RECENSIONI \ I 40 anni di Revolver, capolavoro dei Beatles

Era l’Agosto del 1966

di Arianna Cantoni
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Revolver cover

Sui Beatles se ne sono dette – e se ne diranno – di ogni tipo. Noi qui non vogliamo dirvi nulla di nuovo. Vogliamo solamente dare un suggerimento, a chi non l’avesse mai ascoltato o a chi lo avesse lasciato ricoprire di polvere nella propria collezione di dischi.

(Ri)ascoltate Revolver. Lo dice la parola stessa, all’origine della scelta del titolo dell’album: “to revolve” vuol dire ruotare, girare, proprio come gli LP sul giradischi. Fatelo ruotare anche voi, fatelo con orecchie, se possibile, prive di pregiudizi. Unica cosa, pensate che tutto ciò che ascolterete ha 40 anni.




in studioRevolver è da molti considerato l’album della svolta nella carriera dei Fab4, che da gruppo per adolescenti, fenomeni di isteria collettiva, adorazione quasi religiosa, si trasforma in gruppo pop-rock con qualcosa da dire, a livello di contenuti – i testi sono sempre più interessanti – e a livello di forma – utilizzo di strumenti non convenzionali per i linguaggi pop di allora, nuove tecniche di registrazione, utilizzo del parlato e via dicendo. Anche l’album che lo precede, Rubber Soul, è assai valido (contiene capolavori come Norwegian Wood, In My Life, Girl, Michelle), ma forse non è così vario e “smaliziato” (si passi il termine) come Revolver.



George con un sitarIn Revolver si può trovare un po’ di tutto: l’influenza della musica indiana, ad esempio – portata nel gruppo in particolare da George Harrison – che potete sentire in brani come Love You To (Harrison) in cui viene fatto uso del sitar, tipico strumento indiano a corde. Ma anche Tomorrow Never Knows (Lennon) – che riprende, nelle proprie liriche, tematiche del buddismo tibetano espresse nel “Libro tibetano dei morti”- ha cadenze ripetitive (tutta costruita su leggere variazioni su un’unica nota) e ed è intessuta di diversi tape-loop con svariati effetti sonori.

Ci sono poi alcune “perle” di Paul McCartney. Here, There And Everywhere - canzone d’amore profonda e delicata; Eleanor Rigby - amaro e pessimistico ritratto di una donna e della sua solitudine, reso cupo e solenne dagli archi; Good Day Sunshine – allegra, spontanea e spensierata; For No One – che narra, quasi con indifferenza, la fine di una storia d’amore, curiosamente proprio quando anche quella del suo compositore stava attraversando un periodo di crisi che avrebbe portato alla successiva rottura con l’allora fidanzata.

Timothy Leary Abbondano i riferimenti, più o meno espliciti, all’uso della droga, all’epoca vista come mezzo per aprire le porte della percezione (si pensi all’omonimo libro di Aldous Huxley, o alle “istruzioni” su come affrontare un trip di LSD fornite dal guru Timothy Leary). E i Beatles parlano di queste esperienze in She Said She Said (Lennon) - a nostro avviso un piccolo capolavoro nascosto (“so cosa vuol dire essere morto”) – e in Doctor Robert, un dottore che fornisce ai suoi pazienti pillole “speciali” che li fanno sentire “new and better men”. Anche Got To Get You Into My Life (McCartney) è stata letta (da parte dello stesso Lennon) come un inno alle droghe, un testo scritto in conseguenza dell’iniziazione di McCartney all’uso dell’LSD.

Da parte di Lennon, se And Your Bird Can Sing non suscita particolari emozioni, lo fa senza dubbio I’m Only Sleeping, se non altro per il fatto che la sua cadenza strascicata si adatta perfettamente alle liriche, in cui l’autore confessa la propria innata pigrizia, la voglia di non farsi prendere dal turbinio della vita, un vita nella quale, però, volente o nolente era coinvolto a causa della fama raggiunta.

Gli ultimi contributi sono quelli di Harrison, con I Want To Tell You – che esprime problemi di comunicazione – e Taxman, che si apre con un celebre colpo di tosse e un “1-2-3” per dare via ad un brano tagliente che critica l’allora percentuale di tassazione massima del reddito voluta dal Governo laburista di Harold Wilson. Taxman apre il disco e lo caratterizza profondamente.


registrando
Dulcis in fundo abbiamo lasciato quello che è forse il brano più famoso dell’album: la famigerata Yellow Submarine. Famigerata perché, in effetti, pare quasi un pesce fuor d’acqua accanto a brani di calibro completamente diverso – e a nostro avviso decisamente più memorabili. Scritta da Lennon/McCartney e “regalata” a Ringo Starr che la canta, pare chiaramente collegata alla già precedentemente citata tematica dell’uso di droghe.

Curiosità: parteciparono alla registrazione dei cori, oltre a membri dell’entourage dei Beatles (il produttore George Martin, il road manager Mal Evans, l’autista Alf Bicknell ecc.) anche alcune “donne” (Patti Boyd-Harrison, Marianne Faithfull) e un membro dei Rolling Stones, Brian Jones.

Chi ha la possibilità di farlo, ascolti Revolver su LP: non ascolterà solo un disco, ma un’atmosfera, un’epoca, un’emozione.

04-04-2006 - visite: 11522

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