RECENSIONI \ Keane - Under the iron sea

Il nuovo, atteso album sul filo della continuità

di Francesco Tavernini
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In bilico tra rinnovamento e legami con un passato non troppo remoto. Così definirei Under the Iron Sea, la seconda ed ultima fatica dei Keane, terzetto britannico – Tom Chaplin, Richard Hughes e Tim Rice-Oxley, originari dell’East Sussex – affacciatosi sulla scena d’oltremanica nel 2004 con l’acclamato Hopes and Fears, album di debutto che li ha rapidamente fatti conoscere ed apprezzare grazie a singoli di impatto quali Everybody’s changing, This is the last time e Bend and break. Lo stile dei Keane è sobrio, particolare ed inconsueto: dal loro sound hanno infatti escluso del tutto le chitarre, sperimentando con il pianoforte come un’elegante guida. Il risultato sono delle melodie e degli arrangiamenti a tratti raffinati e malinconici degni dei migliori Coldplay, a tratti energetici e diretti, che vanno dritti all’obiettivo, come la telecamera che scorre veloce sulle rotaie del video di Is it any wonder?. La capacità di saper creare un rock spontaneo e gradevole senza l’aiuto delle chitarre ha dato al loro primo album un vero e proprio tocco di originalità, un tratto distintivo che li differenzia dai numerosi altri gruppi brit-pop spesso un po’ troppo omologati.
Ora i Keane, forti dei loro cinque milioni di copie vendute in tutto il mondo, sono tornati con un manipolo di nuove canzoni che offrono al pubblico di ieri e di oggi, riprendendo il filo interrotto con le tracce dell’album precedente. La pubblicazione del secondo disco è una tappa difficile nella carriera di un artista, soprattutto se con il primo hai riscosso molto successo: i Keane hanno affermato in alcune interviste di aver passato un periodo piuttosto critico, ed è recente la notizia che vede la band costretta a sospendere il tour per permettere al frontman di disintossicarsi da droga ed alcol. Under The Iron Sea riflette a tratti questa difficile situazione, proponendo testi fatti di amarezza, inquietudine, angoscia per la solitudine, prese di coscienza, disillusione, paura, difficoltà.
Fin dalle prime note spiccano la voce espressiva di Tom Chaplin, la ricchezza delle armonie, l’intensità dei testi: ogni canzone incarna un sentimento, ogni canzone è una finestra affacciata su un’emozione. L’album inizia con Atlantic, che con il suo incedere quasi onirico inaugura idealmente il tema di un viaggio sotterraneo in un oscuro “mare di ferro”, e prosegue con la carismatica Is it any wonder?, esempio di canzone rock veloce, scattante ed immediata, con Hamburg song, solenne e sacrale, la sola voce di Chaplin a dettarne i ritmi e le melodie, e con A bad dream, dolce, lenta, cullante. Brano dopo brano, ritornano tutti gli elementi che contraddistinguono il marchio di fabbrica della band, dal pop più orecchiabile e commerciale di Nothing in my way e di Crystal Ball, il secondo singolo estratto, alla sperimentazione sofisticata nella seconda parte di Put It Behind You.
Under the iron sea è un lavoro onesto, all’insegna della riconferma, che cerca di rinnovare i suoni dei Keane senza stravolgere la loro identità originaria. I detrattori potranno dire che le canzoni ricalcano un po’ troppo la strada già percorsa dalla band, ma questo disco poteva anche riuscire peggio, provando che i tre fossero solo una meteora di passaggio nel panorama musicale europeo, l’ennesimo caso di one-album-band, invece dimostra e testimonia il loro talento. La loro musica ha assunto un tratto più maturo, ma la spontaneità è sempre presente, così come la loro capacità di immediatezza melodica ed una grande attenzione ai testi.

Se ti piacciono i Keane:
• Coldplay
• Starsailor
• James Blunt


02-09-2011 - visite: 10595

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