La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Jul 20 2006

Elogio della lentezza

di Debora Peca

La sfortuna ha voluto che mi rompessi una gamba proprio in un caldissimo luglio 2006.
Se ci si pensa è roba da ragazzini: loro cadono andando in pattini o giocando a pallone; ma di certo non è frequente vedere il gesso su una donna di 60 anni! Eppure lavando i vetri, l’altro giorno, ho messo il piede in fallo finendo sul pavimento. Così ora sono costretta a camminare con delle stampelle e con molta circospezione. Muoversi lentamente è davvero strano, si è costretti a riconsiderare lo scandire del tempo; si deve per forza modificare la percezione del fare: raggiungere la cucina per spegnere il forno, muoversi in tempo per uscire la sera, fino ad arrivare alla lotta, sconosciuta fino ad oggi per una persona come me, con la pigrizia. Ecco un esempio: si sa quanto io rinunci volentieri al cicaleccio televisivo in favore di un bel libro… ma il mio gambone pesante proprio l’altra sera mi ha fatto desistere da questo proposito, per non riprendere le stampelle, far forza con le braccia e raggiungere la libreria in salotto (se poi aggiungiamo anche l’età si fa sentire…); così mi sono arresa al telecomando lì accanto; la pigrizia ha avuto la meglio e mi sono arresa indolente alla tv estiva, stremata in pochi istanti dalle illuminate opinioni di Marina Ripa di Meana!!!!
A volte però la lentezza, ha i suoi pregi, ecco perché: nelle prime ore del mattino, quando il caldo insopportabile non ha fatto ancora sentire la sua morsa e quando la città brulica già di impiegati che corrono verso l’ufficio, io non rinuncio, anche se col gesso, alla mia passeggiata e con il mio nuovo incedere lento mi accorgo di tanti particolari che avevo perso: una scritta mai notata, dei fiori di cui non mi ero mai accorta, anche a causa del cane al guinzaglio che corre avanti nei momenti più impensati, abitudine che rende impossibile alla sottoscritta la contemplazione della natura!
In una società in cui siamo tutti presi dal riempire ogni spazio disponibile del nostro tempo, scandito da: sveglia, lavoro, casa, spesa, figli, parenti, amici, aperitivo, mamme, padri, siamo diventati sordi perché comunichiamo via e-mail e per sms e ciechi perché non ci accorgiamo, correndo, del volgere delle stagioni.
Allora, dico io, viva la lentezza forzata dell’incedere!! Che ci fa di nuovo osservare, annusare, ascoltare ciò che ci sta intorno.
Ed è la lentezza il soggetto di un bell’articolo di Sandro Onofri, uno scritto che fa parte di una raccolta dal titolo “Cose che succedono”.
L’articolo chiude con la deliziosa storia della lumachina bianca “… che attraversa un cortile, lentamente, fermandosi ogni tanto come ad annusare l’aria. Durante la traversata, lunghissima, il tempo cambia, dopo la pioggia scrosciante viene il sole, poi un vento polveroso. Ad ogni cambiamento di tempo la lumachina si ferma, come ad assorbire gli elementi naturali e impregnarsi di ciò che la natura le manda: prima prende l’acqua, poi il calore, infine si lascia sballottare dalla polvere e scorticare dalle foglie secche. Quando arriva dall’altra parte del cortile, gravida di tutto il bene e di tutto il male che ha incontrato nel suo tragitto, non è più la lumachina candida che era partita, ma un essere rugoso e pieno di segni, della bruttezza bella che regala l’avere conosciuto”

Scritto da: Debora Peca

Data: 20-07-2006

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