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The Experiment
La sopresa della nuova stagione
di Oliver Hirshbiegel


testo alternativoCATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Il caso cinematografico di questo autunno è un film tedesco, prodotto a bassissimo budget, con attori senza notorietà e un regista esordiente almeno sugli schermi italiani. The Experiment, il film in questione, racconta di un esperimento, appunto, sociologico in cui 20 individui vengono rinchiusi in cambio di un premio in denaro in una prigione: 12 di loro saranno detenuti, e 8 guardie carcerarie. Il protagonista è Tarek, tassista ex reporter estremamente colto e vittima di claustrofobia, che vuole documentare l’evento. Caso vuole che il suo ruolo sia quello di prigioniero. Il suo antagonista è un individuo qualunque, ma dal suo atteggiamento si può capire come, frustrato dalla vita reale, si immedesimi profondamente nel ruolo di carceriere che gli viene assegnato. L’escalation della tensione e della violenza all’interno della struttura coercitiva è guardato da due scienziati sociali, per i quali l’importanza della ricerca è al di sopra di ogni altra considerazione. Appena da uno dei due, nel caso specifico la donna, sorgono dubbi morali la situazione sfugge di mano e il rincorrersi di emozioni forti è assicurato.
Il lancio pubblicitario sbagliato ci aveva condotto a vedere il film con un occhio critico già molto pronunciato, e l’inizio con atmosfere simili a quelle dell’Ispettore Derrick gettava cattiva luce su quella che sembra dipingersi come l’ennesima operazione commerciale. Invece bastano una decina di minuti per essere coinvolti nella vicenda, tesa e problematica, piena di considerazioni sociali, psicologiche e morali di un certo valore. E’ un’opera che si interroga profondamente sul concetto sociologico di ruolo, più precisamente sull’assunzione del ruolo dell’altro. Le domande a cui il film cerca di dare risposta sono le stesse che si pongono i due ricercatori: in una situazione estrema, come si comportano degli individui costretti per gioco e per denaro ad assumere un ruolo che a loro non appartiene?
Vediamo immediatamente, appena l’esperimento è cominciato, che le esperienze carcerarie assenti nelle persone coinvolte, sono invece assicurate da una socializzazione dovuta ai film che raccontano di quell’ambiente. Il comportamento dei personaggi è infatti allineato con una certa tradizione di cinema, quello carcerario appunto, e le persone si comportano di conseguenza, il meccanismo sociale è assicurato dalle situazioni fornite dai massa media. Ma nella definizione dei ruoli e della situazioni che viene a tratteggiarsi notevole importanza è data anche dalla componente psicologica delle singole persone: ognuno, all’interno dei flessibili schemi di ruolo che l’esperimento gli assegna, si ritagli spazi e comportamenti che gli sono propri, assecondando la propria matrice individuale, data dalla psicologia. La matrice psicoanalitica del film è palese, forse troppo. La donna che Tarek lascia fuori dal carcere, una donna incontrata ed amata grazie ad un incidente stradale, si chiama Dora, innamorata del padre appena morto, un signore distinto con una barba che ricorda il professor Freud, e le sue espressioni facciali e i suoi comportamenti nei momenti, seppur brevi, che ci vengono mostrati prima di incontrare Tarek sembrano parlarci di un chiaro caso di nevrosi. Non possiamo non notare come Dora sia il nome fittizio della più famosa paziente del padre della psicoanalisi, che ne trasse un saggio famoso in ogni dove.
Film di rara intelligenza, dunque, ma non solo votato alla dimostrazione di assunti teorici propri delle scienze sociali, ma cinematograficamente ben costruito, ben diretto e ottimamente recitato. I movimenti di macchina, oggi così spesso sovra - utilizzati sono dosati con cura, anche se all’inizio appare il contrario. Le soggettive, poche e molte belle grazie ad un uso accorto del grand’angolo rendono ottimamente uno stato tensivo e claustrofobico crescente. Forse eccessivamente fuori controllo il finale, dove il film sembra uscire dai binari fino a quel momento calibratissimi posti dal regista, ma è un difetto che si fa perdonare dalla grande carica emotiva che si riversa sullo spettatore attento. Di particolare merito è poi la scelta, che oggi come oggi appare splendidamente inattuale, di non caricare il film di velocità insopportabili, convinti come sono alcuni registi americani che velocità significhi tensione: il più delle volte significa noia. Hirschibiegel, invece, lascia alla situazione che ha costruito il tempo di dare i suoi straordinari frutti: un clima teso e violento, oppressivo, che alla fine risulta un pugno nello stomaco allo spettatore, quei salutari pugni che raramente, purtroppo, oggi riceviamo, sopraffatti sempre più spesso dalla para - noia videoclippara e dei film tratti dai videogiochi. Forse in un altro momento si sarebbe meritato un voto inferiore, perché non è del tutto esente da difetti, ma in questo triste autunno cinematografico che ci si prospetta, ci sentiamo di incoraggiare le opere che hanno qualcosa da dire, specie se lo sanno dire sufficientemente bene.

Voto: ***

Ps L’ennesima nota di biasimo invece spetta al cinema Apollo: dopo il disastro della prima di Spiderman, ricordiamo una scena tagliata, la proiezione di The Experiment è avvenuta in condizioni visive pessime: la parte inferiore dello schermo tagliata da una mascherina del proiettore montata male, e la pellicola rovinata da una linea nera verticale che segava a metà i volti dei protagonisti.
7.20 € esigono una proiezione perfetta, ma ci accontenteremmo almeno di una decente.



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