 100 prodotti presi a caso fra quelli fabbricati o importati massicciamente negli Stati uniti (i cosiddetti Hpv - High volume, high production chemicals), soltanto 37 sono stati studiati sotto il profilo della cancerogenicità.
Gli studi di neurotossicità e di immunotossicità sono invece stati condotti , rispettivamente, solo su 33 e 14 prodotti (1).
C'è di peggio: secondo l'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa), che fa capo al governo americano, non esistono dati tossicologici di nessun tipo per il 71% delle sostanze Hpv (esclusi i pesticidi), sebbene una legge del 1976 obblighi gli industriali a fornire «dati adeguati riguardo agli effetti sulla salute e l'ambiente delle sostanze chimiche e delle loro combinazioni». L'Epa, inoltre, non ha il potere di costringere i fabbricanti ad effettuare test sui prodotti esistenti - anzi, è tenuta perfino a giustificare, prove alla mano, le sue eventuali richieste. Quando si tratta di un composto nuovo, il fabbricante ha l'obbligo di segnalarlo all'Epa, ma la fornitura di dati sulla tossicità della sostanza è opzionale. Il numero sempre crescente di casi di cancro concentrati (2) («clusters») in zone geografiche circoscritte nei pressi di discariche o di siti di vecchie fabbriche (3) ha destato la preoccupazione del vice presidente americano Al Gore, che il 22 aprile 1999 sottolineava la necessità «che l'opinione pubblica disponga di dati sanitari di base riguardo ai prodotti chimici industriali liberati nelle nostre comunità. Le comunità hanno diritto di conoscere l'impatto - e non soltanto il nome - di tali prodotti sulla salute delle persone, con particolare attenzione alla salute dei bambini». Il New York Times riferiva anche che un numero crescente di ricerche indicava che alcuni prodotti chimici sintetici e pesticidi di uso corrente «potrebbero attuare una specie di sabotaggio molecolare all'interno del meccanismo di regolazione del corpo umano, provocando malformazioni congenite, cancro del seno, disturbi mentali e tutta una serie di altre malattie, e riducendo inoltre il numero di spermatozoi» (4).
In base a un rapporto dell'Epa, fornire questi dati significativi costerebbe all'industria 427 milioni di dollari, una cifra pari allo 0,2% del fatturato annuo delle prime cento società dell'industria chimica americana (5). Per tutta risposta, l'associazione americana delle industrie chimiche (Cma) ha deciso di aumentare il suo screening annuale da 15 a ...100 prodotti entro il 2003. 469 produttori si sono impegnati ad effettuare i test su 360 composti complessivi (6).
Numeri risibili, che hanno spinto il sindacato americano dei lavoratori della chimica a richiedere che «tutti i nuovi prodotti chimici siano oggetto di studi approfonditi prima di essere immessi sul mercato».
Inoltre, i test promessi sono limitati alle raccomandazioni minime dell'Ocse. Secondo il Comitato dei medici per una medicina responsabile (Pcmr), sarebbe meglio se l'Epa e l'industria in generale cercassero di ridurre l'esposizione ai composti chimici. Questo perché i test promessi ne richiederanno altri, ritardando ulteriormente l'adozione delle misure regolamentari necessarie. Centomila prodotti chimici tutti da certificare Da parte sua, la Commissione europea ha pubblicato nel febbraio 2001 un libro bianco con lo scopo di innescare una dinamica che possa indurre l'industria ad effettuare test di tossicità e di valutazione dei rischi per provare la sicurezza dei suoi 100.000 prodotti e per incoraggiare l'innovazione nell'ambito di un «impiego a lungo termine dei composti chimici». Sino ad allora, la valutazione dei rischi era limitata ai cosiddetti «prodotti nuovi» - cioè quelli immessi sul mercato dopo il settembre 1981. Come conseguenza, per il 99% del volume complessivo delle sostanze in commercio, i dati esistenti sono estremamente scarsi.
Il libro bianco introduce quattro categorie di composti in funzione della produzione annua. Per una produzione che supera le 1.000 tonnellate all'anno, i test dovranno essere effettuati entro la fine del 2005; nel caso di oltre una tonnellata all'anno, la scadenza slitta al 2018. Per l'industria, questi test avranno un costo dell'ordine di 2,5 miliardi di euro. Le sostanze persistenti o in grado di accumularsi nel corpo umano saranno sottoposte a una valutazione più rigorosa e approfondita dei loro effetti a lungo termine. Questa politica unificata per tutte le industrie e tutti i prodotti dovrebbe favorire lo sviluppo di nuovi composti più sicuri, se nel contempo si procederà a limitare l'impiego dei vecchi prodotti. In attesa che tutto ciò avvenga, i pericoli aumentano: nel settembre 2001, è stata identificata nel latte materno la presenza di tre prodotti al bromo utilizzati come ritardanti. Il Parlamento europeo prevede la proibizione di tali prodotti entro il 2006 (7).
È il prezzo del nostro consumismo, di uno stile di vita che provoca continuamente vittime e danni, in un mondo in cui gli episodi clamorosi come l'esplosione dell'impianto dell'Azf a Tolosa il 21 settembre 2001 sono purtroppo solo la punta dell'iceberg.
note:

*Autore di La Pollution invisible, Presses universitaires de France, Parigi 1997.
(1) Catherine M. Cooney, «EPA calls on industry to voluntarily screen high-production chemicals», Environmental Science and Technology, Washington D. C., vol. 31 n° 11, novembre 1997, p. 502.
(2) Susan Sachs, «Public clamour puts focus on 'clusters' in cancer research», The New York Times, 21 settembre 1998.
(3) Ad esempio, la Ciba-Geigy ha concordato il pagamento di 92 milioni di dollari per bonificare il terreno di una vecchia fabbrica di materie plastiche a Toms River - Chemical and Engineering News, Washington D. C., 17 settembre 2001.
(4) John H. Cushman, «EPA to hunt dangers in everyday products», The New York Times, 31 agosto 1998.
(5) Kellyn S. Betts, «Chemical industry pressured to test high-production volume chemicals», Environmental Science and Technology, vol. 32, n° 11, 1 giugno 1998.
(6) Cheryl Hogue, «Testing program gets under way», Chemical and Engineering News, vol. 79, n° 34, 20 agosto 2001, pp. 30-33.
(7) Chemical and Engineering News, vol. 79, n° 38, 17 settembre 2001, p. 33.
(Traduzione di R. I.)

articolo selezionato da Alessandro Zangara



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25-09-2003
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